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Giusy Versace fra moda e sport: due gambe per ogni occasione

Nel 2005 ha perso le gambe in un incidente stradale. Rientrando al lavoro, non aveva più né ruolo, né staff e scrivania. Il cognome non le ha garantito alcun privilegio ed è riuscita a riguadagnarsi un ruolo nella moda solo grazie alla sua incrollabile tenacia ed energia. Conversazione intorno al mondo della moda

8 luglio 2012

ROMA - Alla soglia dei suoi primi 35 anni, che compirà a maggio, Giusy Versace è un concentrato di energia, entusiasmo e vitalità. Il suo cognome rimanda a una delle firme più presti- giose nell'ambito dell'haute couture, non solo in Italia. Nata a Reggio Calabria - e i suoi colori mediterranei lo sottolineano, dalla carnagione ambrata agli occhi scuri -, dal 1999 vive e lavora a Milano, il gotha del fashion italico. Un mondo che lei conosce dal di dentro: figlia di Alfredo Versace, cugino degli universalmente noti Donatella e Santo, lavora da sempre nel marketing tra griffe e prêt-à-porter, con gusto e passione immutati. Che coltiva anche nello sport: si sta allenando tre volte alla settimana, sperando di essere scelta per le prossime Paralimpiadi. E l'associazione da lei fondata e presieduta, "Disabili no limits", raccoglie fon- di per regalare ausili tecnologicamente avanzati a chi non può acquistarli.

Parla con affetto dei "fan" che le scrivono quotidianamente e-mail e la incitano su Facebook a nuove vittorie nelle corse con le protesi di carbonio: il prossimo traguardo da solcare con successo, le augurano, è quello delle Paralimpiadi, in programma ad agosto. Nel 2010, infatti, Giusy Versace ha deciso di mettersi in pista, vincendo dopo due mesi di allenamenti la medaglia d'oro nei 100 metri ai Campionati italiani di atletica paralimpica. Ha raggiunto i minimi per essere ammessa tra gli atleti che andranno a Londra. E sogna di essere selezionata per partecipare alle gare nella capitale britannica.

Prima dell'incidente, quale era il suo rapporto personale e lavorativo con la moda?
Amo il mondo della moda: ci sono cresciuta, non saprei fare altro. Ero responsabile di catene di boutique in franchising in tutta Europa: in gergo tecnico, avevo il ruolo di retail supervisor: in pratica, una manager con la responsabilità di capo-area. Nel 2005 l'incidente, in cui ho perso entrambe le gambe a 28 anni, è avvenuto proprio durante una trasferta di lavoro. Ma al rientro in azienda non ho trovato alcuna agevolazione, anzi: ho perso il mio ruolo, il mio staff e la mia scrivania; il mio capo non ha saputo gestire la situazione e mi ha emarginato. Essere una Versace non significa avere dei privilegi.

Oggi in quale ambito della moda lavora?
Mi sono ripresa i miei ruoli in un'altra azienda, anche se obiettivamente non posso più sostenere i ritmi serrati di prima: viaggio in Italia e dintorni, non più in tutta Europa, ma continuo a lavorare nella moda come consulente. Mi occupo di formazione del personale e della gestione di punti vendita: do un supporto all'impresa, che ha boutique in tutto il Paese per donna e uomo.

A suo parere, il pianeta fashion dovrebbe essere più attento alle esigenze di chi è disabile?
Su questo sono molto critica: a mio parere, creare linee ad hoc significherebbe discriminare ulteriormente il disabile. Ognuno deve trovare il suo stile per sentirsi affascinante. Optare per un abbigliamento comodo e casual non significa essere sciatti e poco curati: si possono indossare pantaloni fashion anche su sedia a rotelle; bastano un po' di gusto e fantasia anche nella scelta di tute e jeans. A proposito, io amavo molto i jeans stretti, ma con le protesi non posso più indossarli, così come le minigonne, i tacchi e i vestiti corti; allora cerco di valorizzare il décolleté con top, camicie e push-up, visto che sono minuta ed esile come corporatura. Ma oggi il mercato garantisce una scelta talmente vasta che si può trovare qualcosa da adeguare alle proprie esigenze.

Vale anche per gli uomini?
Di recente ho incontrato Fabrizio Macchi, ciclista paralimpico amputato a una gamba, a una serata di gala: aveva uno smoking elegantissimo e impeccabile, pur portando le stampelle, perché non indossava la protesi; è riuscito ad avere un look con un tocco di glamour.

Qual è il suo look preferito?
Mi sento molto a mio agio con del colore addosso - dal viola, il mio preferito, al rosso e al giallo - e con i jeans; sono impacciata, invece, se devo indossare un abito lungo con le ballerine a una festa o a una cerimonia. Amo anche i leggings con maxipull di maglia; d'estate gioco molto con i pantaloni larghi e i top, a fascia e monospalla. Ho imparato ad amare le tute, ma non abbinate in modo standard.

A parte le protesi al carbonio per allenarsi e correre, ha altri tipi di protesi che le consentono di indossare scarpe eleganti?
Ho un paio di gambe per ogni occasione [ride, ndr]; le prime sono sta- te preparate al Centro Inail di Vigorso di Budrio, dove mi hanno insegnato a camminare. Mi piace avere un rivestimento estetico delle protesi (che uso anche per guidare macchina e scooter), mi interessa che siano sottili alla caviglia e ai polpacci per poter indossare gli stivali bassi con la zip, alla cavallerizza. I tacchi non mi sono concessi, solo ballerine e sneakers, naturalmente. Ho anche gambe da mare abbronzate, rivestite in silicone e con le venature. A casa uso anche una sedia a rotelle rossa, piccolina, in carbonio.

Quali sfumature ha assunto la sua visione della femminilità dopo l'incidente?
Cerco di puntare su tanti dettagli e accessori che fanno la differenza. Per esempio, sono amante di sciarpe, cappelli, borse, magari un bauletto griffato; non mi piace essere appariscente né usare bigiotteria vistosa: anche un semplice filo di perle può essere segno di eleganza; se metto un anello, evito un bracciale. Poi uso un trucco molto leggero: gloss colorato per le labbra (che non manca mai nella mia borsa), un po' di fard color terra d'estate, un filo di matita sfumata d'inverno... E poi, struccata, dimostro meno anni! I capelli? Ricci, cerco sempre di stirarli per renderli lisci; mi piacciono lunghi, perché posso legarli o lasciarli sciolti; purtroppo, dopo l'incidente sono diventati bianchi a seguito del forte shock; da allora uso tinte e trattamenti che riprendano il mio colore naturale, castano scuro. Un consiglio a chi è disabile e ama seguire le tendenze della moda?
Trovare, in base alla propria fisicità, capi che valorizzino il proprio corpo, cercando di capire cosa sta meglio addosso. Si può azzardare con il colore, che rappresenta vitalità e gioia; sì, il nero camuffa e snellisce, ma non si deve temere di osare tinte vivaci: si deve vergognare solo chi non è a posto con la coscienza, non chi per qualche scherzo del destino è disabile. Con la testa e il cuore si va ovunque, bisogna sempre camminare a testa alta; la disabilità va messa in piazza perché diventi norma- lità: è ormai tempo che la gente si abitui a vederci. (Laura Badaracchi)

(9 luglio 2012)

di d.marsicano

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