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Disabilità e fotografia, “una rappresentazione ancora troppo stereotipata e incompleta”

Scadono il prossimo 31 agosto i termini per partecipare alla seconda edizione di Scatto inSuperAbile, il concorso fotografico indetto da Inail. Abbiamo intervistato il direttore del magazine SuperAbile, Stefano Trasatti: “Negli anni grandi passi avanti, ma la regressione è sempre dietro l’angolo”

13 agosto 2021

ROMA – “La rappresentazione fotografica della disabilità appare ancora troppo stereotipata e incompleta”. Ad esserne convinto è Stefano Trasatti, direttore della rivista mensile SuperAbile Inail, che in queste settimane è impegnata nella promozione della seconda edizione del concorso fotografico Scatto inSuperAbile, indetto dall’Inail e in scadenza il prossimo 31 agosto. Cogliendo l’occasione del concorso, quest’anno interamente focalizzato sul tema disabilità e lavoro (tutte le informazioni per partecipare sono disponibili sul sito web dedicato), dopo il vincitore della scorsa edizione, Fabio Moscatelli (qui la sua intervista) abbiamo raccolto anche il parere di Trasatti, in passato direttore dell’agenzia di stampa Redattore Sociale.
 
Trasatti spiega così il suo punto di vista su disabilità e fotografia: “Accade un po’ la stessa cosa che succede per l’immigrazione, per lo più semplificata a livello fotografico attraverso l’immagine della persona con la pelle scura, che racconta solo un piccolo pezzo di un fenomeno assai più complesso. Analogamente, per rappresentare la disabilità si sceglie troppo spesso una foto raffigurante una persona in carrozzina ferma dinanzi a una scalinata, che non può salire, lasciando fuori tutta una serie di altre disabilità, alcune delle quali invisibili come quelle intellettive o sensoriali.
 
A chi spetta la responsabilità di questa semplificazione?
Non è semplice trovare il “colpevole”. Se si va avanti per stereotipi non dipende tanto dai fotografi o dagli editor e dai redattori che selezionano le foto all’interno delle redazioni giornalistiche quanto dalla mancanza di una misura, di un’iconografia versatile e immediatamente riconoscibile per rappresentare la disabilità. Non so se questa misura potrà mai essere mai trovata, non è facile sintetizzare in uno scatto un mondo vasto e complesso come quello della disabilità: se in un articolo giornalistico, non dico in un reportage che è tutta un’altra cosa, pubblichi la foto di una persona autistica o di una persona cieca senza bastone bianco, chi legge rischia di non capire il nesso tra testo e immagine. Così, spesso, si procede con l’accetta, scegliendo quelle foto che rappresentino appunto una difficoltà, come quella della persona in sedia a ruote bloccata dalle barriere architettoniche. E tale difficoltà, a volte, arriva a virare verso il dramma. Di qui, dunque, la questione dell’incompletezza: la disabilità viene rappresentata solo quando costituisce un problema.
 
Non è migliorato nulla negli ultimi anni?
I Giochi paralimpici di Londra 2012 hanno generato un grande cambiamento: sono state le prime Paralimpiadi raccontate dalla tv, le Paralimpiadi di Zanardi per intenderci, un evento che ha cambiato per sempre la rappresentazione della disabilità, svecchiandone l’immagine, ma producendo purtroppo anche nuovi e più insidiosi stereotipi: la rappresentazione patinata della persona disabile, che ci riporta al solito dualismo di essere o sfigati o supereroi, senza mai passare per la via di mezzo. Dopo le Paralimpiadi, comunque, le persone con disabilità hanno cominciato ad affacciarsi anche sugli altri media, ricoprendo ruoli di primo e di secondo piano nei film, nei talent e nelle fiction per la tv: un’ondata mediatica che è andata avanti per diversi anni, spegnendosi un po’ negli ultimi tempi per essere soppiantata da un altro tipo di diversità, quella del mondo lgbt, sempre più rappresentato a livello di media.
 
Tutto merito o colpa della tv, insomma?
Nient’affatto, lo stesso Inail ha giocato un ruolo centrale nel rinnovare l’immagine delle persone con disabilità, grazie soprattutto alle campagne di comunicazione incentrate sugli infortunati sul lavoro: l’opinione pubblica ha cominciato a confrontarsi con un tema come quello delle persone che tornano al lavoro grazie alle protesi, agli ausili personalizzati, agli ambienti lavorativi adattati alle loro esigenze. Sembrerà strano, ma temi così importanti prima erano totalmente sconosciuti. Purtroppo questi piccoli passi avanti sono messi continuamente a rischio dall’eterno riaffacciarsi di vecchi stereotipi, che ti riportano indietro di 10 anni come nel Gioco dell’oca: regressioni improvvise, che investono l’intero mondo del sociale e che mandano improvvisamente in frantumi il lavoro di tanti anni. Insomma, quando pensi di essere a buon punto, ecco che in tv ti arriva il politico, l’opinionista, il comico che tira fuori quelle immagini svalutative che consideravamo superate. E il problema vero è che questo avviene dinanzi a milioni di persone.
 
A cosa si dovrebbe prestare maggiore attenzione nella rappresentazione della disabilità?
Alla vita di tutti i giorni, che non trova quasi mai spazio nella rappresentazione dei media. Per esempio, si rappresenta sempre la persona cieca col cane guida e mai quando cucina, fa le pulizie, va al mare. Manca insomma il racconto di come la disabilità entra in relazione con la vita quotidiana, con quali accorgimenti le persone provano a fare le cose che fanno tutti. Scarseggiano le immagini in cui la disabilità passa in secondo piano, lasciando il passo ai tanti modi diversi di fare le stesse cose. Potrebbe sembrare quello che in gergo giornalistico viene chiamato “colore”, la ricerca del particolare insolito che incuriosisce, ma non è così. È dovere del fotografo, e anche del giornalista, raccontare la vita per quello che è. Anche quando sembra che non accada nulla.

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