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La disabilità in una fotografia? “Manca il racconto della vita di tutti i giorni”

Scadono il prossimo 31 agosto i termini per partecipare alla seconda edizione di Scatto inSuperAbile, il concorso fotografico indetto da Inail. Abbiamo intervistato il vincitore della passata edizione, Fabio Moscatelli: “Dico basta con la fotografia del dramma e del dolore”

10 agosto 2021

ROMA – “Mi sembra che al centro del rapporto tra fotografia e disabilità ci sia uno stereotipo continuo: è difficile vedere lavori nei quali emergano non dico l’aspetto positivo, ma almeno le diverse possibilità che possono avere le persone con disabilità”. Non è indulgente Fabio Moscatelli, fotografo romano che ha vinto, nel 2017, la prima edizione del concorso fotografico “Scatto inSuperAbile” sezione “Disabilità”, categoria “Fotoreportage” con il suo “Gioele”: un lavoro, tuttora in corso, sul percorso di crescita di un bambino autistico che diventa adolescente e, oggi, si avvia all’età adulta. (In foto Gioele mentre gioca con Siria, durante una vacanza degli scorsi giorni con la famiglia Moscatelli a Torvaianica). “Invece – puntualizza il reporter – la fotografia insiste sempre sul lato più drammatico, per non dire pietoso, della disabilità e sulla sua spettacolarizzazione”. In queste settimane (scadenza il 31 agosto) è aperto il bando di concorso della nuova edizione del concorso indetto da Inail, stavolta interamente focalizzato sul tema disabilità e lavoro: tutte le informazioni per partecipare sono disponibili sul sito web dedicato. Con l’occasione abbiamo chiesto a Fabio Moscatelli di raccontarci a che punto è, secondo la sua esperienza, la rappresentazione fotografica della disabilità.
 
Qual è la cosa che trova più fastidiosa?
È la spettacolarizzazione della disabilità insieme alla rappresentazione del disagio e del dolore. C’è, invece, poca attenzione nei confronti della quotidianità. Intendiamoci, tutto può essere rappresentato, non è tanto importante cosa si fotografa ma come lo si fa. Per esempio, mi viene in mente un lavoro molto bello della fotografa statunitense Mary Ellen Mark, intitolato “Extraordinary Children” che, pur raccontando il lato più doloroso della disabilità, lo fa comunque in modo delicato. Questo per dire che anche gli aspetti più drammatici possono essere rappresentati con sensibilità. Analogamente può essere raccontato fotograficamente perfino l’aspetto per così dire “meraviglioso” della disabilità. Penso a un progetto come “Eleven Million Reasons” di Sean Goldthorpe, che mostra con grande bravura l’aspetto più “sorprendente” della disabilità, mostrando immagini che non ti aspetti. Poi ci sono i tanti genitori fotografi, come Leon Borensztein, che in “Sharon”, al pari di tutte le mamme e i papà del mondo, ha costruito l’album dei ricordi della propria figlia. Sharon, che oggi è ormai una donna, è nata cieca ed autistica, ma il racconto che suo padre ne fa è quello di una normale quotidianità.
 
Dal suo particolare osservatorio, le cose sono migliorate negli ultimi tempi?
No, direi che sono peggiorate: la rappresentazione della disabilità rimane per lo più drammatica e pietosa, viene fatta con poco tatto e tende a stupire attraverso la negatività e non con la bellezza. Non so se sia colpa dei fotografi, del mercato o dell’indirizzo che ha preso il mondo della fotografia, probabilmente si tratta di una serie di concause, ma di fatto il risultato è dei peggiori. Ultimamente ho visto un reportage molto fastidioso sull’autismo, dove i ragazzi sono stati immortalati con un filo di bava alla bocca o, al contrario, un lavoro sulla vitiligine, una condizione che crea lo schiarimento di alcune zone della pelle, estremamente patinato. In questo lavoro c’è un’estetica portata all’estremo, che vuol far apparire per forza bello ciò che bello non è, mentre per me la fotografia richiederebbe maggiore schiettezza e sincerità.
 
Ma perché non rappresentare le situazioni drammatiche se il ruolo del fotografo è anche quello della denuncia?
Oggi esiste una sovrabbondanza di immagini, che ci fa perdere di vista l’oggetto della rappresentazione. Non siamo più alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, quando Gianni Berengo Gardin raccontò, con un bellissimo lavoro, la vita negli ospedali psichiatrici italiani. Non abbiamo più quella cultura delle immagini che poteva essere funzionale negli anni Settanta, quando comunque il nostro Paese era indietro, potendo vantare solo organi di informazione come “Epoca” e “L’Espresso”, neppure lontanamente paragonabili all’esperienza di una rivista statunitense come “Life”. Ormai neppure le foto di guerra riescono a sorprenderci e sono rari i casi in cui uno scatto raggiunge l’obiettivo a scuotere l’opinione pubblica, come è accaduto per esempio con il piccolo Alan Kurdi, fotografato senza vita su una spiaggia dopo il naufragio della piccola imbarcazione a bordo della quale si era messo in viaggio per raggiungere l’Europa. Come scrive il fotografo spagnolo Joan Fontcuberta nel volume “La furia delle immagini”, oggi siamo tutti fotografi perché abbiamo in mano la macchina fotografica che ti consente di fare telefonate.

Quale aspetto della disabilità non è stato ancora rappresentato secondo lei?
L’aspetto meno evidente della vita di una persona disabile. Mi piacerebbe vedere un lavoro sulla giornata tipo di una persona in carrozzina o con un altro tipo di disabilità: per esempio come occupa il suo tempo o cosa fa nell’arco delle 24 ore. Mi intrigano gli aspetti meno superficiali e scontati della realtà, preferisco chi va più a fondo senza fermarsi alla superfice delle cose.

di Antonella Patete

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