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Anziani, racconti della pandemia: “Tanta preoccupazione, ma nessuna rassegnazione”

“La speranza ha i colori dell’arcobaleno” di Fausto Cuoghi raccoglie 49 racconti di over 65 scritti in lockdown: “Non amano essere definiti ‘categoria più a rischio’, ma non si arrendono. La cosa che manca di più? Giocare con i nipoti. Per salvarci necessario ridare fiducia alla gente”

12 gennaio 2021

BOLOGNA – Quarantanove storie per provare a capire – oggi e, forse ancora di più, domani – il significato dell’emergenza sanitaria in corso. Si chiama “La speranza ha i colori dell’arcobaleno. La pandemia nei racconti di uomini e donne con i capelli bianchi”, l’autore è Fausto Cuoghi, incaricato dalla FNP Cisl di provare a decifrare la situazione in essere. “La tendenza è a dimenticare subito – spiega Cuoghi –, ma questa volta non possiamo permettercelo. L’obiettivo era mettere nero su bianco le emozioni quotidiane, per permetterne una rilettura quanto tutto questo sarà finalmente finito. Mi piacerebbe che le esperienze raccolte venissero utilizzate per migliorare la qualità del futuro che vogliamo costruire, perché sia a velocità di anziani. Mi piacerebbe offrire spunti di riflessione alla società alle prese con un inarrestabile invecchiamento”.

Tra i 49 protagonisti, donne e uomini emiliano-romagnoli over 65. Alcuni con un passato nel sindacato, altri no. Molti con un presente da nonni, nessuno in struttura. “Ho raccolto le loro storie, scritte d’impeto. Ho corretto giusto qualche refuso, a livello di contenuti non ho voluto mettere mano. Ci sono ripetizioni, parole libere. Volevo che il lettore avesse l’impressione di trovarsi di fronte, in diretta, a quel narratore, impegnato in riflessioni a ruota libera”. Per esempio, Cuoghi ha scelto di mantenere la ‘C’ maiuscola con cui tutti gli anziani scrivevano ‘Coronavirus’ che, in quanto nome comune, dovrebbe essere scritta con la minuscola: “Dalle narrazioni emerge che nella scelta della maiuscola ha pesato la volontà di enfatizzare il nome del morbo per evidenziarne l’entità e l’importanza per la nostra salute. Non solo: rappresenta il distanziamento, il ‘Lei’, anziché il ‘tu’. Da qui la scoperta che l’uso della maiuscola sancisce, più o meno consapevolmente, l’importanza nefasta del significato, una sorta di torre da cui il virus spicca il volo per entrare nel corpo da porte di accesso rivelatesi fragili e scarsamente difese”.

Cosa emerge? “Tanta preoccupazione, alimentata anche dal continuo insistere dei media e dell’opinione pubblica sul loro essere ‘categoria più colpita’, ‘categoria più a rischio’.
C’è chi racconta la propria esperienza da positivo ricoverato in ospedale, il giorno in cui il coetaneo vicino letto è stato coperto da un lenzuolo bianco. C’è chi scrive delle difficoltà a vivere con tante restrizioni alle libertà, c’è chi si trova spaesato senza la routine, fatta di due chiacchiera al bar, un salto in edicola, il giornale rigorosamente di carta da sfogliare. L’invito a rimanere a casa ha inevitabilmente avuto come conseguenza un inasprimento dell’isolamento sociale. Ma, se volessimo fare una classifica, sicuramente il tema più ricorrente è il non poter giocare con i nipoti”. Pagine drammatiche, ricche di tristezza ma accomunate da un pensiero finale: la voglia grande di continuare a lottare per creare una vita migliore.

I racconti confermano che per salvarci, per chiudere definitivamente questo capitolo, occorre ridare fiducia alla gente, rivitalizzare le loro capacità. È il momento di abbandonare l’individualismo e ricostruire legami di comunità, magari partendo dai nostri vicini di casa che sono uguali a noi e, come scrive uno dei 49 autori, ‘non hanno tre nasi e i tentacoli’. Emerge un quadro di persone anziane per nulla rassegnate, convinte che alla fine di una strada buia tornerà a splendere l’arcobaleno. Perciò, ben venga la ripartenza economica, ma l’invito è a pensare anche a quella sociale e culturale”.

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