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La mano sapiens della scultrice cieca

Lucilla D’Antilio era artista e insegnante di disegno, quando perse la vista per una congiuntivite. “Ho vissuto dieci anni senza arte, poi ho capito che potevo tornare ad abbracciarla grazie al tatto. E ora cerco di insegnare questa possibilità agli studenti non vedenti”

3 luglio 2020

ROMA - Lucilla D’Antilio era artista e insegnante di disegno, quando perse la vista
per una congiuntivite. “Ho vissuto dieci anni senza arte, poi ho capito che potevo tornare ad abbracciarla grazie al tatto. E ora cerco di insegnare questa possibilità agli studenti non vedenti”. Lucilla D’Antilio non dice la sua età, «ma mi sento come se avessi 15 anni: sono ancora nella fase di scoperta del mondo, perché nella mia vita ho dovuto ricominciare almeno tre o quattro volte», spiega nell’articolo che le dedica il magazine SuperAbile Inail.  La prima è stata quando, nel 1995, una congiuntivite virale ha iniziato gradualmente a toglierle la vista. Era giovane, laureata, “l’arte era la mia passione e il mio mestiere”, racconta. “Insegnavo disegno professionale e progettazione grafica. Lavoravo con gli occhi, insomma: così, quando iniziai a capire cosa mi stesse succedendo, pensai che avrei dovuto rinunciare alla mia passione, prima o poi. Così ci rinunciai subito: iniziai a vivere senza l’arte, che tanto avevo amato”.
 
Nella sua nuova vita “al buio”, il primo problema fu la comunicazione: “Non potendo vedere in faccia le persone, non riuscivo neanche a capire quando si rivolgessero a me e questo mi metteva in imbarazzo. Poi, col tempo, ho affinato le altre percezioni e, grazie al bastone bianco e al cane guida, ho riconquistato quasi completamente la mia autonomia”.
 
È stato però grazie al Sant’Alessio di Roma se Lucilla ha ritrovato ciò che di più prezioso aveva perso. “Ho seguito un corso di orientamento e mobilità e un percorso per il recupero della manualità. È così che ho iniziato a scoprire le potenzialità degli altri sensi, primo fra tutti il tatto. E questo mi ha permesso di riavvicinarmi alla mia grande passione artistica”. Lucilla scoprì infatti la possibilità di approcciare l’arte a livello tattile: “Capii che le mani e gli altri sensi potevano ottemperare egregiamente alla mancanza della vista, pur non sostituendola. Ricordo l’emozione quando l’insegnante mi mise per la prima volta davanti un pezzo di creta, chiedendomi di realizzare la copia di un soggetto. Riuscii a farlo e fu una grande gioia. Piano piano, iniziai a cimentarmi con lavori più impegnativi, a rappresentare volti e corpi: era come se avessi di nuovo una matita tra le mani. Così, dopo dieci anni in cui avevo lasciato l’arte fuori dalla mia vita, riuscii a spalancarle di nuovo la porta”.
 
Oggi Lucilla D’Antilio non solo scolpisce e realizza opere, ma si è data una vera e propria missione: aprire il mondo dell’arte anche a chi non vede. E lo fa innanzitutto attraverso la propria esperienza, che ha unito a quella di altri artisti come lei. “Insieme ad altre quattro scultrici non vedenti, abbiamo creato l’associazione Mano sapiens: realizziamo le nostre opere e a volte organizziamo esposizioni. Viviamo lontane, chi a Roma, chi a Milano, chi a Cattolica, ma non abbiamo bisogno di incontrarci: parliamo attraverso Skype, per noi è lo stesso, tanto non ci vedremmo comunque!”.
 
Oltre a realizzare mostre collettive, le “mani sapienti” si sono date un ambizioso obiettivo: incoraggiare le persone non vedenti a indagare nel settore artistico creativo e a fruire del patrimonio artistico accessibile. “Un patrimonio che si sta arricchendo anno dopo anno», fa notare Lucilla, «anche grazie all’impegno di tante associazioni. Tra queste, vera e propria pioniera è l’associazione Museum, che ha iniziato questo lavoro già negli anni Ottanta. Peccato che spesso i percorsi tattili, all’interno di mostre e musei, siano così poco frequentati”.
 
Colpa di una cultura e di un pregiudizio che Lucilla D’Antilio vuole combattere. Come? A partire dalle scuole e in particolare dagli insegnanti. “Spesso gli studenti ciechi vengono esonerati dalle materie artistiche perché si ritiene che non possano produrre nulla. Questa è una limitazione molto grave, perché in tal modo sono esclusi da un settore espressivo importante soprattutto per chi non vede dalla nascita, che nell’arte può trovare uno strumento di conoscenza e comprensione di forme altrimenti difficili da immaginare. Pensiamo a un albero, a una casa, a una collina: grazie all’esplorazione tattile di un’opera, una persona nata cieca può associare un’immagine a questi nomi”.
 
È soprattutto per questo che oggi Lucilla D’Antilio si impegna, realizzando corsi di formazione per gli insegnanti: “Sono stata contattata dall’istituto Romagnoli di Roma, un tempo scuola speciale per non vedenti, oggi centro di formazione per insegnanti: qui, dal 2017, tengo un corso di approccio all’arte per insegnanti di sostegno e di educazione artistica. Si chiama “Vivere l’arte” e comprende due incontri teorici con la direttrice del museo tattile Anteros di Bologna, sei con me e un incontro finale presso un museo con percorso tattile. Io mi soffermo sulla metodologia di approccio allo studente non vedente e presento tutto il materiale didattico di supporto, che ho realizzato io stessa attingendo alla mia esperienza di progettista. Con questi sussidi”, assicura, “riesco a far comprendere perfino la prospettiva a una persona che non l’ha mai vista. E a spalancare agli studenti ciechi quella porta che, per dieci anni, io ho tenuto chiusa, sempre con l’intimo desiderio di riaprirla”.

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