SuperAbile






In Tempo libero

Notizie


Il teatro strumento di sostegno sociale? Dalla disabilità alle dipendenze, l’esperienza di “Oltre le parole”

Il presidente della onlus Pascal La Delfa: “Nei prossimi mesi il teatro sarà strumento utile per combattere gli effetti psicologici del Covid-19”. L’associazione è capofila di un progetto Ue per combattere l’esclusione sociale

20 maggio 2020

ROMA – Organizzazione mondiale della sanità e ministero della Salute hanno pubblicato notizie sugli effetti psicologici della quarantena e del post pandemia da Covid-19: paure, perdita di controllo, stigma sociale. Una questione, avverte l’Oms, che i governi dovrebbero mettere in primo piano. Uno strumento che “nei prossimi mesi potrà essere mezzo importante di inclusione, partecipazione ed integrazione sociale” è il teatro sociale. Ne è convinto è Pascal La Delfa, drammaturgo, regista, docente e conduttore di laboratori teatrali, presidente dell’associazione “Oltre le Parole”, capofila del progetto europeo ReStoRe, Recognition of the social theatre operator as a professional to tackle the risk of social exclusion, avviato a fine 2019 e quantomai attuale in questo momento, il cui obiettivo è definire a livello europeo (coinvolti fino al 2022, oltre all’Italia, Irlanda, Polonia, Portogallo, Slovenia e Spagna) ambiti, metodologie e competenze degli operatori di teatro sociale per combattere l’esclusione sociale.
 
Pascal La Delfa, perché il teatro può essere strumento di sostegno sociale e può combattere l’esclusione?
Innanzitutto perché in teatro le differenze sono sempre una risorsa e mai un problema. Si impara che "l'altro da me" è occasione di arricchimento, possibilità di scoprire risorse proprie mai considerate, opportunità per vedere le cose da altri punti di vista. Fare teatro significa necessariamente sospendere il giudizio sull'altro e su se stessi, e questa possibilità si può estendere anche al territorio, a chi partecipa come spettatore. Un conto è vedere centinai di clandestini che sbarcano sulle nostre coste. Un altro è conoscere le loro storie e sapere che scappano da qualcosa di cui noi in qualche maniera siamo responsabili, anche se inconsapevolmente.
 
Teatro sociale, teatro terapeutico… L’uomo pratica dagli albori della sua esistenza, il teatro è connaturato appunto all’umano: non ci sarebbe bisogno di aggiungere nessun aggettivo… o sì?
Il teatro è sempre sociale. Altrimenti diventa elucubrazione filosofica o al massimo esercizio letterario. Gli aggettivi sono quelle cose che qualcuno mette quando non è in grado di riconoscere l'essenza delle cose stesse. Ecco che ho bisogno di inserire la parola "sociale" dopo "teatro" per distinguere il teatro con la T maiuscola (quella delle ribalte celebri, dei finanziamenti "automatici", dei nomi famosi) da quello realizzato con soggetti con evidenti disagi. Si fa fatica a comprendere che quello che si chiama teatro sociale è realizzato appunto con soggetti disagiati, ma non per loro, bensì per tutta la società. Non si va a teatro per riaffermare le proprie idee e conoscenze, ma per metterle in discussione.
 
Lei lavora da anni per il riconoscimento della figura professionale dell’Ots, operatore di teatro sociale (che è diventato anche un marchio registrato), la sua associazione Oltre le parole ha attivato una formazione specifica e da 15 anni vengono svolti corsi in diverse città italiane (Milano, Roma, Bari, Prato e Rimini). A che cosa viene preparato un operatore di teatro sociale, qual è il suo bagaglio?
Deve essere un esperto in questo: non mettere la performance come primo obiettivo, rispettare i tempi di ciascuno, trovare varie possibilità espressive, capacità di elaborare i propri strumenti per andare incontro alle diversità dei singoli gruppi. L'Ots per primo è costretto a sospendere il giudizio su se stesso e sugli altri per poter fare il suo lavoro. E questa sua necessità di essere sul "qui ed ora" diventa una chiave di lettura e una modalità di lavoro: per "giocare al teatro" non è importante quello che hai fatto, non è necessario che mi racconti chi sei, è importante che tu abbia voglia di mettere in gioco il te stesso di adesso e voglia darti una possibilità di cambiare. L’Ots deve avere una formazione pedagogico-psicologico-educativa di base, ma anche una formazione artistica. Certamente il teatro può essere terapeutico e fare bene (o male, se usato in maniera errata, proprio in virtù del suo potenziale) ma a chiunque, senza che sia considerato una "cura". Inoltre, l'affiancamento a chi fa questo lavoro è indubbiamente il modo migliore per imparare, così come una qualsiasi attività "artigianale". Ecco, l'operatore di teatro sociale è un artista che più assomiglia a un sarto: capacità e competenze per fare abiti "su misura" per ciascuna delle persone con cui mette a disposizione la sua arte, e con la disponibilità a sacrificare la propria "firma" in bell'evidenza sull'abito per lasciarla senz'altro nel risvolto interno, magari sulla tasca della giacca più vicina al cuore.
 
La figura dell’Ots è al centro di un progetto Erasmus Plus. Che tipo di contributo si intende apportare?
Non avendo la forza di cambiare le cose dall'interno, abbiamo pensato che poteva essere una opportunità agire dall'esterno, ovvero tramite l'Europa. Così come in Italia, l’Ots è diffuso da tempo (con altre denominazioni) in diverse nazioni. L'idea è stata di mettere insieme diversi partner per portare in Europa la discussione in merito a quella che riteniamo sia una nuova professione, esistente e non riconosciuta, a metà strada tra un "artista" e un "arteterapeuta" (professioni invece riconosciute), in quanto diversi sono competenze e obiettivi. Per questo il progetto mette in rete le esperienze a livello europeo. I partners che abbiamo scelto hanno competenze diverse e la provenienza differente non è solo geografica ma anche come approccio, metodologie, campo d'azione.
 
Ci sono Paesi in Europa che più di altri fanno da apripista? 
Nei paesi dove l'artista ha più considerazione, anche le attività che lui svolge nel sociale hanno più riconoscimento sia a livello giuridico che economico. Nello stesso tempo però, laddove (come in Italia) si è lavorato spesso "a testa bassa", senza aiuti o riconoscimenti, le competenze e i professionisti che si occupano di teatro nel sociale sono molti e preparati. Poi certamente vengono sempre fuori delle eccellenze come il lavoro dei Taviani con la compagnia del carcere di Rebibbia che vince l'Orso d'Oro al Festival del Cinema di Berlino, o nomi come Pippo del Bono che col suo lavoro con la disabilità è conosciuto in tutto il mondo...Ma tanti professionisti lavorano nell'ombra e hanno da insegnare e dimostrare il valore del loro lavoro nel sociale. In questo l'esperienza italiana è davvero avanti.
 
Lei ha lavorato e lavora con le disabilità. Che valore apporta il percorso teatrale?
Alcuni anni fa ebbi la fortuna di lavorare con una cooperativa di utenti adulti con disagio psico-fisico. Ma gli utenti erano troppi per una sola classe, quindi decidemmo di dividere abbastanza casualmente il gruppo in due sottogruppi. Ebbene, nonostante il gruppo di partenza vivesse durante la settimana sempre insieme e condividesse tutte le altre esperienze tranne il teatro, e che le disabilità nei due gruppi erano più o meno bilanciate, il percorso che abbiamo fatto con i due gruppi fu profondamente diverso, così come l'elaborato finale del percorso. Ciò è stato possibile grazie alla intelligenza della cooperativa di mettere sempre gli stessi operatori di sostegno nei rispettivi gruppi di lavoro. Grazie a questa esperienza, gli operatori hanno percepito la necessità di adattare le proposte agli utenti fuori dal percorso standard, certamente più comodo a volte anche solo per abitudine. Il percorso teatrale, in virtù della sua necessità di scoperta continua e imprevedibile, apporta un valore di conoscenza rapida e profonda in pochi passi.
 
Con l’Istituto Serafico di Assisi ha lavorato di recente con i genitori dei giovani ospiti con disabilità plurime. Perché si è scelto di lavorare sui genitori-caregiver? 
L'idea è nata da una mamma particolarmente combattiva e nello stesso tempo illuminata e pronta a lottare contro abitudini e pregiudizi del mondo, come solo una mamma genitore di un ragazzo disabile può fare. Una volta diventata presidente dell'associazione genitori, fa una proposta "sconvolgente": proporre un'attività per i genitori, anziché per i ragazzi. Ricordo che al primo incontro eravamo in 4. Pian piano si aggiungono altri genitori, comprendono che quegli incontri non sono sedute di terapia ma nello stesso tempo sono "curativi" per l'anima e rimettono in moto corpo e mente. I problemi dei loro ragazzi certamente non spariscono, ma l'incontro degli altri genitori attraverso altre modalità rispetto a quelle solite, fa cambiare l'approccio tra loro stessi. Alcuni tra loro, nonostante avessero i figli in Istituto da parecchi anni, non avevano mai scambiato una parola. Ecco che invece si riscoprono "persone" oltre che “genitori di”. Anche per noi (eravamo in due a condurre il gruppo) c'era una sorta di paura perché l'utenza era nuova, ma si è trovato un percorso di gioco, faticoso a volte (non solo fisicamente ma anche per le implicazioni psicologiche della storia di ciascuno dei partecipanti che in qualche modo le proposte teatrali facevano scaturire). Si è messa in piedi una piccola performance, partendo anche da scritti creati dalle suggestioni dei registi, con esibizione pubblica nel nuovo teatro della struttura (fortemente voluto e sostenuto dagli stessi genitori). I feedback dei partecipanti, su base volontaria o richiesti dai conduttori, si possono sintetizzare in poche parole: gioia, gratitudine, scoperta.
 
Molta parte della sua attività è dedicata al teatro nelle tossicodipendenze. Che tipo di lavoro viene svolto?
 In questo caso il lavoro è focalizzato su due elementi: il corpo e la testa. I ragazzi che possono partecipare alle attività di teatro in comunità devono avere innanzitutto un tempo necessario di permanenza nella struttura ed essere ritenuti idonei dai loro stessi responsabili. Viene subito detto loro che fare parte del gruppo sarà li impegnerà molto: per studiare, principalmente, ma anche (nel momento in cui si andrà verso la realizzazione di uno spettacolo) per costruire oggetti di scena o dedicarsi alla ricerca o alla creazione di costumi e scenografie. Una parte del percorso è dedicato alla riscoperta del proprio corpo, umiliato e a volte irrimediabilmente offeso dalle pratiche di vita precedenti all'ingresso in comunità. Poi si lavora sulla relazione con l'altro. Sul rispetto di se stessi e quello degli altri. E ci si confronta con "la testa".  Non solo con suggestioni di testi, ma anche con proposte di creatività. Niente a che vedere mai con il proprio passato, non è necessario. Le opere d'arte (sia quelle dei grandi autori che quelle proprie) possono essere già piene di metafore e piani di lettura senza necessità di divenire autobiografie. Diciamo che proviamo a "sublimare" il vissuto attraverso l'esercizio artistico. Proporre dei brani di Ovidio, Dante o Ariosto a ragazzi che a volte a malapena riescono a leggere potrebbe sembrare ambizioso e fuori luogo, ma invece è superare questi limiti e apprezzare la bellezza e la modernità dell'opera d'arte che alla fine funziona. E questo è in sintesi il nostro lavoro, perché per il resto c'è la loro vita già di per sé densa e inimmaginabile.
 
Lei ha detto: "Lavoro con il teatro, poi quando esce il mostro ho bisogno del supporto di esperti, di psicoterapeuti, di educatori…". Cosa è capace di rivelare il teatro?
 Gli anfratti più profondi di ciascuno di noi. Andiamo a scavare nelle cantine. Vi si possono trovare i ricordi più belli, a volte dimenticati, o i mostri più brutti chiusi lì sotto ma mai spariti. Questo lavoro di "riesumazione" può essere utile a sciogliere dei nodi ma è capace anche di destabilizzare un equilibrio. E' perciò importante avere chiaro il percorso, sapendo che il teatro ha una potenza immediata e straordinaria. Nel momento in cui si trova qualcosa di inaspettato o di previsto ma concordandolo con gli operatori di riferimento, è necessario che il nostro lavoro finisca lì e che sia consegnato agli esperti. Il teatro può tirare fuori dei capolavori ma anche dei mostri. In nessuno dei due casi andrebbero lasciati a loro stessi.
 
Presso la comunità di San Patrignano, lei coordina una compagnia stabile e i vostri spettacoli entrano nei cartelloni di importanti teatri italiani. Prima del lockdown, la compagnia a cosa stava lavorando?
Stavamo lavorando sul concetto di "cavalieri erranti", che sarebbe stato anche il titolo dello spettacolo. Errante nella doppia accezione di "andare senza una meta" e "sbagliare". L'idea era quella di mettere in scena dei "teatranti erranti" che disquisivano di grandi figure cavalleresche, dall'ariostesco Orlando al "folle" Don Chisciotte. Lo spettacolo avrebbe dovuto debuttare in anteprima a Rimini in occasione dei festeggiamenti di Fellini e poi in prima nazionale al Cucinelli di Solomeo a Perugia. Al Piccolo di Milano dovremmo andare a settembre. Ma da fine febbraio la comunità ha giustamente scelto il percorso di chiudersi a qualsiasi attività esterna per tutelare la salute dei ragazzi, alcuni di loro immunodepressi. La tutela ha funzionato e non si è registrato alcun caso di contagio, nonostante la Provincia di Rimini sia stata tra le più colpite d'Italia. Per la caratteristica strutturale della Comunità, non mi è stato più possibile interagire con il gruppo neanche dall'esterno, salvo qualche raro saluto avvenuto tramite gli educatori. Per me è stato molto frustrante non poter proseguire, e lo è tuttora. So che la maggior parte del lavoro fatto col gruppo andrà perso, sia perché nel frattempo alcuni ragazzi usciranno dalla comunità, sia perché il lavoro fatto con loro è come una delicatissima piantina che va annaffiata pochissimo ma con costanza. Se gli dai troppa acqua muore, se non la annaffi tutti i giorni muore lo stesso. Non so dunque cosa troverò quando sarà possibile tornare.
 
Nelle comunità terapeutiche italiane in generale il teatro è assente o, quando è presente, lo è con esperienze brevi, destinate ad accendere energie positive per poi concludersi in maniera monca. Eppure gli esiti, laddove lo si pratica, danno riscontri positivi (abbassamento dell’ansia e del ricorso a farmaci, rafforzamento dell’autostima, presa di consapevolezza del proprio vissuto e della propria identità): non sarebbe urgente una riconsiderazione che porti a un uso strutturato delle tecniche teatrali?
Non posso che essere d'accordo. Il teatro in questi contesti non può essere pensato per lavori di un'ora o due ore a settimana e per "laboratori" di pochi mesi". Questo richiede lungimiranza, la possibilità di avere spazi adeguati, di retribuire i professionisti da coinvolgere. Nello stesso tempo, i professionisti devono potersi immergere all'interno della struttura (che è un percorso riabilitativo e nello stesso tempo "detentivo") e poter interagire sistematicamente con gli altri operatori (educatori, psicologi). Infine, produrre qualcosa di "visibile" che possa dimostrare anche all’esterno l'efficacia del lavoro. Questo richiede una visione. Il teatro dovrebbe essere visto come un mezzo, non come un "passatempo", e quindi bisognerebbe dedicare risorse e persone preparate e disponibili ad accettare il contesto di lavoro mantenendo la propria individualità professionale.
 
Nella ricostruzione anche emotiva e psicologica che ci attende nelle fasi post Covid-19, l’associazione “Oltre le parole” mette a disposizione i suoi esperti per realizzare progetti di “teatro nel sociale” sul territorio e nell’immediato.
Mettiamo a disposizione l'esperienza di lavoro in condizioni di disagio e con persone disagiate, perché in questa fase chi è in dis-agio siamo tutti noi. Lo faremo con la prudenza che abbiamo imparato, ma anche con la consapevolezza che l'arte è un bellissimo modo per comunicare il proprio essere, il proprio vissuto, il proprio stato d'animo. Fin qui non abbiamo parlato di ansiolitici, di medicine, di ricoveri, di suicidi, di femminicidi, di distanziamenti sociali oltre che fisici, di nuovi pregiudizi verso i presunti untori... Eppure siamo consapevoli che tutto questo è accaduto in questi mesi di quarantena. Possiamo decidere di seppellire il tutto nella nostra cantina, consapevoli che prima o poi tornerà fuori, o affrontarlo e farlo diventare qualcos'altro, magari di artistico e piacevole.

Proprio come diceva Jacques Copeau: “Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti… E’ lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui”.

di Elisabetta Proietti

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati