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Pesce d’aprile, in scena la storia di rinascita di Cesare Bocci e Daniela, colpita da un ictus nel 2000

Un ictus al cervelletto pochi giorni dopo il parto, il coma per quasi un mese. E poi la riabilitazione, la rinascita e la vita di oggi. Cesare Bocci porta in scena per l'Italia la storia d’amore e di speranza della sua famiglia

10 febbraio 2020

BOLOGNA – Era il primo aprile del 2000. Mia era nata da pochi giorni e la sua mamma Daniela la stava per allattare. Poi un dolore improvviso, un ictus al cervelletto. Daniela restò in coma quasi un mese. Da dove ripartire, allora? “Dall’amore, ovviamente”. A parlare è Cesare Bocci, papà di Mia e marito di Daniela. E su quell’amore, su quel percorso di rinascita come coppia e come famiglia, è germogliato anche “Pesce d’aprile”, lo spettacolo interpretato, scritto e diretto da Cesare Bocci – il volto televisivo di Mimì Augello del Commissario Montalbano e di tante fiction di successo – e Tiziana Foschi, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico scritto da Bocci e dalla moglie Daniela Spada. Lo spettacolo racconta come anche una brutta malattia possa diventare un atto d’amore. I due protagonisti sul palcoscenico, come Cesare Bocci e la sua compagna nella vita reale, metteranno a nudo tutta la loro fragilità, dimostrando come all’improvviso possano crollare le certezze e come si possa risalire dal baratro, grazie a un pizzico di incoscienza, tanto amore e altrettanta voglia di vivere. “Quello che è successo quel primo aprile l’ha raccontato molto bene Daniela nel libro – spiega l’attore marchigiano –. È come quando sei in mare in mezzo ai cavalloni: ridi, salti, sei felice. Noi eravamo così: una figlia appena arrivata, tanti progetti, tanti sogni. Poi, però, arriva un’onda più forte delle altre, che con violenza ti inchioda sott’acqua, e tu non sai più dove sei”.


Come ci si rialza da un’onda così violenta? “I primi giorni sono stati un turbinio di incombenze alle quali non ero assolutamente pronto. La rete di amici e famigliari è stata determinante”. E sul lungo periodo? “Respirando, bevendo, mangiando, nutrendoci anche di amore. Muovendo un passo alla volta, perché poco alla volta ti ritrovi a camminare”. Nel corso della pièce si delinea il profilo di una donna, prigioniera di un corpo che smette di obbedirle, e di un uomo, che da compagno di vita diventa bastone, nutrimento, supporto necessario. Una lotta alla riconquista della propria libertà, che ha lo scopo di trasmettere messaggi di positività e forza di volontà, anche di fronte alle sfide più difficili che la vita ci impone: “Daniela è una forza, è ironica, è divertente. Dopo l’ictus, ho scoperto un’altra Daniela e mi sono innamorato una seconda volta. Scrivendo il libro – che abbiamo scritto insieme ma separatamente – abbiamo scoperto un sacco di cose l’uno dell’altro”.
 
“Prima i lettori, oggi le facce del pubblico: sempre più ci stiamo rendendo conto di quanto abbiamo fatto bene a scrivere un libro e uno spettacolo. Sulle pagine e in scena portiamo questi 20 anni di vita, tra risate e divertimento, ma anche delusioni e dispiaceri. In molti di riconoscono nelle nostre parole, per questo il messaggio che vogliamo lanciare è: ‘Può succedere a tutti, e a quel punto non ti resta che trovare nella vita, nelle persone care, in te stesso, la forza per ripartire’”. Daniela si è rimessa in piedi, più coraggiosa di ogni pronostico: ha ripreso a guidare, si è inventata una nuova professione e ha recuperato giorno dopo giorno il rapporto speciale con la figlia. Com’è la vostra vita oggi? “Come quella di tutte le famiglie che hanno al loro interno un ‘problema’ di disabilità. Le nostre giornate sono organizzate in base a ciò che si può o non si può fare, tenendo conto delle necessità di tutti”.
 
Quello di Bocci con la disabilità, è un rapporto che affonda le radici anni fa. Con la mamma, infatti, si aggregava ai treni dell’Unitalsi marchigiana verso Lourdes. “Chiaramente, l’esperienza diretta di Daniela è molto più forte. Ma è anche grazie a quello che ci è successo che ho potuto conoscere la meravigliosa esperienza di Anffas Macerata”. Bocci racconta di quando, anni fa, gli chiesero di diventare testimonial dell’associazione: “Andai da loro, ma temevo il contraccolpo. Avevo quasi paura, pensavo: ‘chissà quanta sofferenza’. Beh, mi sbagliavo di grosso. Altro che sofferenza: ho trovato così tanto amore, solidarietà, accoglienza. Lo dico sempre: se uno può, vada a conoscere le attività di Anffas: è un bellissimo modo per affondare tante paure. Perché quello che consideri diverso, visto da vicino smette di fare paura”.

di Ambra Notari

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