SuperAbile







Chiara Bersani (performer) e il potenziale dei corpi

Convive con l’osteogenesi imperfetta e ha cercato di "virare in positivo il fatto di non essere idonea a un determinato tipo di formazione teatrale", preclusa per via della sua fisicità. Così ha preferito corsi, residenze artistiche, progetti e registi disposti ad accoglierla

14 agosto 2019

ROMA - "Non voglio più essere un’eccezione. Vorrei che sempre più autori, registi, coreografi e curatori iniziassero a vedere nella variabilità della forma, e nei corpi non conformi, esclusi o rifiutati, un potenziale artistico e non solamente un rischio. Vorrei che si uscisse dal pensiero narrativo per cui uno spettacolo con un attore o un performer appartenente a una qualsiasi minoranza, debba necessariamente affrontare tematiche relative a essa. E desidererei vedere un’assunzione di responsabilità da parte del teatro italiano nei confronti di tutti quei corpi che per forma, identità, appartenenza, età, provenienza o genere, faticano a trovare uno spazio in cui far esplodere le loro voci". Questo, in sostanza, il pensiero espresso da Chiara Bersani, 34 anni, poliedrica performer piacentina con osteogenesi imperfetta, sul mensile “Superabile Inail”. Ma la sua riflessione è molto più profonda. "Esiste una scuola di pensiero che sposa l’idea che un corpo disabile abbia una forza rappresentativa maggiore, più emotiva o comunque differente. In parte è vero. Per anni il pensiero egemonico è stato quello, ed è stato fondamentale altrimenti io non sarei qui. Ma è una filosofia che temo, perché rischia di essere l’unica possibile. Invece vorrei che la disabilità a teatro diventasse la normalità, e che un attore disabile potesse interpretare anche Goldoni, per esempio. Non vorrei più corpi esotici sul palco, ma l’opportunità di scegliere la propria strada professionale senza dover per forza abbracciare quella retorica che vede nel corpo disabile una maggiore espressione di sensibilità o di potenza. Il corpo a teatro è sempre al centro dell’attenzione, la disabilità non dovrebbe esserlo".
 
La riflessione di Chiara è dovuta in parte alla sua esperienza personale. "Sono vittima, ma non in famiglia, di quel pensiero dominante per cui chi ha una disabilità fisica importante debba puntare tutto sull’intelletto, silenziando il proprio corpo. Ho iniziato a recitare alle superiori. Poi, fortunatamente, ho mosso casualmente i primi “passi” all’interno dei laboratori di Lenz Rifrazioni di Parma – dove mi ero trasferita per studiare psicologia –, una compagnia di teatro sperimentale che fa dell’uso del corpo e della ricerca espressiva la propria bandiera e che lavora da tempo con persone con disabilità psichica, intellettiva e sensoriale. Lì ho scoperto il potenziale scenico dell’orizzontalità". Ma quando a 22 anni ha abbandonato l’università perché ha capito che voleva fare del teatro il suo mestiere, però come freelance, sono iniziate le prime difficoltà. "Ero una figura nuova ed è stato complicato". Allora "ho cercato di girare in positivo il fatto che non fossi idonea a un determinato tipo di formazione, più tradizionale, classica e stabile, che mi era stata preclusa per via della mia fisicità, e ho iniziato a cercare corsi, residenze artistiche, progetti europei e autori disposti ad accogliermi". Studiare ai workshop di teatro e danza della Biennale di Venezia, abbracciare il campo della ricerca o affiancare come osservatrice Jérôme Bel a Parigi e Bruxelles durante la preparazione di “Gala”, evento collettivo che riunisce danzatori e non in un percorso di decostruzione della danza, è stato davvero importante per lei. Chiara è approdata così alle arti visive performative contemporanee: "Un mondo più aperto, che richiede meno definizioni e permette di essere più liquidi nel modo di lavorare", e che le ha dato la possibilità di sperimentarsi anche come autrice e regista.
 
“Gentle Unicorn”, la sua ultima performance e il suo primo assolo teatrale, prodotto dall’associazione culturale Corpoceleste e selezionato anche tra i 20 progetti chiamati a far parte del network europeo di danza Aerowaves per il 2019, è invece "uno sprofondamento fisico che dovevo provare per mettere un punto al mio stare in scena. Una riflessione sul corpo politico e su tutti i significati che il corpo ha nei momenti in cui si incontra o si scontra con la società e che gli vengono attribuiti dagli altri", con il mito dell’unicorno a fare da simbolo fragile, sradicato, perfetta vittima sacrificale per chiunque desideri riempirlo di significati. Una lunga e lenta avanzata verso il pubblico – a terra e senza carrozzina – per dare agli spettatori il tempo di osservare le sue forme, stupirsi, annoiarsi, cercare altro o semplicemente abituarsi e stare a vedere cosa succede. "Anch’io vedo gli spettatori, cercando di instaurare con loro una relazione fatta di sguardi". Non è la prima volta che Chiara Bersani riflette sul corpo e sulle diverse possibili forme per la propria persona. "Come artista, volutamente scelgo di lavorare sul mio corpo disabile. Ma non vorrei mai che questo fosse l’unico modo possibile. Vorrei solo che si guardasse di più al talento, al di là della condizione di ciascun attore". Prossimamente Chiara Bersani sarà impegnata con il progetto “Pisaetos, Itaca”: due spettacoli il cui debutto è previsto nel 2020; il primo, “Moby Dick”, è stato commissionato da una compagnia svedese, mentre il secondo, “I canti delle balene”, verrà co-prodotto da Alessandro Sciarroni dell’associazione culturale Corpoceleste. Lei però non sarà in scena, ma tornerà di nuovo a vestire solo i panni dell’autrice. (mt)

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