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Vado dove voglio. E nulla mi ferma. Intervista allo scalatore Andrea Lanfri

Nel 2015 una meningite fulminante gli ha portato via entrambe le gambe e sette dita delle mani. Ma è diventato un campione dell’atletica paralimpica, senza mai dimenticare la sua vecchia passione per l’arrampicata. E ora punta a conquistare la cima più alta del mondo: l’Everest

3 agosto 2019

ROMA - Ci sono persone convinte che iniziare a pensare a una vita migliore sia già cominciare a costruirla. Persone che, più di altre, con il loro esempio sono in grado di ispirare chi gli sta intorno. Perché se è vero che, nella vita di ognuno, c’è un prima e un dopo, in quella di Andrea c’è un filo conduttore che unisce le due fasi della sua vita. Prima del gennaio 2015, prima di quello che Andrea chiama “un piccolo intoppo” – una meningite fulminante con sepsi meningococcica che gli porta via entrambe le gambe e sette dita delle mani – Andrea era un appassionato di montagna, trekking, scalata, alpinismo. Dopo ha continuato a essere tutto questo e ancora di più, tanto da diventare un modello per tanti ragazzi e ragazze che cercano la maniera migliore per riappropriarsi delle loro esistenze. Lucchese, classe 1986, oggi Andrea Lanfri è anche uno dei punti di riferimento della Nazionale italiana di atletica paralimpica. In pista preferisce la velocità, in particolare la staffetta 4x100. Ma oggi la sfida esce dalle piste di gara per arrivare sino alla vetta più alta del mondo: l’Everest. O ha intervistato, per SuperAbile Inail, Stefano Tonali.
 
Dopo aver scalato il Monte Rosa e il vulcano Chimborazo in Ecuador, si sta preparando alla conquista dell’Everest. Cosa vuol dire, per lei, il concetto di sfida?
“Operazione Coming Back To Life” è il nome che ho voluto dare a questo progetto, perché richiama l’ultima grande arrampicata che ho portato a termine prima della malattia e che mi ero ripromesso di ripetere. Così, nel luglio del 2017 ho voluto riproporla proprio come la prima volta, per ripartire da dove avevo lasciato. Anche se sono la prima persona con amputazione ai quattro arti a praticare alpinismo e arrampicata libera la cosa non mi spaventa affatto, anzi è motivo di grande stimolo. Fra piste di atletica e nuove vette conquistate, quest’anno ho coronato il sogno di salire la cima alta di Lavaredo (2.999 metri). In condizioni normali sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma ora non è più così scontato.
 
Quali sono le fasi del progetto?
Nel luglio 2018 ho conquistato la vetta del Monte Rosa (4.554 metri), poi è stata la volta del vulcano Chimborazo, in Ecuador. Infine, il progetto si concluderà con il tetto del mondo: l’Everest. Un cinese amputato ai piedi è riuscito nell’impresa, io sarei il primo con quattro amputazioni (poco sotto al ginocchio e con solo due pollici) a portarla a termine. Insieme alle altre sfide, questa è la dimostrazione che nel 2019 sono la stessa persona che ero prima del 2015.
 
Dopo la malattia aveva pensato di lasciare l’arrampicata. Cosa l’ha spinta a continuare?
Non ho mai pensato di lasciare l’arrampicata. Ci sono stati tanti fallimenti, anche per via della scarsa preparazione fisica: dopo circa sette mesi di fermo, fra cui cinque di ospedale, ero arrivato a pesare 40 chili. Ho messo in stand-by le mie due passioni, arrampicata e alpinismo, per iniziare una nuova disciplina: l’atletica. Per tutto il 2016 mi sono dedicato alla corsa e allenato in palestra. Grazie a questo allenamento e a una maggiore conoscenza dell’utilizzo delle protesi, nel 2017 ho potuto fare ritorno alla roccia e all’alpinismo. Sapevo che avrei ripreso, era solamente questione di tempo.
 
In ogni disciplina c’è un campione al quale ci si ispira. Nell’arrampicata ha qualche modello di riferimento?
No, non mi sono ispirato a nessuno, né per la corsa né per l’arrampicata. Era tutto dentro di me. La sfida principale è sempre stata con me stesso. Voglio continuamente migliorare. Un giorno, in ospedale, ho promesso a me stesso che sarei tornato a fare quello che facevo prima. Mi sono sbagliato… ora faccio di più.
 
Atletica, arrampicata, alpinismo e ora anche la pubblicazione della sua biografia Voglio correre più veloce della meningite. Come organizza le sue giornate?
Le mie giornate sono piene di impegni. Scandite tra lavoro, allenamento fisico e allenamento di respirazione, insieme a uscite fra amici e arrampicate. Nel libro racconto la mia storia, dal coma alle piste di atletica, per finire con la montagna e le arrampicate. Mi piace sapere di aver aiutato qualcuno che, come me, ha avuto il suo “intoppo”, e questo mi rende ancora più felice e motivato a fare meglio. Faccio quello che mi piace, non sto a pensare se ho le protesi o no. Non mi faccio problemi mentali, perché i veri limiti sono proprio quelli.
 
So che è molto attivo nelle campagne per le vaccinazioni...
Fin dall’inizio della mia nuova vita, sono sempre stato pro vaccini e, nel mio piccolo, cerco di sensibilizzare il più possibile al vaccino. È vero che io ora corro, arrampico e seguo le mie passioni ma arrivare sin qua mi è costata tanta fatica e dolore. Per una puntura non vale proprio la pena rischiare. Vaccino sì!
 
Leggendo la sua storia possiamo proprio dire che il suo motto è: non mollare mai.
Be’, sì, un po’ l’ho sempre avuto dentro. Se mi metto in testa di arrivare in quel punto, posso cadere anche mille volte, ma prima o poi ci arrivo.

di Stefano Tonali

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