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Calimala: l’arte dei tessuti

Ogni giorno un gruppo di persone con disabilità frequenta il laboratorio artistico della cooperativa Kepos, imparando a rielaborare le emozioni attraverso i colori. Dai loro dipinti nascono foulard pregiati e belli da indossare

14 aprile 2019

ROMA - “Il giorno in cui mi sono svegliata, la mia vita la vedevo così: fuori il buio, dentro tanta voglia di vivere. Rosso, tanto amore per i miei figli. Verde, tanta speranza. Marrone, la cicatrice che esiste ancora oggi”. La cicatrice di Mariateresa è il frutto di un evento traumatico, che le ha cambiato la vita per sempre, rendendola tetraplegica. Fino al 21 novembre 2006, Mariateresa viveva una vita normale, lavoro, famiglia, due figli piccoli. Da quel giorno, invece, parla muovendo gli occhi e indicando le lettere su una lavagna trasparente. Ha perso l’uso delle braccia e delle gambe, e si sposta in carrozzina. Ha ritrovato il gusto di vivere disegnando, associa i colori al suo stato d’animo. I suoi quadri raccontano la vita, prima felice, poi drammatica, oggi in bilico tra serenità e depressione.
 
Mariateresa (la cui storia è raccontata sulla rivista SuperAbile Inail) frequenta La bottega di Kepos, laboratorio artistico del centro diurno della cooperativa sociale Kepos di Prato. Qui le persone con gravi disabilità esprimono gioie e dolori sulla tela. Spiega Francesco: “Il blu rappresenta la tensione e il disagio che provo quando non mi sento compreso e non riesco a esternare i miei problemi. Il rosso e il verde esprimono i sentimenti di affetto per gli amici. Il giallo è la gioia che sento quando la luce del sole illumina la giornata. Il rosso è la sensazione piacevole che mi pervade quando mi sento realizzato e in pace con me stesso”.
 
Sensazioni riversate sulla tela, pennelli alla mano e smalti nel bicchiere. Addosso una “spolverina” gialla col proprio nome. Il risultato sono quadri dalle pennellate fugaci e frenetiche, dove angoscia e felicità si fondono. Caleidoscopio di colori, bellezza e sofferenza. Per loro, non è facile dipingere. Hanno le mani contratte, si muovono a fatica, spesso con gesti scomposti. Ma ci sono gli educatori che li seguono passo passo. Dipingono tutti assieme nell’atelier artistico della cooperativa, officina dell’arte, fabbrica della vita che dev’essere vissuta. La musica rock sparata dallo stereo, i pennelli che scorrono sulla tela. E loro che sorridono, sorridono senza fine, felici di esprimere se stessi attraverso la pittura.

Da queste immagini di scintillante bellezza nascono i foulard del progetto “Calimala-Atelier del tessuto”, una collaborazione tra Kepos, Fondazione Claudio Ciai, Museo del Tessuto di Prato e Fondazione CR Firenze. La manifattura Tex 90 digitalizza le immagini realizzate all’interno del laboratorio e le trasforma in stoffe pregiate. Chi le indossa non può dimenticare chi le ha create. Come Niccolò, che muove soltanto una mano e per dipingere sgocciola lo smalto sulla tela, sognando Pollock. O come Alessandro, che muove le braccia come se disegnasse cerchi concentrici. E poi c’è Laura, che partecipa alle attività pur avendo la necessità di star sdraiata sul lettino. Pierpaolo, che parla attraverso lunghi suoni vocali e dice “no” muovendo la testa. E Francesco, che ha cominciato a “vivere” dopo un concerto di Renato Zero. Marco, che parla e ride, infilando pennellate per tenere a bada le proprie insicurezze. E Silvia, che indossa un casco per evitare di farsi male durante gli improvvisi attacchi epilettici. Fabio, paralizzato dopo un incidente d’auto a 18 anni e oggi pittore ironico e disinvolto. Ernesto, innamorato dei colori e del rosso, tinta della passione. Sara, con la sua gamma di rosa e azzurri e il giovane Alessio, alle prese con spugne e pennelli.

Uomini e donne, ragazzi e ragazze che si raccontano attraverso l’arte. Restano qui, nella sede di Kepos, dalle 8 alle 16. Un centro diurno convenzionato con la Asl. Non solo arte, tantissime le attività sociali degli ospiti. Kepos in greco significa giardino. Non è un caso. Questo vecchio capannone è diventato un piccolo Eden. Ci sono gli ulivi, la bouganville, le piante d’alloro. E ci sono gli educatori che stimolano le persone con disabilità, le imboccano a pranzo, gli reggono il pennello per disegnare, si occupano della loro assistenza e del loro benessere. “Non esiste pietismo”, assicura la presidente della cooperativa Tamara Michelini. “Per i nostri ragazzi la vita al centro è come un lavoro, attraverso l’arte c’è il riconoscimento della loro dignità. Chi compra i foulard, non li compra per fare un’opera di bene, ma perché sono oggetti bellissimi”. Lo sono davvero, tessuti pregiati disegnati con passione, spontaneità e tanto impegno.

di Jacopo Storni

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