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Chiara Bersani, attrice con un corpo non conforme: "Sono un simbolo"

L'attrice ha una forma medio-grave di osteogenesi imperfetta. A lei è andato il Premio Ubu per il teatro, nella categoria under 35: "Questo è un punto di partenza per gli altri giovani attori con disabilità che ancora non hanno trovato una strada”. E chiede che la formazione dei nuovi attori sia aperta a tutti gli attori, anche a quelli "con corpi disabili"

15 gennaio 2019

BOLOGNA – E’ stata appena premiata per la categoria “Nuova attrice o performer” nell'ambito del Premio Ubu 2018 per il teatro, che ha come obiettivo segnalare “quanto di più vivo accada sulla scena italiana ed europea”. Nel riceverlo, Chiara Bersani si è descritta come un'astronauta che si avvicina per la prima volta al suolo lunare, con un corpo che, facendo eccezione alla norma, è arrivato fin lì perché tanti hanno creduto nel fatto che potesse riuscirci. Bersani considera questo premio un punto di partenza non per sé ma per gli altri giovani attori con disabilità che ancora non sono riusciti a trovare una strada: “Se io, con il mio corpo disabile oggi sono qui, a ricevere un riconoscimento così prezioso – ha detto alla premiazione -, è perché qualcuno da chissà quanti anni ha iniziato lentamente a smussare gli angoli di un intero sistema. Se il mio corpo è qui è grazie a tutti i maestri che hanno scelto di accogliermi come allieva anche se questo significava adattare i loro metodi ai miei movimenti”.
 
“Affetta da una forma medio-grave di osteogenesi imperfetta si interessa al significato politico dei corpi avviando nel 2013 un progetto di ricerca”, si legge sul suo sito. Quella ricerca l'ha portata oggi al premio Ubu, ma nel riceverlo Bersani lo pensa più come qualcosa che potrà essere utile ad altri giovani attori con disabilità. “Faccio fatica a vedere un premio del genere come una questione personale. È un premio nazionale e come tale simbolico, sempre. Siamo tutti troppo razionali per sapere che io non sono la più brava attrice del 2018, sono tra quelle che in questi anni si sono imposte per quantità di lavoro, per scelte professionali... E per chissà quante motivazioni hanno scelto di supportarmi, attraverso un voto referendario che ciascuno rende pubblico solo alla fine”. È questa la sua lettura, questo il senso che vuole dare al momento che sta vivendo.
 
“Sono profondamente convinta di essere un simbolo, anche verso un certo tipo di teatro che fino a qualche anno fa non accedeva ai premi Ubu. E non solo io, anche gli altri ragazzi che hanno vinto la sezione under35 [ex aequo Marco D’Agostin e Pier Giuseppe Di Tanno, ndr] vengono da tipi di teatro particolari, underground. C'è stata una scelta di premiare un certo movimento artistico. Questo, insieme al fatto di essere la prima interprete con disabilità fisica evidente premiata agli Ubu, mi ha fatto sentire come una piccola bandierina, qualcosa che poteva avere senso solo se avesse aperto lo sguardo su un mondo che viene troppo poco guardato, ancora molto sommerso, quello del teatro off, del teatro indipendente e degli attori con corpi non conformi che lavorano ugualmente e si formano con grande fatica”.
 
La giovane performer sa che l'entusiasmo di oggi per il riconoscimento ricevuto si esaurirà e arriveranno nuove esperienze. Per dargli un senso più duraturo e profondo, vuole dargli un respiro più ampio. “Ho avuto quello che desideravo, mi sento appagata, la mia strada ormai è aperta, sono già pronta a riprendere il lavoro – spiega -. È stato molto difficile ma ci sono arrivata, anche perché ho avuto fortuna rispetto ad altri colleghi con disabilità, che finora non ci sono riusciti non per loro incompetenza ma perché hanno fatto gli incontri sbagliati”. Spiega così la sua “scelta politica” di non ringraziare pubblicamente i registi e i coreografi che l'hanno supportata: “Loro sanno chi sono e hanno ricevuto privatamente un caloroso ringraziamento da parte mia. Ho pensato fosse meglio mettere da parte l'aspetto personale e farne una cosa che riguarda tutti, che possa sollevare una questione che resti aperta. Se non avessi fatto quel discorso non sarebbe uscito fuori dal settore che una ragazza disabile aveva vinto il premio Ubu”.
 
La questione che vuole sollevare è quella dell'accessibilità alla formazione. “Dopo tanti no a richieste di partecipare a corsi di formazione da parte di persone che non si erano confrontate con il corpo disabile e ne avevano paura, può arrivare il sì, un maestro che prova a cambiare il suo punto di vista per venirti incontro”. A lei è successo, in un percorso che definisce di “tentativi, errori, mediazioni”. Ma Bersani sente di avere avuto fortuna, vorrebbe “che fosse difficile per una persona disabile fare l'attore tanto quanto per una persona senza disabilità”. In Italia, secondo l'attrice, questo problema non riguarda solo chi ha una disabilità, ma anche, per esempio, chi non è di origine italiana: “Ci sono i progetti speciali che abbracciano le minoranze, ma un attore che non vuole lavorare in questo ambito fa molta fatica”.
 
“Alcuni 'no' mi sono stati detti con genuina ammissione di incompetenza. Al tempo no, ma ora mi fa sorridere, perché non serve una competenza specifica per avere noi in un corso, basta che uno sia capace di fare il proprio lavoro e si trovano insieme le soluzioni. Probabile che ci sia qualcuno che vorrebbe aprirci le porte ma è spaventato – riflette Bersani -. Quando ho iniziato c'era più pregiudizio verso la qualità dei lavori che ospitavano artisti disabili, allora pochissime realtà li trattavano da professionisti. Forse era dovuto al fatto che a un certo punto c'è stata un po' di confusione con le realtà che lavorano con i ragazzi disabili in un'ottica più ludico-ricreativa, che è uno scopo nobilissimo ma diverso rispetto alle produzioni con attori professionisti disabili”.
 
“L'utopia è che il disabile possa scegliere, come qualunque altro ragazzo, con quale maestro vuole formarsi, ma questo maestro non ha bisogno di una formazione specifica, semmai di un allenamento all'apertura dello sguardo – prosegue Bersani -. Per fare questo lavoro l'ultima cosa di cui si ha bisogno è una realtà a parte, con insegnanti formati apposta. È imprevedibile per un maestro che tipo di disabile avrà davanti, se in carrozzina, con stampelle, con un disturbo sensoriale. Sono talmente tante le differenze fra i corpi che la scelta intelligente è allenare gli sguardi di formatori, artisti, produttori ad aprirsi, a guardare che possibilità hanno davanti e, nel dialogo con la persona che hanno di fronte, a modificare le loro richieste. La vera formazione sarebbe imparare a osservare i corpi che si hanno davanti, e questo vale anche per i corpi non disabili, per le culture diverse”, conclude l'attrice.
 
A fine mese porterà in un tour che toccherà il Belgio e la Spagna “Gentle Unicorn”, il suo ultimo spettacolo che ha debuttato l'estate scorsa al festival Santarcangelo dei Teatri. “ È un assolo, forse il mio manifesto su tutti questi anni di lavoro sul corpo politico, sul significato che un corpo assume nel momento in cui si incontra con la società e sulle diverse letture che può ricevere. Ho scelto l'unicorno come simbolo di un corpo, di una forma che può essere riempita di significati diversi, anche contrastanti tra loro. Mi è sembrato il perfetto simbolo della riflessione sul corpo politico”.

di Benedetta Aledda

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