SuperAbile







Aborto, “restituire la parola alle donne che scelgono di interrompere la gravidanza”

Nel suo libro “194. Diciannove modi per dirlo” (Giraldi), la giornalista Camilla Endrici ha raccolto le storie di 19 donne. “In Italia si fa fatica a parlarne, il contesto colpevolizza e le donne restano in silenzio. Spero che il libro arrivi a medici e ostetriche perché capiscano che le loro parole e i loro gesti possono avere un peso importante”

10 gennaio 2019

BOLOGNA – Si è resa conto per esperienza personale che in Italia si fa fatica a parlare di aborto, per questo ha deciso di scrivere un libro, a partire dai racconti di diciannove donne. “C'è una grossa difficoltà a parlarne sia da parte delle donne che hanno scelto di abortire - anche se in Italia sono 1 su 4 - , sia da parte del personale sanitario, obiettore o meno”, chiarisce Camilla Endrici, giornalista e copywriter autrice di “194. Diciannove modi per dirlo” (Giraldi Editore). “L'atto ha ancora purtroppo una valenza negativa, quindi sia la parola aborto che la più fredda 'interruzione volontaria di gravidanza' sono usate malvolentieri dalle donne che ho intervistato. Alcune preferiscono girarci intorno, dicono 'quella cosa', 'quella scelta'. Una di loro in un'ora di intervista è riuscita a non usarla mai riferita a se stessa”.
 
Le parole che tornano nei racconti ascoltati sono sempre le stesse, in negativo e in positivo, sostiene l'autrice: “Ci sono le frasi dette male dai sanitari, i loro silenzi, le loro parole aggressive, l'atteggiamento di disprezzo e colpevolizzante, che fanno sentire la donna sporca, sbagliata, colpevole. Questo genera da parte sua silenzio, chiusura, difficoltà a comunicare, sia con le persone vicine che in un contesto di discussione più ampio – riflette Endrici -. Il silenzio sull'aborto lo rende oggetto di cannibalizzazione da parte di chi vuole parlarne dall'esterno, o farne terreno di scontro politico. Per questo ho voluto restituire alle donne che ho incontrato la possibilità di parlare in prima persona di un'esperienza intima, che loro hanno vissuto sulla propria pelle. Il fatto che sia una vicenda personale non significa che debba rimanere tappata. Va benissimo se una decide di tenerla per sé, ma non quando il silenzio è causato dal contesto colpevolizzante”.
 
La spinta iniziale a comporre questo racconto corale è venuta mettendosi nei panni delle donne che, trovandosi a dover decidere di interrompere una gravidanza, si sentono spaesate. Poi, raccogliendo le testimonianze, si è aggiunta l'attenzione per quelle che hanno l'esperienza alle spalle ma non erano mai riuscite a parlarne. “Le donne che stanno leggendo il libro e hanno abortito mi dicono che gli fa bene, le fa sentire meno sole – aggiunge l'autrice -. Ma i commenti che mi fanno più piacere sono quelli degli uomini che, quasi scoprendo l'acqua calda, dicono che il testo li ha aiutati a capire, che non immaginavano... Mi fa piacere perché, se è giusto che siano le donne a decidere sul proprio corpo, è anche vero che a volte sulla loro scelta pesa la presenza o l'assenza di un uomo”.
 
Le parole più ricorrenti nei racconti raccolti in “194” sono vergogna, rimpianto, rabbia, delusione inadeguatezza, da una parte; dall'altra, capire, rassicurare, confortare, proteggere. “Nessuna mi ha stupito, ma 'vergogna' l'ho trovata molto pesante, credo dia la misura di quanto ci muoviamo in un contesto colpevolizzante. Riguarda non tanto il gesto ma la persona che abortisce. È difficile per quelle che la provano liberarsene e andare avanti. È difficile riconoscersi la possibilità di desiderare in futuro una maternità. È la parola che mi addolora di più. Il rimpianto, invece, nella maggioranza delle donne che ho intervistato non c'era, sembra qualcosa di previsto dall'esterno”.
 
Questo libro è stato scritto anche con la speranza che infermieri, medici e ostetriche possano, leggendolo, prendere consapevolezza di quanto le loro parole, i loro gesti e i loro silenzi possano avere un peso molto importante. “Non possiamo fare in modo che gli obiettori non ci siano più, la legge non lo permette. Ma possiamo cominciare a farci domande diverse – aggiunge Endrici – per esempio, come quella che si legge sui poster comparsi in questi giorni sui muri di Bologna, con cui l'Unione atei agnostici e razionalisti invita i cittadini a chiedersi se il medico che scelgono pratichi qualche forma di obiezione di coscienza. La scelta di un ginecologo non obiettore può fare la differenza per chi deve affrontare un'esperienza come l'aborto, faticosa e dolorosa anche solo dal punto di vista fisico. Essere accolte senza pregiudizi sarebbe molto importante”. Fra le voci raccolte da Endrici c'è quella di Ilaria, che inaspettatamente ha deciso di abortire nonostante in passato avesse desiderato diventare madre. “Si è resa conto solo allora che per fortuna ne aveva diritto, mi ha detto subito. E da allora è diventata una persona più tollerante e più attenta ai diritti civili anche su aspetti che non la riguardano direttamente. Dice che non possiamo sapere oggi di quali diritti potremmo avere bisogno domani”.
 
“A mia madre, che ha detto sì” è la dedica in calce al libro e può offrirne una chiave di lettura. “Quel sì mi ha permesso di essere qui a raccontare le storie delle donne che hanno detto no. Non ho voluto esprimere un giudizio ma riconoscere un fatto. Il sì e il no, in questo contesto, hanno pari dignità”, precisa la scrittrice. “Mi sono accorta rileggendolo a un mese dall'uscita – aggiunge - che la maternità in questo libro ha un suo peso specifico. Raccontando le storie di donne che hanno scelto di abortire, giocoforza si introduce una riflessione sulla maternità. Non percorrere quella strada implica un confronto con la possibilità di essere madri”.
 
Proprio su questa possibilità, secondo Endrici, bisognerebbe invitare le e gli adolescenti a pensare in anticipo, attraverso un'educazione all'affettività da fare nelle scuole, “in modo che entrambi i generi imparino ad affrontare la propria affettività e siano in grado di fare scelte consapevoli in modo libero, senza la farcitura di sensi di colpa che ancora oggi porta a pensare all'aborto come alla soluzione a qualcosa che è andato storto, anziché come l'esito di una scelta”. “Val la pena ragionare a monte – prosegue - anche sull'immaginario fasullo e edulcorato sulla maternità, che lascia poco spazio agli aspetti dolorosi e faticosi. Alcune donne li percepiscono proprio quando rimangono incinta. Non è una questione di prevenzione, ma di avere una visione più realistica, di arrivare alle scelte più attrezzati”.
 
Un gesto accogliente può fare la differenza, come la mano posata da una anestesista sul braccio di Caterina, che sta per essere sedata prima dell'Ivg e ha appeno espresso la sua paura. “A chi avrebbe voluto farmi cambiare idea, portando argomenti, ragionamenti, giudizi, io oggi dico: posatela prima quella mano”, dice la donna all'intervistatrice. “È l'unico gesto accogliente che ha ricevuto fino a quel momento, dopo essere stata trattata come la ragazzina che aveva combinato un guaio evitabile – spiega Endrici -. Se fosse arrivato prima, Caterina avrebbe potuto vivere in modo diverso quell'esperienza, qualunque cosa avesse deciso. Se l'obiettivo di alcuni è convincere le donne a non abortire, farle sentire in colpa non è la strada giusta”.
 
Il 25 gennaio alle 19 Camilla Endrici presenterà il suo libro “194. diciannove modi per dirlo” alla Libreria Trame di Bologna (via Goito 3/c), insieme a Francesca Sanzo.

di Benedetta Aledda

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati