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Abitare condiviso, “soluzione potente contro la solitudine che stiamo vivendo”

Gabriele Danesi, fondatore e responsabile di “Abitare solidale Auser”, fa il punto della situazione: “Le case e gli appartamenti in cui convivono diverse fragilità stanno affrontando questo momento con allegria, grazie alla relazione e all'aiuto reciproco. E' un'efficace alternativa a badanti ed Rsa. Speriamo indichi una direzione per il futuro”

25 marzo 2020

ROMA – Abitare insieme fa bene e funziona, anche e forse soprattutto durante le emergenze: lo assicura Gabriele Danesi, fondatore e responsabile di Abitare solidale, servizio promosso da Auser, nato e diffuso in Toscana ma esportato e naturalmente esportabile in altri territori. “In questo momento, con tanti italiani anziani chiusi in casa, soli e preoccupati, quando ci colleghiamo con le nostre case sentiamo allegria e serenità tra coinquilini: l'aiuto reciproco, la compagnia, la condivisione rendono più leggero un momento pesantissimo. É la dimostrazione di quello in cui crediamo da sempre e da cui nasce questo progetto: se due fragilità le lasci sole, esplodono; se le metti insieme, questa esplosività in molti casi si disinnesca”.

Abitare condiviso: case, condomini e co-affitti

Ma facciamo un passo indietro. Di cosa stiamo parlando? “Lo chiamiamo 'abitare condiviso', che è diverso da cohousing. Quest'ultimo è intenzionale, mentre il primo nasce dal bisogno e coinvolge persone sole o in una condizione di precarietà o disagio. Per esempio, ora stiamo pensando a come inserire un ragazzo senza dimora, con problemi mentali perché è stato torturato in Libia, poi ha visto morire la sorellina in mare e ora rischia di rimanere per strada. Abbiamo diverse tipologie di abitare condiviso, ma due sono gli elementi caratterizzanti: primo, la fragilità degli abitanti, che possono essere anziani soli, ma anche donne vittime di violenza, cassintegrati, senza dimora... Il secondo elemento è la gradualità: l'abbinamento avviene innanzitutto sulla carta, poi attraverso alcuni incontri di conoscenza. E si può sempre tornare indietro”.
 
La prima tipologia di “abitare condiviso” è quella delle case: “Appartamenti veri e propri, con una camera per ogni ospite, bagno e cucina condivisi. Sono case che ci vengono segnalate dagli stessi proprietari, soprattutto anziani che in molti casi si trovano a vivere da soli in spazi troppo grandi per le loro esigenze e difficili da gestire per le loro possibilità. Si offrono quindi come candidati, o ci vengono segnalati dai servizi sociali: e noi, dopo le opportune verifiche, cerchiamo possibili abbinamenti. Quando tutto va a buon fine, inizia la convivenza, sulla base di un comodato d'uso gratuito precario dello spazio (nessun canone d'affitto) e di patto abitativo, che riassume tutte le condizioni definite dai coabitanti. In questo momento seguiamo nove appartamenti di questo tipo, per un totale di circa 25 ospiti, per lo più anziani. Tutte esperienze che stanno continuando, nel rispetto del Dpcm, che monitoriamo in visita o, adesso, per lo più da remoto: e constatiamo quanto sia efficace rapporto di auto mutuo aiuto in una fase come questa”.
 
Poi ci sono i “condomini solidali”, edifici per lo più di grande pregio, in cui vivono famiglie o nuclei in appartamenti autonomi con funzioni e spazi esterni condivisi: persone in difficoltà inserite, per un periodo che va dai 6 ai 36 mesi, in contesti di grande bellezza e intraprendono, nel frattempo, percorsi di autonomia, formazione, ricerca di un lavoro, con il nostro sostegno psicologico. “In questo momento – riferisce Danesi - ci sono quattro condomini di questo tipo, per un totale di circa 60 persone. Anche qui tutto continua, nel rispetto delle regole ”.
 
C'è poi una terza tipologia di “abitare condiviso”: il co-affitto. “Il mercato immobiliare è un mostro senza alcuna caratteristica sociale – spiega Danesi - Se per il proprietario non è vantaggioso affittare a una persona sola un monolocale a 600 euro, noi individuiamo un trilocale e lo facciamo affittare a due persone, ciascuna delle quali paga la sua quota”.

Modello promosso a pieni voti

In questo momento, “stiamo seguendo costantemente circa 173 persone, oltre la metà delle quali sono anziani. Alcuni di loro sarebbero in strada, altri comunque sarebbero soli. In questi giorni riceviamo segnali bellissimi, come gli anziani che ci chiamano per presentare la propria candidatura come ospitanti. Questo continua a succedere, mentre io avevo paura che, con l'emergenza e la paura del contagio, i proprietari non aprissero più la loro porta per ospitare. Gli anziani si stanno rendendo conto che forse il lusso di gestire tutta la propria casa non è più un lusso, ma potrebbe essere una prigione. Amministrazioni e istituzioni dovrebbero mettere in evidenza queste forme di abitazione, che sono valide ed efficaci alternative badanti, Rsa ecc.” Alcuni esempi di questo successo? “Una persona con ritardo mentale ospita da tempo un ragazzo nordafricano: ci manda costantemente le foto di lui e del suo coinquilino mentre mangiano insieme a un giovane con problemi di lavoro. Quando, in questo periodo di isolamento, ci colleghiamo con loro soprattutto tramite Skype, li vediamo ridere insieme e vivere questo momento in modo allegro. Hanno costruito una sorta di fortino nella loro abitazione, percepiscono la potenza di avere qualcuno accanto: sentire qualcuno che russa nella camera accanto, se ieri ti dava fastidio, oggi ti dà la certezza che c'è vita accanto a te”.

Abitare condiviso, una lezione per il futuro. E due proposte

Se il bilancio di quest'esperienza è oggi assolutamente positivo, potrebbe segnare una strada per il futuro. Ed è proprio questo che si augura e chiede Danesi: “Il tema dell'abitare condiviso è un tema di comunità. Vivere insieme significa non solo vivere spazi ma vivere relazioni, pur sottraendo qualcosa alla propria libertà. La dimensione che stiamo vedendo tornare in questo periodo - come i saluti dai balconi, i rapporti di vicinato, l'aiuto agli anziani - deve essere mantenuta e trasferita non solo a chi ha fatto una scelta ma a tutti”. Danesi traduce quindi quest'auspicio in due proposte concrete. La prima riguarda gli alloggi popolari, “che ospitano una nutrita popolazione di anziani, spesso in spazi sovradimensionati e con camere vuote. Perché allora non permettere e incoraggiare la coabitazione anche in questi contesti, favorendo la relazione e l'aiuto reciproco?”. La seconda proposta interseca il tema, cruciale in questo momento, del rilancio economico post-emergenza, soprattutto nel settore della ricettività. Riguarda l'affitto turistico: “Ora si sta diffondendo la tendenza rapace ad affittare agli infermieri, magari a 400 euro per una stanza. Perché allora, come ente pubblico, con una rete di soggetti del privato sociale, non si dà vita a spazi virtuali in cui, chi prima aveva alloggi su Airbnb, li mette a disposizione come forme di abitare condiviso tutelati?”. In generale, “speriamo e chiediamo che queste esperienze di abitare condiviso e solidale, che oggi dimostrano tutta la loro potenza ed efficacia sociale, segnino una direzione da seguire e un modello in cui investire, per tornare a fare comunità e ad affrontare, più preparati, le prossime sfide”. (cl)

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