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Coronavirus: la quarantena mette a dura prova la vita nelle comunità terapeutiche

Francesco Cicchi, presidente di Ama Aquilone, racconta cosa sta succedendo nelle sette strutture collegate in rete, tra timori e coraggio

18 marzo 2020

CASTEL DI LAMA (AP) – “Niente visite dei familiari e uscite o verifiche degli ospiti. Niente tirocini, niente servizio civile. I fornitori possono accedere, ma solo quelli dei beni essenziali e provvisti di guanti e mascherina. Nelle nostre comunità non può entrare nessuno, se non gli addetti, già da giovedì della scorsa settimana. Nello stesso giorno ci siamo dati una auto regolamentazione valida per tutti i dipendenti: solo casa e lavoro, chi contravviene deve comunicarlo alla direzione aziendale. Ho messo in ferie tutti quelli che potevo mandare e quelli che erano stati fuori sede per svariati motivi. Nei nostri centri vivono bambini appena nati, adolescenti, donne e uomini con patologie correlate, il mio, il nostro dovere è tutelare la loro salute fisica e psichica”. Francesco Cicchi, presidente della cooperativa sociale Ama Aquilone, una delle realtà più rappresentative delle Marche in termini di assistenza e attività socio-sanitaria, racconta il difficile momento dovuto all’emergenza Coronavirus che stanno affrontando le sette strutture collegate in rete: Casa Ama (per l’assistenza di persone tossicodipendenti), Casa Aquilone (per la  comorbilità psichiatrica), Casa La Bussola (centro di orientamento e diagnosi per tossicodipendenti), Casa Augusta Agostini (per ragazze tossicodipendenti con figli), Casa La Navicella (struttura socio educativa per ragazzi adolescenti), Casa Santa Gemma Galgani (per bambini molto piccoli e mamme con figli) e il centro diurno. “E’ stata la decisione più dura – spiega Cicchi – perché in 37 anni di attività le nostre comunità hanno sempre lavorato, ininterrottamente”.
 
All’interno delle strutture qual è la situazione in questi giorni?
“Stiamo affrontando giorni difficili, ragazzi che spesso cadono nello sconforto, la motivazione a restare diventa difficile. Ci sono momenti di forte esasperazione, bambini che sono ormai chiusi da giorni, giovani con problematiche psichiatriche che vengono invasi dai loro mostri, ma dietro a tutto questo c’è anche un risvolto umano molto importante: siamo tutti più nudi, più veri, la fatica, la paura che possa succedere qualcosa ci ha avvicinato molto”.
 
Ogni chiusura stravolge la vita delle persone. Per chi decide è una grande responsabilità…
“Sì, si sente forte il peso della responsabilità, di dover prendere decisioni che impattano sulla vita delle persone. Ieri si è deciso di chiudere il nostro centro diurno, speriamo che i ragazzi a cui verrà meno questo servizio riusciranno a essere responsabili, a non farsi del male. Sono molto preoccupato, ma il mio compito è prendere decisioni e non mi sottraggo. Per fortuna non sono solo in tutto questo, ci sono operatori, direttori di sede, addetti, che si stanno prodigando con passione ed enorme pazienza, dando prova di grande professionalità e senso del dovere, affrontando i momenti difficili sempre con estrema calma e propositività. Sono orgoglioso di ognuno di loro. Oggi due addette a servizi collaterali hanno deciso di rimanere a dormire in uno dei nostri centri per tutta la prossima settimana, una scelta che mi ha riempito il cuore”.
 
Messi in sicurezza gli ambienti si inizierà la conta dei danni.
“I danni economici iniziamo già a sentirli: abbiamo chiuso Ama-Terra (marchio di agricoltura sociale con prodotti biologici venduti al pubblico n.d.r.), l’agenzia Ama Lavoro è chiusa, l’agenzia Ama Formazione pure, l’ufficio comunicazione è chiuso, tranne un’addetta. E’ tutto fermo, a parte il numero minimo di operatori che per legge devono essere al lavoro. Ma in questo momento l’importante è resistere. Spero di riuscire a garantire gli stipendi, per il resto ci attrezzeremo per ricostruire tutto quello che questa pandemia avrà distrutto”.
 
Una quindicina di bambini sotto i 13 anni, una ventina di neonati, 19 ragazzi con comorbilità psichiatrica, 13 mamme tossicodipendenti con figli, altrettante persone nel Cod, una trentina di uomini e donne nella struttura principale. E otto ragazzi del centro diurno che da oggi sono a casa.

Cosa vuol dire a questo piccolo esercito di persone che dipende dalle vostre cure?
“Che è un momento difficile ma non bisogna mollare. I ragazzi fanno fatica, i loro familiari, che pure li sentono ogni giorno, sono molto preoccupati e chiamano in continuazione per avere notizie, sarà anche per la distanza. Abbiamo giovani che arrivano da tutta Italia, da Tolmezzo a Messina. Stiamo cercando di mantenere aperti gli sportelli per il gioco d’azzardo patologico: li abbiamo diradati ma non sospesi, con servizio in sicurezza, perché c’è stato detto che non se ne poteva fare a meno. Ma è una grande prova tenere aperti i servizi in queste condizioni. Il diurno lo abbiamo mantenuto ancora per una settimana, ma era diventato molto pericoloso e abbiamo dovuto rinunciare. A tutti dico che è difficile, ma di resistere. Passerà e ne usciremo migliori di prima”.

di Teresa Valiani

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