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“Atelier Alzheimer”, a Grosseto laboratorio di stimolazione cognitiva per malati

Si tratta di un progetto della Cooperativa Nomos, aderente a Co&So, con sede a Bagno a Ripoli (Firenze) che ha la gestione operativa di uno dei progetti più rivoluzionari mai creati nell’assistenza per i malati di Alzheimer.

11 luglio 2019

FIRENZE – Arriverà anche a Grosseto il progetto “L’Atelier Alzheimer incontra i Musei”. Si tratta di un progetto della Cooperativa Nomos, aderente a Co&So, con sede a Bagno a Ripoli (Firenze) che ha la gestione operativa di uno dei progetti più rivoluzionari mai creati nell’assistenza per i malati di Alzheimer. “Atelier Alzheimer” è un laboratorio di stimolazione cognitiva per persone affette da patologia a carico del sistema nervoso centrale (es. demenza di tipo Alzheimer, demenza vascolare, etc.) con sintomi comportamentali e cognitivi manifestati lievi o di media entità, mirato a sviluppare e attuare opportune azioni volte al contenimento dei sintomi ed al mantenimento delle capacità residue dell’utente.

L’idea è nata da un progetto realizzato dal Centro Studi Orsa e da AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer), finanziato dalla Regione Toscana, patrocinato dalla Società della Salute FI-Sudovest, in collaborazione con l’Azienda Sanitaria Fiorentina e con il coordinamento dell’Ambulatorio per i disturbi cognitivi.

I partecipanti dell’Atelier Alzheimer del Centro Anziani Anconella a Firenze hanno potuto partecipare a una serie di incontri al Museo Marino Marini di Firenze organizzati per sperimentare strategie di comunicazione diversa con le persone affette da demenza a partire dalle esperienze d’arte che si possono fare al museo.Nel percorso si alternano: momenti per i caregiver (familiari e professionali), attività al Museo per tutti (persone con demenza, familiari e operatori dell’Atelier), laboratori creativi presso l’Atelier.

“Il progetto che ora “migra” anche a Grosseto – spiega il presidente della cooperativa Nomos, Francesco Manneschi - offre all’utente l’opportunità di svolgere una attività “ri-abilitativa”, che rallenti la perdita delle funzioni correlata alla progressione della malattia per garantire la miglior qualità di vita possibile e un vantaggio arriva anche per il familiare o il badante che si occupa di assistere il malato e che può imparare un nuovo lavoro di cura proposto nel laboratorio da trasferire nell’ambiente familiare”.

di Jacopo Storni

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