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Roma, verso la chiusura dei laboratori sociali. “Regresso sicuro”

Sono 65 gli adulti con disabilità, tra i 20 e i 50 anni, che oggi frequentano i laboratori socio-lavorativi avviati nel 2004 dalla Comunità Capodarco: ceramica, pasta fresca e restauro mobili. Il nuovo bando allarga la platea ma non prevede continuità ed esclude gli over 50. Protestano le famiglie

8 luglio 2019

ROMA – “I laboratori sociali sono una parte fondamentale della vita dei nostri figli. Perderli significherebbe per loro un regresso sicuro”: così Giovanni Lo Giudice, del “Comitato Noi per i Laboratori Sociali” e tra i fondatori di questa realtà, spiega le ragioni della protesta che le famiglie hanno organizzato, ieri, sotto l'assessorato alle Politiche sociali del comune di Roma.
 
La storia. “I Laboratori sono nati nel 2004 da un'idea della Comunità Capodarco di Roma, con l'aiuto di alcune famiglie. Nel 2009 sono stati riconosciuti dal Comune come strumento utile per soggetti disabili con residue capacità da valorizzare. La convenzione, dopo 9 anni, nel 2018 non è stata rinnovata, per problemi amministrativi. Ci siamo ritrovati così, a gennaio, senza copertura finanziaria. La Comunità Capodarco, con l'aiuto di noi familiari, si è fatta carico di mandare avanti comunque quest'esperienza per tre mesi, fin quando si è avuta prima una proroga e poi un mini bando della durata di sette mesi, con scadenza a luglio”.

 

Il nuovo bando. Il rischio, molto concreto, è che quindi restino presto a casa le 65 persone che oggi frequentano, ogni giorno per quattro ore al giorno, i diversi laboratori sociali: uno per la produzione di pasta fresca destinata alla Caritas, uno di ceramica e uno di restauro di mobili. I più giovani hanno 20 anni, i più anziani poco più di 50. Si tratta di persone le cui fragilità ricoprono un ampio spettro: dall’autismo alla sindrome di Down, fino al ritardo mentale. “Per tutti loro quest'esperienza è fondamentale, lo dico con certezza, come padre di un figlio disabile di 47 anni, che li frequenta da molti anni. Ho visto con i miei occhi mio figlio cambiare, grazie alla valorizzazione delle sue capacità. E il pensiero che tutto questo possa finire ci riempie di angoscia”.
 
Il motivo della preoccupazione risiede in due “vizi” del nuovo bando. Primo, “diversamente dagli altri, questo non prevede la continuità per gli utenti che già frequentano i laboratori. La platea si è allargata, è vero, perché il nuovo bando prevede 108 posti: peccato che questi siano suddivisi equamente tra le diverse Asl, senza tener conto della differente consistenza numerica della popolazione”, spiega Lo Giudice. Il secondo “vizio” consiste nel fatto che “questo bando fissa inspiegabilmente un tetto di età, riservando l'esperienza agli under50. Ma solo tra i 65 utenti attuali, una quindicina ha più di 50anni”.
 
La protesta. Ecco perché ieri una delegazione delle famiglie ha protestato, sotto l'assessorato, esibendo striscioni che chiedevano “continuità per i ragazzi dei laboratori sociali” e la delegazione ricevuta dai funzionari ha portato sul tavolo le proprie preoccupazione e richieste. “Perché Roma Capitale intende vanificare il lavoro fin qui fatto? - domanda Lo Giudice - Quale sarà il destino dei nostri familiari e dei nostri figli? A queste domande, nulla di sostanziale ci è stato però risposto, ma abbiamo ricevuto solo vaghissime promesse. Chiediamo quindi un confronto con Roma Capitale perché ai nostri figli e congiunti sia garantito l’inserimento nei laboratori, a fronte di questo bando che consideriamo assurdo. Indietro non torniamo. Roma Capitale si prenda l’impegno dell’inserimento o garantisca attività alternative adeguate da concordare con noi famiglie – sottolinea Lo Giudice –E chiediamo anche una proroga: cosa dovrebbero fare i nostri familiari nel tempo in cui Roma Capitale sarà impegnata ad espletare le procedure di questo bando? Stare a casa? In quali condizioni? Ai fini della continuità assistenziale e dei progetti individuali certificati, chiediamo a viva voce che fino all’assegnazione del nuovo servizio sia garantita una proroga all’attuale gestore. Il rischio è che l’aggiudicazione avvenga nel 2020. Siamo stanchi di subire disservizi. Siamo genitori stanchi: la disabilità sia una responsabilità collettiva. Chiediamo attenzione e la chiediamo a viva voce, ferma restando la nostra volontà di procedere anche con una manifestazione pubblica, perché forte è la preoccupazione per il destino dei nostri figli, che rischiano di perdere, improvvisamente, un punto di riferimento, un luogo di socialità e di formazione, in cui sperimentano e valorizzano le proprie capacità e vivono ogni giorno la possibilità di avere un ruolo attivo nella comunità”.

di Chiara Ludovisi

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