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Dafne, la sindrome di Down e il toccante racconto di una relazione

E’ uscita nelle sale in coincidenza con la Giornata mondiale il film di Federico Bondi che vede l'esordiente Carolina Raspanti nei panni di una ragazza di 35 anni con un lavoro, un padre da aiutare e la sindrome di Down. Un'opera che non parla di una diversità ma di un rapporto. Il regista: "Con lei siamo diventati amici"

22 marzo 2019

ROMA - Arriva nelle nostre sale il 21 marzo, Giornata Mondiale della sindrome di Down. E' Dafne (regia di Federico Bondi), un film toccante, sincero, da vedere tutto d’un fiato fino al poetico finale. Vincitore del Premio FIPRESCI nella sezione Panorama all’ultimo Festival di Berlino, Dafne è la storia di una ragazza di 35 anni, che ha la sindrome di Down, ha un lavoro che le piace e vive serenamente con i genitori. La morte improvvisa della madre (che fino a quel momento si era occupata di lei) getta il padre nella depressione, e sarà proprio la figlia a dargli la forza per reagire. Un padre che, parlando con un’estranea mentre Dafne è in un’altra stanza, confessa come, dopo la sua nascita, per qualche giorno non avesse voluto neppure vedere quella figlia "mongoloide". “Incontrando alcuni genitori - ci racconta il regista Federico Bondi - ho visto che lo spiazzamento è grande quando nasce un figlio con sindrome di Down: in tanti, soprattutto i padri, mi hanno raccontato che non riuscivano ad andare all’ospedale; uno se ne andò per un mese, lasciando la moglie da sola. E il termine usato allora era proprio quello inserito nel film”. Ancora adesso i pregiudizi sono tanti, ma il punto è un altro: “Il problema non è tanto la diversità, quanto l’inclusione”, riflette il regista. “Ho frequentato associazioni, ho parlato con genitori e psicologi, e ho capito che l’opportunità di dividere qualcosa con i normodotati, che sia un ballo o un canto, o il lavoro, insomma la condivisione di qualcosa di concreto, è fondamentale. Se invece sono relegati tutti insieme tra le mura di un’associazione hanno meno stimoli”.
 
Dafne non è un film solo sulla sindrome di Down, sull’inclusione, sulla questione diverso/normale. Ci riguarda un po’ tutti, ed è da seguire con attenzione, abbandonandosi alla dolcezza con cui è raccontato, rendendosi conto che si sta assistendo a qualcosa di reale, la vita e la forza che l’esordiente Carolina Raspanti ha portato nel film. “La partenza, il centro di tutto, è stata l’immagine, alla fermata di un autobus, di un padre anziano con una figlia, che mi ha smosso qualcosa”, confessa il regista. “È come se avessi voluto sviscerare quel racconto, e l’ho cercato in Carolina. Volevo raccontare il suo rapporto con i genitori, la storia di questi due superstiti, di un padre e una figlia che si riconoscono in quanto tali. E insieme riescono a far fronte a un lutto”.
 
Dafne, in fondo, non è la storia di una diversità, ma di un rapporto. La protagonista non è mai vista come qualcuno che deve essere salvato, o che deve affrontare grandi ostacoli. Anche quella camminata in montagna verso la tomba della madre non è difficile, “basta allenarsi”. Dafne non va protetta dalle emozioni, ma le vuole vivere: “Che se la prenda lei la pasticca per non piangere. Io voglio piangere” dice a un’infermiera.
 
“È un film che parla di tutti noi, delle nostre risorse, del bisogno e della capacità che abbiamo di ricominciare” riflette Bondi. “Carolina ci porta questo: ogni cosa per lei è una conquista. Lei conosce il potere liberatorio del pianto. C’è una pillola per qualsiasi cosa, per dormire, fare l’amore, per l’ansia. Lei non ha bisogno di nulla, non vuole nulla perché ha gli altri, sa che ha bisogno degli altri. Un interlocutore la rende felice, a tal punto da abbracciarlo. Un abbraccio per lei può durare cinque minuti”. A proposito, il regista ci svela un aneddoto curioso avvenuto durante la lavorazione. “Carolina mi chiedeva sempre: “Ma hai pianto? Perché non hai pianto? Mi ha fatto una testa così perché fumavo, e secondo lei avevo bisogno di piangere. Dopo il montaggio, a una delle prime proiezioni, mi ha detto: ma ora che il film è finito hai pianto? Avresti bisogno delle pasticche per piangere”.
 
Dafne sindrome di Down Film Carolina è Dafne e Dafne è Carolina: la carica vitale, la naturalezza con cui vive ogni cosa sono le sue. “Ho rivisto L’ottavo giorno, un film dove il coprotagonista è un ragazzo con sindrome Down, un bel film che però spesso andava in atmosfere surreali”, argomenta il regista. “Io ho voluto evitare scivolamenti nel realismo magico. Carolina mi ricordava quanto fosse importante rimanere con i piedi per terra. Da qui anche la scelta della forma più semplice ed efficace possibile senza trasformare in intrattenimento la disabilità”.
 
Carolina Raspanti mette in scena una storia scritta in una sceneggiatura, che però nasce da lei. “La sceneggiatura nasce grazie all’amicizia che ho instaurato con Carolina, alla quale rubo pianti, aneddoti, storie che lei mi ha raccontato, e così i suoi genitori”, rivela Bondi. “C’è un lavoro di ricerca importante, senza il quale avrei avuto dubbi su tutto. Poi a lei quella sceneggiatura non l’ho mai data. Non sapeva nulla della storia, ogni volta le raccontavo la scena, le davo le battute che erano state scritte. Voleva dimostrare che è in grado di recitare, che è un’attrice. Per dirigere un attore così devi concentrarti sulle condizioni, fare in modo che lei reagisca. Quando deve piangere ti devi inventare degli stratagemmi, e sapevo che se avessi messo Come mai degli 883 lei avrebbe pianto. La festa che le fanno alla Coop è una sorpresa vera, e la reazione è autentica”.
 
A proposito di Coop, Carolina lavora realmente qui, come la sua Dafne, e si muove bene tra questi scaffali. Ed è la dimostrazione che le persone con sindrome di Down possono, anzi devono lavorare, ed è per questo che si battono molte associazioni oggi. “Il suo lavoro è sacro, lavora alla Coop da 12 anni ed è la sua passione” ci spiega il regista. “È una delle risorse che ha, insieme agli amici e ai colleghi”. Abbiamo chiesto a Federico Bondi come ha reagito Carolina all’esposizione mediatica in occasione dell’uscita del film. “Alla domanda 'cosa pensi di fare con il cinema', dice 'non è la mia massima aspirazione, a meno che non ci sia Raoul Bova', racconta sorridendo il regista. “Quando mi ha chiamato per commentare il premio vinto a Berlino, mi ha detto: 'Comunque, Federico, il merito è anche tuo'. Io le ho detto: 'Tu hai fatto cinque settimane di lavoro, io due anni!'. Ora dice: 'Il merito è soprattutto di Federico'. A Berlino, sul palco per presentare il film, ha detto: 'Signori questo film è bellissimo, è un capolavoro'. Quello che pensa dice e quello che pensa fa. A differenza mia, che penso una cosa e ne faccio un’altra. Si dà delle regole e rimane in queste. La lezione di Carolina è anche questa”. (Maurizio Ermisino)        

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