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Minori in comunità, “il criterio economico non va d’accordo con la qualità dei servizi”

Parla Nunzia Bartolomei, vicepresidente del Consiglio nazionale dell’Ordine assistenti sociali. “Non c’è motivo perché i comuni chiedano un ‘preventivo’ alle comunità, se non per abbassare le quote. Con conseguenze su aspetti importanti. Il costo è l’ultimo dei criteri”

13 giugno 2018

ROMA – Tra i Tribunali che dispongono l’allontanamento di un minore dalla famiglia e un comune che si trova a dover collocare il minore stesso in una struttura di accoglienza (chiedendo spesso di calmierare i costi), rischia di trovarsi schiacciato l’assistente sociale. Una figura professionale importante, quella che più da vicino segue la vicenda del nucleo familiare da cui il minore viene allontanato, quella che meglio di tutti conosce le esigenze del minore stesso. Con le risorse presenti nelle casse comunali, però, ecco che l’inserimento di un bambino in una comunità procede spesso con la logica del minor costo, spesso addirittura dopo richiesta di un vero e proprio “preventivo” richiesto dal comune alla comunità di accoglienza. Ma è logico tutto ciò? Lo abbiamo chiesto a Nunzia Bartolomei, vicepresidente del Consiglio nazionale dell’Ordine assistenti sociali.
 
“Ci sono delle linee di indirizzo, delle normative a cui l’ente locale - con in testa il sindaco - si può appellare per definire l’appropriatezza degli interventi. Capisco il calo di risorse e le difficoltà in cui si trovano i servizi sociali. Ma è responsabilità dell’ente locale anche confrontarsi con gli enti superiori, per esempio le regioni, per vedere garantito il finanziamento e, dunque, la qualità di un servizio così delicato”, afferma la Bartolomei.
 
E aggiunge: “Questi approcci economici sono sicuramente discutibili e acquisiscono le sembianze di una vera e propria gara. Una tendenza non appropriata, soprattutto per due motivi. In primis si induce al ribasso, e questo criterio raramente va d’accordo con il criterio fondamentale della qualità. In seconda analisi, non dovrebbe essere necessario perché oltre alle opportunità e all’adeguatezza di un servizio, anche il costo è definito nel progetto che la singola comunità fa in fase di accreditamento.Vale a dire nel momento in cui la struttura presenta il proprio progetto di accoglienza! Insomma, i comuni sanno che quella determinata struttura offre quei servizi a fronte di quelle rette giornaliere. E non c’è motivo di chiedere un preventivo, se non per abbassare le quote. Con conseguenze anche su altri aspetti, e sui lavoratori stessi della struttura”.
 
Per Nunzia Bartolomei, infine, un altro problema è che si tende a muoversi solo sulla base di un dispositivo della magistratura. “Il rischio è quello di ledere il diritto del bambino o della famiglia – conclude -. Infatti l’accoglienza in una comunità si può fare anche in accordo con la famiglia. Non solo, a volte si può ritenere utile far stare il ragazzo vicino al proprio nucleo familiare, altre volte è importante allontanarlo, anche solo per un periodo. Dunque il costo è l’ultimo dei criteri con cui approcciare questo tipo di problemi!”.
 
E la stessa cosa vale per le strutture di accoglienza. “Ci sono casi in cui una determinata struttura, a causa della tipologia di ospiti presenti in quel momento, non è adatta ad accogliere un minore. Ecco che, allora, sono tanti i requisiti e i criteri da valutare. E quello economico non può essere in alcun modo il criterio predominante”. (daiac)

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