SuperAbile







Sitting volley: l’azzurra Giulia Aringhieri racconta questo sport e la crescita della nazionale italiana

“La forza della nostra squadra è il gruppo. L’ambiente è molto piacevole e divertente, abbiamo un’intesa forte, abbiamo condiviso momenti intensi e abbiamo saputo portare al centro del gruppo una parte delle nostre storie”

11 luglio 2020

ROMA - Il sitting volley spiegato da Giulia Aringhieri. Trentatre anni, livornese, la Aringhieri è una delle giocatrici più rappresentative della Nazionale Italiana. Con la casacca azzurra ha conquistato l’argento Europeo e la qualificazione ai Giochi Paralimpici di Tokyo, mentre con la maglia del Pisa si è laureata tre volte campionessa italiana. “Il sitting volley ha fatto la sua prima apparizione a una Paralimpiade nel 2004 ad Atene – spiega – in realtà, questo sport nasce nei Paesi Bassi nel 1956, anche se le sue basi furono gettate addirittura negli anni Quaranta del secolo scorso con la sport terapia del medico tedesco naturalizzato britannico Ludwig Guttmann”.



“La differenza principale tra la pallavolo e il sitting volley è che si gioca seduti a terra – prosegue – ci sono poi alcune regole che si differenziano da quello per i normo, come il muro sulla battuta, con il giocatore che batte che entra subito in campo e il resto della squadra che deve essere pronto a ricevere la palla che può tornare in campo toccata immediatamente dal muro. Altra regola fondamentale è che il giocatore, al tocco della palla, deve avere dal sedere alla parte superiore degli arti a terra, cioè, una parte del corpo deve toccare terra. Il campo, poi, è più piccolo – prosegue – si gioca comunque sempre sei contro sei e le strategie e le tecniche di gioco sono paragonabili alla pallavolo. La rete, infine, è alta un metro e quindici per gli uomini, un metro e cinque per le donne. La mia passione per questo gioco nasce vedendo giocare delle mie ex compagne di squadra – ricorda – il sitting volley lo conoscevo ma non lo avevo mai approfondito. Io nasco pallavolista e fin da bambina ho scelto questo sport e non l’ho più abbandonato: ha sempre fatto parte della mia vita. Nel 2008, a ventuno anni, mi è stata diagnosticata la sclerosi multipla – racconta – un fatto che ha condizionato la mia vita da ogni punto di vista. All’inizio, per non essere giudicata, nascondevo la mia patologia e andavo avanti, anche perché la voglia di continuare era più forte di me. Insomma, non ho mai smesso di giocare”.



“Con gli anni, poi, ho capito che non c’era niente di male e ho cominciato a crescere con la sclerosi, oltretutto, come dicevo, alcune mie ex compagne avevano iniziato a praticare sitting volley e mi hanno convinta ad avvicinarmi al giro della Nazionale”. “Essendo una sportiva, una competitiva e una amante dei giochi di squadra mi sono divertita subito e poco dopo, a cavallo tra il 2015 e il 2016, è arrivata la chiamata in Nazionale”.

“Mi alleno con il mio club a Pisa, squadra con cui ho vinto tre campionati italiani, aggiudicandomi, nel 2019, anche il premio come miglior giocatrice, mentre con la Nazionale ci vediamo una-due volte al mese nei periodi lontano dalle competizioni. I centri principali in cui ci alleniamo solo Roma e Milano, ma poi giriamo per l’Italia, dove veniamo sempre accolte a braccia aperte dai comuni italiani che ci ospitano e che ci vogliono conoscere. Nelle città dove andiamo, inoltre, incontriamo i ragazzi delle scuole, in modo da unire la parte tecnica con quella della crescita del movimento. Nei periodi più intensi di attività, cioè a ridosso delle competizioni, i nostri ritrovi aumentano a due-tre al mese, con inserimento di tornei internazionali di preparazione in vista dell’evento più importante”.



“Tokyo 2020 ci aspettava quest’anno ma abbiamo un anno in più per prepararci – confessa – si tratta della prima storica qualificazione della Nazionale Italiana, perché questa squadra è nata nel 2015, poco prima delle Paralimpiadi di Rio. Già dalle prime apparizioni abbiamo capito che in questo mondo potevamo starci bene e infatti la strada verso Tokyo 2020, che sembrava in salita e in parte lo è stata, ci ha fatto crescere come gruppo”.

“Nel primo Europeo, nel 2017, abbiamo ottenuto un settimo posto, tutto sommato un buon posizionamento, poi, nel 2018, al primissimo Mondiale cui abbiamo preso parte, siamo arrivate quarte. E’ stata un’esperienza incredibile, ma da lì è stato un susseguirsi di cose buone. Ci siamo caricate ancora di più fino ad arrivare all’Europeo del 2019 e conquistare l’argento, perdendo la finale contro la Russia, che è una superpotenza, ottenendo, inoltre, la qualificazione ai Giochi Paralimpici di Tokyo. La forza della nostra squadra è veramente il gruppo – ammette la giocatrice livornese – dalla squadra strettamente legata al campo allo staff, che è una squadra nella squadra e deve essere unito e forte insieme a noi. L’ambiente è molto piacevole e divertente, abbiamo un’intesa forte, abbiamo condiviso momenti intensi e abbiamo saputo portare al centro del gruppo una parte delle nostre storie, positiva o negativa che sia”. (a cura del Cip)

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati