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Antonio Genovese, l'allenatore in carrozzina c

Seduto sulla panchina dell’Empoli Ladies Football Club in veste di coach, quest’anno ha portato le sue ragazze in serie A. A dispetto di chi gli diceva che non avrebbe potuto allenare, dopo l'incidente strada che, nel 1991, gli ha cambiato la vita

16 ottobre 2019

ROMA - Per anni si è sentito ripetere sempre la stesa frase: “Certo che un disabile non può allenare e non può partecipare ai corsi federali per conseguire il patentino”, quasi come fosse qualcosa di scontato. Ma Antonio Genovese è una di quelle persone che non danno mai nulla per scontato, che non si fermano mai di fronte a un ostacolo e che non sanno cosa voglia dire un muro, o meglio, sanno come abbatterlo. Lo ha incontrato e intervistato, per SuperAbile Inail, Stefano Tonali.
Giorno dopo giorno, Antonio è riuscito a costruirsi il suo presente nel mondo del calcio, arrivando a ottenere prima il patentino Uefa B e poi quello Uefa A, primo tecnico con disabilità a raggiungere un traguardo del genere. Questa è la storia di un milanese classe 1977, L’allenatore in carrozzina (Lampi di stampa editore) come recita il titolo della sua biografia. Per comprendere bene questa storia, però, bisogna fare un passo indietro, fino agli anni adolescenziali e a quella passione per il calcio che non lo ha mai abbandonato. Ma soprattutto bisogna raccontare l’incidente stradale che, nel 1991, ha cambiato per sempre la sua vita. Un episodio che gli ha tolto tanto, ma che gli ha dato anche la capacità di lottare.
 
In ogni storia da raccontare, però, c’è sempre il destino che, come sottolinea Antonio, “si diverte a metterci davanti strade nelle quali non avremmo mai immaginato di imbatterci”. Un giorno di maggio del 1996, ricoverato in ospedale a Milano per una broncopolmonite, Antonio conosce l’allora presidente dell’Inter Massimo Moratti. I due chiacchierano, si scambiano idee, parlano di calcio, la grande passione di entrambi. Moratti capisce che Antonio ne sa di pallone e così gli propone di contattarlo: “Si vede che hai occhio - gli dice - quando esci dall’ospedale chiama, mi piacerebbe coinvolgerti nell’Inter”.
 
E così, da quel momento, Genovese – da sempre tifosissimo del Milan – inizia a lavorare come osservatore per i “rivali” dell’Inter, incarico che svolge con grandissima passione e professionalità per dieci anni, fino al 2006. Poi, dopo alcune esperienze sulla panchina ad allenare ragazzi di club lombardi, per Antonio arriva un’altra svolta: approda al calcio femminile, dove a oggi può vantare, tra le tante esperienze, quella con la Sovicese in serie D, quella come collaboratore tecnico con la Res Roma in serie A e, nella serie cadetta, con la Domina Neapolis Academy, l’Apulia Trani e oggi quella con l’Empoli Ladies, club con il quale quest’anno, in veste di allenatore in seconda e responsabile tattica, ha ottenuto la promozione nella massima serie. Una passione, quella per il calcio femminile, che lo ha portato a lavorare anche come talent scout per il Seattle.
 
Cosa ha voluto dire, quell’incidente, per un ragazzo di 14 anni?
L’incidente mi ha tolto la possibilità di diventare calciatore, ma non quella di allenare. Alle volte la vita ci pone davanti ostacoli duri da superare, ma poi tocca a noi rimboccarci le maniche e riscrivere il nostro percorso. Non so cosa farò e dove sarò domani, ma so per certo che non mi fermerò mai davanti a nessun ostacolo, perché, come si usa dire a Roma, città che amo e in cui ho lavorato come collaboratore tecnico di mister Melillo alla Res Roma, so’ de coccio.
 
Quanto l’ha aiutata, nel riappropriarsi della sua vita, il fatto di essere uno sportivo?
Penso mi abbia aiutato tanto, anche se all’inizio neanche me ne sono accorto, perché devo ammettere che lo sport lo praticavo più che altro per fare qualcosa. I primi tempi, quando ancora mi trovavo al centro di riabilitazione Giuseppe Verdi di Villanova d’Arda, con alcune infermiere andavo ad assistere alle partite di pallavolo della Maxicono Parma. Più tardi ho iniziato a giocare a basket in carrozzina e quando, in vista dei Giochi paralimpici invernali di Torino del 2006, è nata in Italia la disciplina dell’ice sledge hockey, ho iniziato ad allenarmi con la Polha Varese. Allenarsi il sabato, però, dopo una settimana di lavoro, era dura: per questo ho deciso di tornare al calcio, sport che avevo abbandonato per colpa di altri, di tutti quelli che mi dicevano che una persona in carrozzina non può fare il tecnico. E così oggi sono l’unico allenatore disabile professionista dotato di patentino Uefa A, con l’incarico di allenatore in seconda e responsabile tattica, ruolo che spero di continuare a svolgere anche nella prossima stagione.
 
Quali sono le differenze che ha riscontrato tra il calcio maschile e quello femminile?
Ancora oggi c’è chi pensa che il calcio femminile sia “palla lunga e pedalare”, ma non è assolutamente così: può insegnare tanto dal punto di vista tattico e non solo, perché le ragazze sono un esempio di sacrificio e abnegazione. Il denominatore comune, nel calcio femminile, è la passione. Non girano soldi, nessuna di loro può vantare ingaggi super. È solo la passione ad animarle, quella che dovrebbe esserci in ogni sport. Ricordo che quando allenavo gli uomini, alle volte mi sembrava di avere a che fare con dei robot, che ripetevano gli esercizi senza fare domande. Invece le ragazze chiedono, si informano, vogliono capire, vogliono essere a conoscenza di tutto e questo, per un allenatore, è fonte di soddisfazione.
 
Le parole muro, barriera, ostacolo cosa significano per lei?
Esistono due tipi di barriere, quelle architettoniche e quelle mentali. Le seconde sono quelle più difficili da abbattere perché, in fin dei conti, quelle architettoniche le superi, ma quelle mentali non sono certo facili da buttare giù.
 
Quali sono i suoi prossimi obiettivi professionali?
Vorrei avere la possibilità di entrare a far parte dei Gruppi sportivi militari. Ho sempre amato l’Arma dei carabinieri e mi piacerebbe poter allenare, un giorno, una sua Nazionale di calcio. Vorrei che non ci fosse alcun tipo di distinzione tra persone disabili e normodotate, non solo per gli atleti ma anche per i tecnici. Il primo caso, in Italia, in cui è stata data l’opportunità alle persone disabili di lavorare per le forze dell’ordine risale al 2010, quando il Comune di Lecce ha offerto la possibilità ad alcune di rendersi utili, vigilando, per esempio, sui parcheggi riservati, sugli scivoli e sui percorsi preferenziali. Purtroppo, penso che quello di indossare la divisa dei carabinieri resterà un sogno, ma di certo l’amore per l’Arma rimarrà sempre forte.
 
Come vede il suo futuro?
Il mio futuro lo sto costruendo ancora e non so dove arriverò alla fine del mio percorso. Quello che so è che vivrò ogni giorno al massimo.

di Stefano Tonali

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