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Wheelchair basket, il dietro le quinte fra costi e sponsor da trovare

La nostra serie A si conferma uno dei tre tornei al mondo con il maggiore tasso tecnico e agonistico. Ma fuori dal campo si fanno i salti mortali fra bilanci societari, costi esorbitanti, sponsor da trovare, un volontariato ancora prezioso e il ruolo dell'Inail. Cinque articoli per capire meglio una disciplina paralimpica fra le più amate

1 marzo 2017

ROMA – Nove squadre nella serie A, trenta nella serie B. Due categorie del nostro basket in carrozzina che difficilmente potrebbero essere più diverse di così. Il divario fra la A e la B è infatti abissale, sia dal punto di vista tecnico che economico: la stessa differenza che esiste fra un dilettantismo puro e un sistema con chiazze di simil-professionismo. Abbiamo chiesto ad alcuni dei protagonisti di questo sport paralimpico un aiuto per destreggiarci all’interno della disciplina, sul campo e soprattutto fuori dal campo.
 
“Un campionato di basket in carrozzina di serie A – racconta Silvia Galimberti, responsabile del settore basket in carrozzina della Briantea84, la formazione campione d’Italioa - ha un costo variabile da club a club, ma in media l’ordine di grandezza è di 300 mila euro annui: ci sono state squadre costate di più (500 mila), altre che si mantengono sotto quella soglia”. Dipende anche dagli impegni: i top team, che disputano le coppe Europee, chiaramente hanno necessità economiche maggiori.
 
Dato questo budget, per una società il compenso dei giocatori è una delle voci di spesa principali: “In serie A – spiega Carlo Di Giusto, coach della nazionale e per la prima parte della stagione anche del Porto Torres - militano giocatori stranieri fra i più quotati, per i quali l’attività sportiva è il solo impegno giornaliero e la esclusiva fonte di introito personale. Fra gli italiani la situazione è più varia, la gran parte devono far convivere gli allenamenti con un’attività lavorativa, con ovvie conseguenze in termini di resa finale”. “I giocatori – sottolinea Galimberti – ricevono somme adatte a vivere l’oggi, ma non certo cifre che permettano una rendita per gli anni a venire e un futuro di non lavoro. Noi a Cantù adottiamo una politica di fair play finanziario per cui anche gli ingaggi dei giocatori più blasonati sono contenuti”. Alla Briantea84, così come in molte altre realtà, ad un giocatore non si chiedono solo allenamenti e gare, ma la disponibilità ad una attività culturale più ampia, dagli incontri nelle scuole agli eventi promozionali. Insomma di essere testimonial, personaggi a tutto tondo.
 
Altro costo rilevante è quello delle trasferte: spostare una squadra di basket in carrozzina è procedura complessa e costosa. Voli e trasferimenti a terra vanno pianificati per le persone (giocatori, allenatore, dirigenti, accompagnatori vari) e per le attrezzature, a partire dalle carrozzine personali e da gara, con una crescita esponenziale di quelle difficoltà logistiche che tutte le persone con disabilità ben conoscono riguardo al diritto alla mobilità. Procedure che raddoppiano per chi disputa le coppe europee e deve spostarsi lungo il continente per gli incontri infrasettimanali. E’ proprio per abbattere il costo delle trasferte che la serie B italiana è organizzata in gironi basati sulla vicinanza territoriale, ed è per questo stesso motivo che il bilancio di una società risente moltissimo del salto dalla B alla A (a tal punto, vedi il caso Genova, da non poterselo permettere). Ci sono poi le spese collegate alla struttura dove si disputano le gare casalinghe: c’è grande varietà di situazioni, dall’impianto comunale dato in gestione diretta alla società fino alla piccola palestra di proprietà o in comodato d’uso. Gli ultimi scudetti si sono decisi nei due scenari della palestra della Fondazione Santa Lucia a Roma e nell’impianto di Seveso che ospita da ormai 14 anni la Briantea84, e che per molti è la “casa del wheelchair basket” in Italia. “E’ – spiega ancora la responsabile della società canturina - un impianto pubblico dato in convenzione d’uso: ci occupiamo noi di custodia, manutenzione ordinaria, gestione degli eventi sportivi, tabelle orarie fra le varie società che oltre a noi lo usano. Col tempo è diventata la nostra casa: abbiamo magazzini, uffici e tutta l’attività giovanile, oltre alle tribune a bordo campo per i nostri tifosi”. Numeri importanti, perché da quelle parti i mille, due mila e più spettatori, si raggiungono spesso.
 
Fra le spese ci sono poi quelle delle attrezzature. I giocatori della serie A hanno le proprie carrozzine personali (quelle più performanti valgono fino a 6 mila euro), che gestiscono in piena autonomia: normalmente ognuno ha accordi di collaborazione o di vera e propria sponsorizzazione con alcune case costruttrici e il costo non è quindi a carico delle società. Che invece sopportano i costi di manutenzione: una spesa comunque non trascurabile fra copertoni, spingiruota, bulloni, saldature e così via. Sono invece certamente a carico delle società le carrozzine del settore giovanile: “Se arriva un bambino di sette anni che vuole provare a giocare – dice ancora Galimberti - devo avere una carrozzina a disposizione, altrimenti lo perdo: non posso certo pretendere che la sua famiglia abbia da mettere sul piatto due mila euro per comprare al piccolo una carrozzina personale, senza neppure sapere se lui si appassionerà al gioco o lascerà perdere dopo poche settimane”. Ovviamente non è un obbligo avere un settore giovanile, ma è altrettanto chiaro che averlo indica la serietà di una società, o almeno il suo tentativo di incidere concretamente nel tessuto sociale del suo territorio.
 
Per coprire tutte queste spese, non c’è storia: servono degli sponsor. Uno principale, che dà il nome alla squadra, e il più alto numero possibile di seconda fascia. “Nessuno dà più soldi per fare genericamente del bene, oggi le aziende scelgono di sposare un progetto”, dice la responsabile della Briantea84, che oltre alla UnipolSai ha rapporti con una trentina di sponsor. “Servono numeri, piani, capacità di ideazione e gestione professionale: comunicazione, merchandising, promozione culturale. Le vittorie sportive ti danno visibilità e lustro ma non ti assicurano il futuro”. Dal mondo della sanità, Santa Lucia docet, ormai c’è da aspettarsi poco; dalle istituzioni pubbliche pure, con l’eccezione (ancora per quanto?) di qualche regione o comune. “Ci sono dei bandi, ma servono per allargare l’attività, non certo per avviarla o sostenerla”. “In B – dice il presidente Zappile – ci sta dando una mano enorme l’INAIL che supporta molte società soprattutto in zone come Sicilia, Campania, Molise, Puglia, Lazio”. Un impegno specifico che bissa quello più generale della fornitura delle attrezzature ai giocatori che sono assistiti Inail: un aiuto che indirettamente allevia le spese delle società di tutto il paese. “Il sostegno dell’INAIL alle società che avviano nella propria squadra degli infortunati sul lavoro è – parole di coach Di Giusto - una delle poche cose che sta davvero aiutando il movimento”.
 
Nella speranza che crescano i vivai, che la barriera economica all’accesso non deprima la possibilità che questa disciplina diventi uno sbocco naturale per tutti coloro che si muovono su una carrozzina, e in attesa che la gestione delle società diventi più professionale (è da quella parte che tira il vento), il bello di questo basket è che va avanti grazie alla passione. “Durante le partite della Briantea – confida Galimberti - abbiamo venti persone impegnate, dall’accoglienza al pubblico alla vendita di merchandising, fino allo speaker, al telecronista, a chi si occupa della musica. Sono tutti volontari, persone che investono il loro tempo gratuitamente. Senza di loro non ce la faremmo. Il solo volontariato non permetterebbe alla società di vivere, ma nel mondo paralimpico per fortuna esso è ancora un patrimonio importante. Indica la passione, la gratuità, la capacità di sognare”. Elementi, questi, che un basket in carrozzina che sta pian piano diventando adulto, dovrebbe avere la forza e la saggezza di non perdere.


 

di Stefano Caredda

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