SuperAbile







Passione, entusiasmo, professionalità: “Vi racconto i campioni d’Italia”

La Briantea84 Cantù è la squadra campione d’Italia in carica del basket in carrozzina. Non solo una squadra, ma una società da 170 tesserati impegnata in cinque sport. Fra bilanci, sponsor, ingaggi, accordi, incontri nelle scuole, vita sul territorio, ecco i segreti raccontati dalla responsabile del basket, Silvia Galimberti

1 marzo 2017

ROMA – Sono i campioni d’Italia in carica. Una squadra che anche quest’anno, dopo aver vinto la SuperCoppa, pare avviata a giocarsi fra qualche mese la finale scudetto. La Briantea84 Cantù non è però solo una squadra: è un mondo societario molto più vasto di quello che vediamo ogni fine settimana sul parquet della serie A: è una società dalla storia ormai ultratrentennale che conta oggi circa 170 tesserati, impegnati in cinque discipline sportive: basket in carrozzina (Serie A e Giovanile), pallacanestro (in piedi, per atleti con disabilità intellettivo-relazionale), calcio, nuoto, atletica. Un’unica grande realtà che rappresenta un’eccellenza nel mondo dello sport paralimpico. Abbiamo chiesto a Silvia Galimberti, che alla Briantea84 cura l’ufficio stampa ed è la responsabile del settore basket in carrozzina, un aiuto per comprendere meglio cosa c’è dietro una società di basket di serie A (a partire dalle questioni economiche) e cosa caratterizza in particolare l’esperienza della formazione di Cantù.
 
Quanto vale un campionato di serie A?
Un campionato di basket di serie A ha un costo variabile da club a club, ma sicuramente l’ordine di grandezza è quello di 300mila euro di media. Ci sono state squadre in Italia che sono costate molto di più e altre allestite con budget notevolmente inferiori. Certo serve un certo investimento per poter competere a livello europeo.
 
Come voi della Briantea: che tipo di società siete?
La Briantea84, per ispirazione del presidente Alfredo Marson, ha impostato la società in un’ottica aziendale comprendendo quale sarebbe stata l’evoluzione di un club paralimpico. Da una situazione a gestione familiare, quella della nascita della Briantea, si è passati a una gestione più professionale.
 
Su cosa si basa questa visione?
Ciò che si regge su fondi pubblici sono destinati ad esaurirsi, non c’è più quel tipo di flusso. Oggi la strada è quella della sponsorizzazione: ciò significa che il capitale va trovato in un lavoro costante di raccolta sponsor. Una rete di partner, aziende che scelgono di sposare un progetto. Il punto focale è avere un progetto, oggi come oggi nessuno dà più soldi per poter fare del bene, nessuno -neanche se fa una donazione- la fa a scatola chiusa. I tempi sono cambiati, i soldi sono diminuiti, chiunque -dal cittadino comune che dona su piattaforma internet all’azienda che decide di investire una parte del proprio bilancio sociale- vogliono vedere progetti e idee, e ovviamente una concretizzazione di questi progetti. Insomma ci devono essere numeri, piani, capacità di ideare e sviluppare e portare a termine un progetto. E questo non può farlo una gestione familiare della società per dei limiti oggettivi: non per mancanza di capacità ma per mancanza di tempo. Serve un lavoro quotidiano di persone che si adoperano con la loro professionalità per portare a casa il risultato sia sotto il profilo sportivo (chi sta in campo, chi allena) sia dal punto di vista manageriale del reperimento delle risorse. Questo è oggi il modello che Briantea 84 auspica di offrire. Le vittorie sul campo sono utili e preziose ma collezionare scudetti non assicura il futuro. È il frutto del lavoro, il futuro si costruisce nell’organizzazione della società, con idee progetti e capacità di rendersi credibili agli occhi di chi può investire dei fondi. Percorso parallelo: la vittoria sportiva certo aiuta, ti rende più celebre, la gente parla di te, sei sui giornali, è un lustro ma non può sostituire il lavoro quotidiano di promozione. Briantea84 è tanto sport, agonismo ma anche un’idea di cultura: andare nelle scuole, incontrare 2000 studenti l’anno, disputare partite molto seguite con centinaia di persone presenti, promuovere lo sport paralimpico, far capire ai giovani che c’è uno sport da conoscere al quale ci si può appassionare, offrire emozioni e passione
 
Che situazione c’è a livello europeo?
L’Italia continua ad essere uno dei campionati di riferimento a livello mondiale. Tanti campioni giocano da noi e questa è una prova di quanto è competitivo il nostro campionato. Poi c’è la Germania senza ombra di dubbio, la Spagna, anche la Turchia, per quanto sia un campionato sempre in bilico rispetto alle possibilità economiche che cambiano molto spesso.
 
E’ un caso che siano i paesi in cui è forte la tradizione della pallacanestro in piedi?
Probabilmente è una questione di cultura. Per fare un esempio, l’Inghilterra a livello nazionale ha vinto il bronzo a Rio 2016, ha campioni incredibili, ma a livello di lega locale è inesistente. Di fatto la cultura della pallacanestro non esiste in Inghilterra.
 
Quali sono le voci di bilancio maggiori?
Le trasferte sono le voci di bilancio maggiori: spostare una squadra di basket in carrozzina non è esattamente come spostarne una in piedi. Quando poi la squadra partecipa anche alle Coppe ciò significa spostarsi due volte a settimana in Europa, con voli e trasferte che dunque hanno grande incidenza. E’ per questo che i play off si sono compattati negli ultimi anni dal meglio delle sette gare al meglio delle tre, non è una cambiamento casuale. Il costo della trasferta incide molto nell’accesso di tanti club alla A.
 
Poi ci sono i giocatori.
Il budget relativo ai giocatori varia rispetto alle varie scelte. La Briantea da quando è ripartita dalla B nel 2005 ha adottato una politica di fair play finanziario: non ci sono ingaggi stellari, il plus valore di far parte della Briantea non è l’ingaggio, ma tutto il resto. Ai giocatori offriamo un progetto ambizioso, che esige molto dai suoi giocatori ai quali viene chiesto di non essere solo giocatori ma anche testimonial, di andare nelle scuole, di partecipare a eventi promozionali o commerciali, di impegnare il loro tempo e la loro settimana. In cambio diamo un palazzetto pieno, un ufficio che lavora per il club, una segretaria, un ufficio stampa, tanta visibilità. Quando Brian Bell è arrivato da noi non faceva neppure parte della nazionale americana: in 3 stagioni, questa è la sua quarta, è diventato un giocatore conosciuto. Merito suo, naturalmente, ma anche la Briantea ha fatto da cassa di risonanza. Trasformiamo i giocatori in personaggi valutati a tutto tondo.
 
In termini di ingaggio?
Dipende. Il basket in carrozzina non è professionistico. I giocatori sono dilettanti, come succede nella pallavolo in piedi. Ovviamente, percepiscono dei compensi o dei rimborsi. Si parla di cifre che non sono chiaramente sufficienti a garantirsi un futuro di non lavoro. Sono cifre adatte a vivere l’oggi, ma non cifre che ti permettono una rendita per anni a venire. Dopo di che, ci sono cifre più generose e altre meno. Per noi in Briantea le cifre sono contingentate. I conti devono tornare. Ciò che viene risparmiato sull’ingaggio dei giocatori viene impiegato per la macchina e per gli altri 180 atleti che Briantea ha. Siamo noti ai più per il basket, ma abbiamo tante altre discipline sportive per ragazzi dagli 8 anni ai 25-30. È un mondo, noi facciamo i conti su 200 atleti, non sui 12 che compongono il roaster della serie A del basket.
 
Veniamo alle voci di bilancio positive…
Abbiamo una trentina di sponsor. Naturalmente c’è che si impegna più di altri, La Unipol Sai è il nostro main sponsor da oltre dieci anni, è una delle sponsorizzazioni più longeve nel mondo sportivo, un rapporto ormai consolidato. Unipol sta con noi perché tutti gli anni cerchiamo di meritarci uno sponsor cosi. Per noi è un motivo di orgoglio avere una azienda nazionale. Ci impone quotidianamente di volare alto, non possiamo fare scivoloni, ogni giorno ci sforziamo di valorizzare questa collaborazione, con l’imperativo di mai adagiarci perché l’anno prossimo al posto di Briantea la Unipol potrebbe scegliere qualcun altro. Le aziende scelgono per capacità progettuale, quindi bisogna impegnarsi a valorizzare il marchio, trovare iniziative di visibilità, lavorare ad una immagine coordinata, riempire il palazzetto, reinvestire in comunicazione, fare promozione. Avere una rete di altri sponsor ti consente di rafforzarti diversificando le entrate. Per progetti sperimentali puoi contare sui bandi pubblici o di fondazioni private, che sono forme di cofinanziamento su cui non puoi basare l’essenziale ma ti permettono di sperimentare o creare nuove iniziative.
 
Esiste un mercato del basket in carrozzina?
Dipende che significato che si dà alla parola mercato. Se si intende quello del calcio dove c’è una riunione di tutti gli agenti e una sorta di scambio delle figurine, no, non esiste. Se si intende una circolazione dei giocatori sulla base di proposte personali, si, quello esiste. Un giocatore durante l’anno può ricevere proposte direttamente o tramite la propria società, per quanto non ci sia quello che nel calcio è definito il costo del cartellino, un compenso cioè da dare alla società che viene lasciata da un giocatore che si trasferisce altrove. E’ chiaro che per una società che ha investito nel suo vivaio nella formazione e nella crescita di un giovane giocatore, il fatto di vederlo andare via rappresenta un colpo, ma fa parte delle regole del gioco. Certo, per una questione di equità sarebbe sensato che tutte le società avessero un proprio vivaio giovanile.
 
In che senso la società investe sul vivaio?
La società mette a disposizione di coloro che si avvicinano al basket tutte le attrezzature necessarie: questo è un investimento. Se arriva oggi per la prima volta un bambino mai visto prima, devo potergli dare una carrozzina da gioco: se dovessi aspettare che gli venga comprata dalla famiglia lo perderei sicuramente. Non è affatto detto che una famiglia abbia due mila euro per comprare una carrozzina da gioco ad un bambino di sette anni, anzi è la normalità che non li abbia, anche perché non sai a priori se lui si appassionerà al gioco o lo abbandonerà dopo due mesi. Quindi è la società che provvede alle attrezzature nel settore giovanile.
 
E per i giocatori della prima squadra?
In questo caso in genere ogni giocatore provvede per sé alla propria carrozzina. Di solito ogni giocatore ha delle collaborazioni o delle sponsorizzazioni con delle case costruttrici, e dunque sopporta così i costi. La società si occupa invece della manutenzione, che non è comunque una voce di spesa trascurabile: parliamo di copertoni, spingiruota, bulloni, saldature, e così. In genere funziona così, dopo di che si entra nel campo degli accordi che ogni società fa con i propri giocatori.
 
In conclusione, perché il sistema Briantea funziona?
Briantea è agonismo ma anche tifo e passione, è educazione con gli incontri nelle scuole, è prospettiva di reinserimento con le visite alle Unità spinali. Il vero segreto è quello di creare una squadra, non solo quella dei giocatori, ma quella di tutti coloro che in Briantea ci vivono. I professionisti, coloro che lavorano, ma anche i volontari, coloro che sono con noi grazie al loro entusiasmo e alla loro passione. Sulle spalle di pochi una società come Briantea84 non potrebbe andare avanti. Durante le partite abbiamo venti persone impegnate: la gestione dell’evento, l’accoglienza del pubblico, il merchandising, il telecronista, lo speaker, chi si occupa della musica… E’ un patrimonio importante: è chiaro che non si potrebbe andare avanti solo con il volontariato, ma esso è fondamentale. Rappresenta la capacità di sognare, testimoniano la grande passione che muove questo movimento.
 

di Stefano Caredda

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati