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Ricerca: Studio italo-svedese scopre nel grasso adiposo gli interruttori del Diabete di Tipo 2

In Italia, su 4 milioni di diabetici, 1 milione ha il Diabete di Tipo 2, cosiddetto "alimentare".

17 settembre 2016

Ricerca: Studio italo-svedese scopre nel grasso adiposo gli interruttori del Diabete di Tipo 2.

Il numero di persone con Diabete di Tipo 2 è in veloce crescita, sia nei Paesi avanzati, sia nei Paesi che hanno da poco iniziato il loro sviluppo economico. Questa impennata nel numero di casi diagnosticati e in quelli stimati è dovuta soprattutto ad un'alimentazione sbagliata e alla poca attività fisica. In Italia, su 4 milioni di diabetici, 1 milione ha il Diabete di Tipo 2, cosiddetto "alimentare". E' noto che questa patologia cronica del metabolismo ha una componente ereditaria, nel senso che sono maggiormente a rischio di contrarla (rischio stimato: dieci volte superiore) persone che hanno, o hanno avuto, in famiglia qualcuno con il Diabete. Ma ora uno Studio condotto dai Ricercatori italiani dell'Università "Federico II", di Napoli e da quelli dell'Università svedese di Goteborg, ha scoperto nel grasso adiposo l'esistenza di "interruttori" che possono "accendere" la malattia. La scoperta apre prospettive interessanti nel campo delle cure personalizzate.

Nel mondo ci sono, oggi, 285 milioni di diabeti che, secondo le stime, diventeranno 438 milioni nel 2030, crescendo al ritmo di 21.000 casi al giorno. In Italia, ad oggi, i diabetici sono circa 4 milioni di cui 1 milione affetto da Diabete di Tipo 2, cosiddetto "alimentare" (oltre a circa 2.600.000 persone che non riescono a tenere sotto controllo la loro glicemia). Già oggi, nel nostro Paese, questa patologia è considerata una malattia sociale e se, anche da noi, i casi cresceranno alla velocità stimata per il resto del mondo il Diabete diventerà presto uno dei più grossi problemi sanitari del Paese.

Diverse sono le cause che possono portare all'insorgenza del Diabete di Tipo 2. Tra queste ci sono: le modifiche quantitative e qualitative nell'alimentazione (si mangia di più e peggio) e il minor dispendio energetico (il lavoro richiede meno fatica, non ci si muove a piedi, si sta lunghe ore fermi). Molto si fa per cercare di combattere e modificare, in meglio, queste situazioni, ma nell'insorgenza di questa patologia cronica del metabolismo, come è noto, ha un peso anche il fattore ereditario. C'è infatti un aumentato rischio, pari a 10 volte, di contrarre la malattia se in famiglia ci sono, o ci sono stati, casi di Diabete, a differenza delle persone che non hanno, o non hanno avuto, familiarità con la malattia.

Nonostante molto si conosca già sul Diabete la Ricerca non si ferma e ancora produce risultati importanti, capaci di segnare un punto di svolta e nella prevenzione e nella terapia di questa grave patologia cronica. E' questo il caso di uno Studio italo-svedese che ha scoperto, nel grasso adiposo, gli interruttori che sarebbero in grado di "accendere" la malattia.

Lo Studio

Condotto dai Ricercatori italiani dell'Università "Federico II", di Napoli, Laboratorio di Genomica del Diabete, e da quelli svedesi dell'Università di Goteborg, lo Studio - presentato il 13 Settembre scorso al Congresso Europeo dell'EASD, l'Associazione Europea per lo Studio del Diabete - ha preso in esame i tessuti adiposi di 20 svedesi (metà maschi e metà femmine, normopeso e dell'età media di 40 anni). La metà di loro con un parente di primo grado diabetico di Tipo 2, ma tutti sani. L'analisi del tessuto adiposo dei due gruppi ha però mostrato differenze importanti nel gruppo dei cosiddetti Fdr, i first degree relatives, ovvero quelli con parenti di primo grado diabetici di Tipo 2: questo gruppo ha mostrato, infatti, cellule del tessuto adiposo di dimensioni maggiori, rispetto all'atro.

"Questo vuol dire" - ha chiarito il Dottor Luca Parrillo, Ricercatore del Laboratorio di Genomica del Diabete, dell'Università, partenopea - "che il loro tessuto adiposo è sregolato e non assolve la sua funzione, che è quella di immagazzinare grassi dalla dieta.". "Questo tessuto non riesce a reclutare nuovi adipociti e a conservare l'eccesso di grasso.". "Questo grasso - dunque - se ne va in giro, creando alterazioni e depositandosi dove non dovrebbe,  nel cuore e nel fegato, instaurando insulinoresistenza e progressione verso il diabete". "Come il grasso viscerale anche questo è attivo.".

La scoperta potrebbe rivelarsi fondamentale e per la prevenzione, e per produrre cure personalizzate, in grado cioè di incidere positivamente non solo sulla malattia in generale, ma di colpire proprio quel Diabete di Tipo 2, dando così luogo a cure personalizzate ovvero: ad ogni diabetico la sua cura, come già avviene, ad esempio, per i tumori.

Si tratta, per ora, solo di studi di Laboratorio, che necessitano di ulteriori controlli e validazioni, ma è un primo passo importante. "E può aiutarci anche a sviluppare bio marcatori predittivi" - ha concluso il Dottor Parrillo - "magari in altri tessuti, come i globuli bianchi del sangue, il cui prelievo è meno invasivo di quello degli adipociti, per cui si utilizza una biopsia".

Fonti:

Le informazioni riportate sono tratte - salvo diversa indicazione -  dalle Pagine Salute del Sito web di Repubblica (www.repubblica.it).  

17 Settembre 2016

 

di a.vitale

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