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Farmacie di comunità, un presidio per la salute. Un progetto e una storia

Le farmacie di comunità, oltre 6.500 su tutto il territorio nazionale, sono un vero e proprio presidio per la salute in grado di fornire un servizio integrato con i presidi sociosanitari del territorio

29 maggio 2020

In Italia sono circa 6.500. Sono le farmacie di comunità che non sono solo esercizi commerciali, ma veri e propri presidi per la salute. Lo dimostrano il progetto Prof2 per l’assistenza ai malati oncologici, realizzato grazie ad Assofarm e Federfarma e la storia della farmacia di comunità di Sirtori, piccolo comune di 2.800 abitanti, in provincia di Lecco.

Le farmacie di comunità, oltre 6.500 su tutto il territorio nazionale, sono, oggi, un vero e proprio presidio per la salute, sempre più in grado di fornire servizi e sempre più integrato con i presidi sociosanitari del territorio. Questa tipologia di farmacie è nata grazie ad un progetto partito nel 2006 che è in costante aggiornamento e le vede, oggi - come ricorda il Ministero della Salute - “pronte per offrire servizi finalizzati ad assistere meglio l’utente, contribuire a risolvere i problemi di terapia farmacologica e ridurne gli errori, migliorare l’aderenza alle terapie prescritte, collaborare al monitoraggio intensivo degli ADR, in uno scambio proficuo con il medico di Medicina Generale e il paziente.”.

Un progetto e una storia
Le farmacie di comunità possono svolgere un ruolo prezioso anche nel percorso di cura del malato oncologico. Lo dimostra il 'Progetto PROF2', realizzato grazie ad Assofarm e Federfarma, primo esempio in Italia di rete tra farmacie di comunità e un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) come l'Istituto Tumori della Romagna (IRST). La rete, grazie allo sviluppo di una piattaforma informatizzata condivisa, consente lo scambio di dati basilari per l'attività di riconciliazione farmacologica e sorveglianza del malato nel proprio domicilio, da parte dell’oncologo.

Anticipato da un evento formativo che ha visto la presenza a Meldola (Forlì-Cesena) di oltre 150 professionisti, il progetto è partito a giugno dell’anno scorso, con l'arruolamento dei 100 malati previsti che sono 'accompagnati' lungo tutto il percorso di cura.

L'obiettivo rientra tra quelli che beneficiano di un sostegno triennale da parte dell'Istituto oncologico Romagnolo, ed è quello di fornire uno strumento utile al medico oncologo per mettere in atto la ricognizione farmacologica, ovvero la rilevazione dei farmaci, medicine non convenzionali e alimenti critici, assunti a casa dal malato.

Un'azione di sorveglianza molto importante per la sicurezza e l'efficacia delle terapie oncologiche, perché può aiutare a prevenire eventuali interazioni tra le terapie domiciliari, anche non convenzionali, e alcuni cibi, aumentando la sicurezza dei malati e le probabilità di efficacia dei trattamenti. In una scheda elettronica, disponibile sia a livello del portale delle farmacie, sia nella cartella clinica informatizzata, il farmacista può inserire le sostanze medicinali e gli alimenti assunti dal malato a domicilio e l'oncologo ne viene immediatamente informato, grazie all'aggiornamento del dato nella cartella clinica. L'invio simultaneo all'IRST dei dati raccolti, da parte delle farmacie sull'utilizzo di ulteriori farmaci rispetto a quelli oncologici consente una rapida convalida e riconciliazione farmacologica da parte dell'oncologo, permettendo di intercettare e prevenire eventuali interazioni e di migliorare quindi i livelli di sicurezza nello svolgimento della terapia oncologica.

La storia che segue riguarda, invece, la farmacia di Comunità di Sirtori, piccolo comune di 2.800 abitanti, in provincia di Lecco. “Una farmacia rurale” – spiega la Dottoressa Gloria Cairoli, che ci lavora con una socia e tre collaboratrici - “è una Farmacia di comunità.”. “Noi conosciamo da tanti anni tutti quelli che vivono qui, uno per uno, e come succede con gli amici, conosciamo le loro malattie, ma anche la loro storia e la storia della loro famiglia”. Quella della dottoressa Cairoli e della sua farmacia è una storia lunga 11 settimane che parte a febbraio scorso, quando si è trovata farmacista di comunità in Lombardia, la regione europea più colpita dall’emergenza sanitaria, e in una provincia, il Lecchese, dove la mortalità per Covid-19 nel primo trimestre del 2020 è aumentata, secondo l’ISTAT, del 174%, rispetto allo stesso periodo del quinquennio 2015-2019.  “Qui tutto è cominciato” – ha raccontato la dottoressa Cairoli - “con la notizia del primo malato a Lodi.”. “Era un venerdì pomeriggio di fine febbraio, la popolazione cominciava ad agitarsi.”. “Il lunedì successivo, all’apertura troviamo il delirio: decine di persone che ci coprono di centinaia di richieste, e ci fanno domande su qualcosa che ancora non conoscevamo.”. “Soprattutto chiedono gel per le mani, perché ancora di mascherine e guanti non si parlava.”. “Gel che non avevamo a sufficienza e sono andata personalmente in giro per supermercati, per rimediarne quanto più potevo.”. “Abbiamo finito 120 amuchine in due ore.”. “Una quantità che in tempi normali smaltiamo forse in dieci anni”.

Poi è venuto il tempo dei sacchetti di medicine lasciate sul marciapiede davanti alle abitazioni dei clienti, ma anche del controllo sanitario e della prevenzione. E poi c’è stato il cliente che proprio non riusciva a stare a casa e andava in farmacia anche due volte al giorno. Un giorno, non si è più visto: si è ammalato di Covid-19 e non ce l’ha fatta, ma sua moglie e suo figlio, invece, sono guariti. Dunque, in farmacia come in una trincea della prima guerra mondiale. “Quattordici colleghi hanno perso la vita e un migliaio hanno contratto il Covid, ho amici farmacisti che non vedono i figli da mesi, però di noi si parla poco. Ed è anche normale” – ha raccontato la Dottoressa Cairoli – “perché medici e infermieri hanno pagato e stanno ancora pagando il prezzo più alto a questa pandemia, in termini sia di dolore che di vite.”. “Noi non abbiamo visto né vissuto l’inferno, mentre loro sì.”. “Però anche noi, e forse in particolare noi farmacisti rurali, abbiamo avuto la nostra trincea in questa emergenza.”. “Per evitare che gli studi diventassero luoghi di contagio, i medici di famiglia qui in regione sono stati costretti a lavorare molto al telefono.”. “Noi abbiamo continuato ad accogliere tutti e chiedere a chi entrava: ‘che sintomi hai, come va, come stai, come stanno i tuoi’.”. “Non li abbiamo potuti abbracciare, come qualche volta avremmo voluto, ma ci siamo stati sempre, e li abbiamo guardati tutti negli occhi, sebbene da sopra la mascherina.”.

Fonti: Le informazioni riportate sono tratte – salvo diversa indicazione – dal Sito web del Quotidiano Repubblica e dal Sito web di Federfarma.  


Immagine tratta da pixabay.com

di U. F.

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