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Dalla ricerca italiana arrivano nuove speranze di cura per il tumore del colon-retto

Si tratta di una ricerca concentrata sugli inibitori dell’enzima Parp, la proteina ‘officina’ che ripara il Dna delle cellule tumorali danneggiate dalla chemioterapia “rimettendole’ in moto” e favorendone la crescita e lo sviluppo

29 maggio 2020

Arrivano dalla ricerca italiana nuove speranze per i malati con tumore del colon-retto per i quali si apre la possibilità di una cura chemio-free grazie agli inibitori dell’enzima Parp, la proteina ‘officina’ che ripara il Dna delle cellule tumorali danneggiate dalla chemioterapia “rimettendole’ in moto”. I Parp-inibitori, già approvati in Italia per la cura dei carcinomi dell’ovaio, entrano per la prima volta in gioco anche per la cura di questo tipo di tumore. Servono ulteriori test, ma si potrebbero individuare nuove cure per le persone con forme già avanzate di malattia.

Si stima che, ogni anno, in Italia si formulino circa 53.000 nuove diagnosi di tumore del colon-retto e, per questo, tale neoplasia è la seconda, in ordine di frequenza, fra quelle maligne, sia nell’uomo che nella donna. L’incidenza aumenta con l’aumentare dell’età. Circa il 90% delle persone con tumore del colon-retto ha un'età superiore ai 50 anni e l'incidenza della malattia raggiunge il suo picco intorno agli 80 anni. Le persone con una predisposizione ereditaria sono quelle che tendono a sviluppare la malattia in età più giovane.

Fino alla metà degli anni 2000, l’incidenza del tumore del colon-retto è costantemente aumentata, per la sempre maggiore diffusione dei fattori di rischio che ne favoriscono lo sviluppo e anche per la disponibilità di strumenti di diagnosi più efficienti. In seguito, la sua incidenza ha iniziato a diminuire, in particolare in coincidenza con l’introduzione dei programmi di screening. Questi hanno permesso di individuare e rimuovere le lesioni precancerose con maggiore frequenza rispetto al passato, evitando che diventino tumori. La sopravvivenza nel tumore del colon-retto dipende strettamente dallo stadio in cui questo è stato diagnosticato. In generale la prognosi è favorevole, con una sopravvivenza a 5 anni, in Italia, del 66% per i tumori del colon e del 62% per i tumori del retto. Quella a 10 anni è, rispettivamente, del 64% e 58%.

Il tumore del colon-retto, solo nel 2018, ha fatto registrare in Italia oltre 50 mila nuove diagnosi, occupando il secondo posto tra le cinque neoplasie più frequenti. Ma ora una buona notizia arriva, per questi malati dalla ricerca italiana. In particolare, una sperimentazione attualmente in corso apre la strada a studi clinici per testare nuovi farmaci per evitare la chemioterapia anche nelle forme più avanzate di questo tumore, dopo trattamento chemioterapico con oxaliplatino, favorendo così la cronicizzazione della malattia.

Lo studio made in Italy
Si tratta di una ricerca portata avanti dall’Istituto FPO-IRCCS di Candiolo (Torino) e dall’Università di Torino, concentrata sugli inibitori dell’enzima Parp, la proteina ‘officina’ che ripara il Dna delle cellule tumorali, danneggiate dalla chemioterapia “rimettendole’ in moto” e favorendone la crescita e lo sviluppo. Questi inibitori, già approvati per i carcinomi dell’ovaio, per la prima volta sono sperimentati ed utilizzati anche per il tumore del colon-retto.

I ricercatori del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino che lavorano presso l’Istituto di Candiolo hanno osservato che gli inibitori di Parp arrestano la crescita anche di un sottogruppo di tumori del colon-retto. Inoltre, hanno scoperto che le cellule tumorali intestinali colpite dagli inibitori di Parp, pur avendo caratteristiche molecolari diverse, sono accomunate dalla sensibilità alla chemioterapia con oxaliplatino. Questo significa che questi farmaci potrebbero essere testati come terapia di mantenimento per le persone affette da carcinoma al colon-retto che in precedenza hanno risposto bene e a lungo alla chemioterapia a base di oxaliplatino.

La chemioterapia a base di oxaliplatino” – ha affermato la Dottoressa  Sabrina Arena del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino – “danneggia il Dna delle cellule dei tumori e spesso riesce a bloccare la crescita delle forme più avanzate di cancro al colon-retto. Tuttavia, i pazienti devono interrompere i cicli di trattamento per l’alta tossicità, anche quando la terapia è ancora efficace. Per questo occorre trovare nuovi farmaci in grado di tenere sotto controllo la malattia alla fine dei cicli di chemioterapia”. Ed è qui che entrano in gioco i Parp-inibitori che impediscono a questa proteina ‘officina’ di riparare la rottura del Dna derivata dalla chemioterapia e quindi di replicare il proprio Dna per crescere e svilupparsi. “Siamo solo all’inizio di un lungo e complesso percorso” –ha però precisato la Dottoressa Arena. “Al momento stiamo studiando l’intero genoma per identificare se e quali caratteristiche molecolari del tumore consentano di selezionare i pazienti che potranno beneficiare di questo tipo di terapia.”.

Per arrivare a questa scoperta i ricercatori hanno utilizzato una nuova strategia che sfrutta i cosiddetti organoidi: “Si tratta di colture in vitro di tessuti dei pazienti che ci consentono di testare rapidamente nuovi farmaci e di personalizzare le terapie”, ha spiegato il Professor Alberto Bardelli, Ordinario del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino presso l’Istituto di Candiolo. E ha concluso: “La squadra di biologi molecolari, medici, ingegneri matematici e bioinformatici che ha partecipato a questo studio è già tornata al lavoro per analizzare altri farmaci innovativi in grado di inibire le proteine coinvolte nella riparazione del danno al Dna e nel controllo del ciclo cellulare.”. “Il prossimo passo sarà trasferire le osservazioni fatte in laboratorio in un trial clinico che metta a disposizione dei pazienti con cancro del colon-retto questi agenti antitumorali”.

Fonti:
Le informazioni riportate sono tratte – salvo diversa indicazione – dal Sito web del Quotidiano Repubblica


Immagine tratta da pixabay.com

di U. F.

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