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Medicina: vivere senza il dolore si può

Secondo un’indagine epidemiologica del 2006, il dolore cronico tormenta circa 15 milioni di persone solo nel nostro Paese, per un tempo medio di quasi otto anni

15 novembre 2019

Secondo un’indagine epidemiologica del 2006, il dolore cronico tormenta circa 15 milioni di persone solo nel nostro Paese, per un tempo medio di quasi otto anni. Oltre un quinto di queste persone lamenta uno stato perdurante di dolore per oltre vent’anni. Ancora più comune, e più difficile da quantificare, il dolore acuto, quello dovuto a cefalee, stati infiammatori, coliche gastrointestinali, traumi. Ma cos’è il dolore? E si può vincere? Due domande che la scienza si è posta da tempo e alle quali ha risposto con tutta una serie di farmaci cosiddetti antidolorifici, ma non solo questi, che lo possono vincere.

Sul proprio sito web, così scrive il Ministero della salute riguardo al dolore. “La IASP (International Association for the Study of Pain - 1986) definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno.”. “E’ un esperienza individuale e soggettiva, a cui convergono componenti puramente sensoriali (nocicezione) relative al trasferimento dello stimolo doloroso dalla periferia alle strutture centrali, e componenti esperenziali e affettive, che modulano in maniera importante quanto percepito”. “Infatti” - prosegue la scheda del Ministero - “il segnale doloroso, una volta generato, viene modulato (limitato o amplificato) a vari livelli (segmentario e centrale) da stimoli provenienti da strutture nervose (sensoriali, psichiche, della memoria…) e non (metaboliche, immunologiche..), prima di arrivare, alle sedi naturali che ne danno l’interpretazione clinica.”. “Si spiega così come il dolore sia il risultato di un complesso sistema di interazioni, dove diversi fattori (ambientali, culturali, religiosi, affettivi, fisici,...) ne modulano, entità e caratteristiche.”. “A livello clinico, il dolore è un sintomo trasversale e frequente: spesso segnale importante per la diagnosi iniziale di malattia, fattore sensibile nell’indicarne evoluzioni positive o negative durante il decorso, innegabile presenza in corso di molteplici procedure diagnostiche e/o terapeutiche e costante riflesso di paura e ansia per tutto quello che la malattia comporta.”. “E’ fra tutti il sintomo che più mina l'integrità fisica e psichica del paziente e più angoscia e preoccupa i suoi familiari, con un notevole impatto sulla qualità della vita.”.

Il dolore può essere acuto, quello che ha la funzione di avvisare l'individuo di una lesione tissutale in corso ed è normalmente localizzato, dura per alcuni giorni e tende a diminuire con la guarigione; cronico, quello duraturo, spesso determinato dal persistere dello stimolo dannoso e/o da fenomeni di auto-mantenimento, che mantengono la stimolazione nocicettiva anche quando la causa iniziale si è limitata o da procedura, quello che accompagna molteplici indagini diagnostiche/terapeutiche e rappresenta in ogni situazione ed età, un evento particolarmente temuto e stressante.

Ma si può vincere il dolore? A questa domanda la scienza medica ha dato risposte diverse e fortunatamente il paradigma con cui i clinici affrontano il tema del dolore, nelle sue più diverse manifestazioni, è molto cambiato negli ultimi anni.

Vivere senza il dolore
Il dolore, oggi, non è più una sensazione/condizione che il malato deve imparare ad accettare: la legge n. 38/2010, sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, ha sancito, una volta per tutte, il diritto per ogni cittadino a non provare dolore, accedendo a questa tipologia terapeutica quando necessario, alle condizioni e secondo le procedure che la legge stessa stabilisce.

Ma, come indicato in apertura, la International Association for the Study of Pain, uno degli enti di ricerca più importanti al mondo nel campo dello studio del dolore,  parla della condizione dolorosa come di «un’esperienza individuale e soggettiva.». Non un dolore unico, dunque, ma tanti, e ciascuno diverso dall’altro, variabile sia tra persona e persona che nello stesso individuo in momenti differenti. Tanto che è difficile misurarlo. «Data la variabilità soggettiva del dolore» – spiega, infatti, il dottor Cesare Bonezzi, Consulente dell’Istituto Clinico Scientifico Maugeri di Pavia e componente del tavolo tecnico della terapia del dolore, al Ministero della Salute «è più sensato cercare di quantificarlo in termini di effetti sull’individuo, cioè di perdita di funzionalità o ancora meglio di vera e propria disabilità.».

Nonostante tante difficoltà, la ricerca ci ha messo a disposizione molte armi, prime fra tutte i farmaci cosiddetti antidolorifici. Ma la scelta del tipo di  farmaco da utilizzare e della modalità di somministrazione deve essere sempre decisa dal medico, che la effettua in base al tipo di dolore, alla sua localizzazione e alla causa che lo ha scatenato.

Fonti:
Le informazioni riportate sono tratte – salvo diversa indicazione – dal Sito web del Quotidiano Repubblica

Immagine tratta da pixabay.com

di U. F.

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