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Leucemia mieloide acuta: scoperto come le cellule tumorali sopravvivono dopo il trapianto di midollo

Un gruppo di ricercatori del San Raffaele di Milano, ha svelato, in uno studio, le strategie che il tumore mette in atto per sfuggire all’attacco dei linfociti

10 maggio 2019

Il trapianto di midollo osseo da donatore è una delle terapie più efficaci per curare la Leucemia Mieloide Acuta (LMA), una rara patologia tumorale del sangue. La guarigione si ha grazie all'attività antitumorale del sistema immunitario che viene trasferito dal donatore al malato. Spesso però, successivamente al trapianto, le cellule leucemiche sviluppano delle strategie con cui sfuggono al sistema immunitario. Il risultato è la recidiva. Un gruppo di ricercatori dell’IRCCS “San Raffaele”, di Milano, ha svelato, in uno studio, le strategie che il tumore mette in atto per sfuggire all’attacco dei linfociti T. I risultati ottenuti aprono la strada non solo ad un approccio personalizzato alla recidiva, ma anche a nuove prospettive di diagnosi precoce di questa rara patologia tumorale.

La Leucemia Mieloide Acuta (LMA) è una rara neoplasia maligna del sangue (Codice Esenzione SSN: 048) che si sviluppa a partire da una cellula progenitrice mieloide che si è differenziata in modo anomalo diventando una cellula primitiva a lunga vita (mielocita) da cui origina una proliferazione incontrollata di cellule maligne. Queste sostituiscono quelle normalmente presenti nel midollo osseo e quindi interferiscono con la normale produzione degli ematociti. Si forma così un numero elevato di forme ematiche immature circolanti che inducono anemia, trombocitopenia e granulocitopenia. Con il circolo ematico, i mielociti possono infiltrare diversi organi (fegato, milza, linfonodi, sistema nervoso centrale, reni e gonadi). Si tratta quindi di una proliferazione clonale disseminata di cellule immature somiglianti a cellule progenitrici ematopoietiche normali che può generare la malattia.

I tumori rari conosciuti sono attualmente 198 e hanno un’incidenza pari a 6 casi ogni 100mila persone. In Italia le persone colpite da queste neoplasie maligne sono circa 900mila. Tra di essi la LMA ha un’incidenza stimata in circa 3-4 casi per 100.000 persone per anno, ma, essendo una malattia tipica dell’età avanzata, può arrivare anche a circa 10 casi per 100.000 persone per anno nella popolazione al di sopra dei 65 anni (70% dei casi totali). La malattia si presenta ad un’età media di circa 60 anni. In Italia, con 3.200 nuovi casi diagnosticati ogni anno, questa forma tumorale rara del sangue è la più frequente dopo i linfomi non Hodgkin. A cinque anni dalla diagnosi sopravvive però purtroppo soltanto il 20% dei malati, non solo perché si tratta spesso di una patologia che progredisce con rapidità, ma anche perché i malati anziani non possono tollerare i pesanti trattamenti necessari per ottenere la guarigione. Tra le terapie attualmente utilizzate, quando i cicli di chemioterapia e radioterapia non hanno dato il risultato sperato, c’è il trapianto di midollo osseo.

Questo tipo di trapianto ha lo scopo di sostituire il midollo osseo malato con midollo osseo sano. La procedura ha inizio con la somministrazione di dosi molto elevate di chemioterapici, con o senza radioterapia, allo scopo di eliminare le cellule tumorali e distruggere il midollo osseo malato. Il midollo osseo sano viene prelevato da un donatore compatibile e trasferito al ricevente attraverso un ago introdotto in vena, in tal modo va a sostituire il midollo distrutto dalla chemioterapia. Il donatore può essere un gemello, un fratello o una sorella, un figlio/a, un genitore o una persona non consanguinea.

A volte però succede che, nonostante sia stato effettuato il trapianto, le cellule tumorali riescono ad eludere l’attacco dei linfociti T che tentano di distruggerle e compare una recidiva del tumore. Si tratta di una vera e propria guerra che le cellule malate vincono nonostante l’impegno dei linfociti T del midollo osseo trapiantato. Sulle ragioni di questa vittoria hanno indagato i ricercatori dell’IRCCS “San Raffaele”, di Milano, riuscendo a scoprirle.

Lo studio
I risultati del loro lavoro, sono stati condensati in due articoli pubblicati sulle riviste “Nature Medicine” e “Nature Communications”. Nei due articoli i ricercator italiani ricordano che l’attività antitumorale del trapianto di midollo origina, in larga misura, dalla non totale compatibilità tra il sistema immunitario del donatore e le cellule tumorali del malato e ancora che questa reciproca incompatibilità, pur parziale, è segnalata dalla presenza, sulla superficie di queste cellule, di diverse classi di molecole, chiamate HLA,  che dovrebbero facilitare il lavoro dei Linfociti T. Partendo da queste premesse gli scienziati del “San Raffaele” hanno risposto a due domande fondamentali: cosa accade quando il tumore recidiva? E perché, in questa situazione, le cellule del sistema immunitario trapiantato non sembrano in grado di riconoscere il tumore e agire di conseguenza?

Nei due articoli pubblicati, gli scienziati italiani dimostrano che vi sono due soluzioni trovate dalle cellule del tumore per salvarsi: da un lato esse riducono l’espressione delle molecole HLA sulla superficie (il locus dei geni che codificano le proteine delle cellule responsabili della regolazione del sistema immunitario umano), silenziando i loro geni e nascondendosi così al pattugliamento dei linfociti T; dall’altro aumentano la presenza di alcuni recettori immunosoppressori che segnalano ai linfociti T di frenare la loro attività fino ad inattivare la risposta immunitaria.

Quanto scoperto dai ricercatori milanesi – grazie anche ai finanziamenti ricevuti dall’AIRC e dal Ministero della Salute - apre la strada non solo ad un approccio personalizzato alla recidiva da LMA, ma anche a nuove prospettive di diagnosi precoce. “L’attivazione dei processi inibitori nei linfociti T, in particolare in quelli 'di memoria' che si trovano nel midollo osseo, precedono di molto la ricomparsa del tumore”, ha spiegato una delle ricercatrici del San Raffaele. “Il prelievo di queste  cellule  dal midollo dei pazienti e la loro analisi potrebbe costituire, in futuro, una strategia di diagnosi precoce della recidiva”.

Fonti:
Le informazioni riportate sono tratte – salvo diversa indicazione – dal Sito web dell’Osservatorio Malattie Rare


Immagine tratta da pixabay.com

di U. F.

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