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Paralimpiadi: dall'Handbike al Paratriathlon. La storia di Giovanni Achenza

E' uno degli atleti più forti al mondo nella sua specialità e l’Italia punta su di lui per Tokyo 2020

21 febbraio 2019

Cade da una scala mentre lavora e una grave lesione midollare gli fa perdere l’uso delle gambe, Ma Giovanni Achenza, 47 anni, di Oschiri, Sassari (Sardegna), non si arrende. Sorretto e spinto dalla sua famiglia trova la sua seconda occasione nello sport paralimpico. Prima con l’Handbike e poi con il Paratriathlon, il campione azzurro conquista diversi allori, tra i quali il bronzo alle Paralimpiadi di Rio De Janeiro 2016. Oggi Giovanni Achenza è uno tra i più forti atleti del mondo nella sua specialità e si prepara alle Paralimpiadi di Tokio 2020.

A novembre scorso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione del Festival della cultura paralimpica, ha definito gli atleti paralimpici come «movimento sociale all’avanguardia che fa crescere il nostro Paese», sottolineando come questo movimento sia stato - e continui ad essere - il motore di una importante trasformazione culturale; trasformazione che l’avvocato Luca Pancalli, Presidente del CIP, il Comitato Italiano Paralimpico, in quella stessa occasione ha illustrato parlando del passaggio dal concetto di “paralitico” a quello di “paralimpico”. In questa trasformazione si collocano tutte le storie degli atleti paralimpici che hanno sperimentato sulla propria pelle, prima la disabilità e la gabbia in cui spesso questa condizione costringe chi la soffre e poi la seconda occasione, quella di poter ancora essere e fare attraverso lo sport paralimpico. 

Questa parabola è la stessa che ha vissuto Giovanni Achenza, 47 anni, di Oschiri, Sassari (Sardegna). Nel 2003 un incidente sul lavoro, uno dei 1.326 di quell’anno, gli costa l’uso delle gambe per una grave lesione midollare. Per lui - che ha raccontato in un’intervista al quotidiano La Nuova Sardegna: “Ero abituato a lavorare dalle 7 del mattino alle 9 di sera.”. “Ero abituato ad avere un’azienda da portare avanti e invece mi trovavo bloccato su un letto.” - quella condizione di immobilità equivaleva a sprofondare nel buio. Ma ecco che l’affetto e la spinta della sua famiglia – Se non per te farlo per noi”, gli dicevano sempre la moglie Costanza e le figlie – sono state la molla che lo ha riportato alla luce. La seconda occasione per lui è arrivata per gradi. Dopo l’intervento e la riabilitazione, il passaggio dal letto alla sedia a rotelle ha dato un nuovo senso alla sua vita. Questo passaggio è stata opera, certo dei medici, certo della sua famiglia, ma anche molto della sua tempra di uomo duro come il granito della sua terra.

Dall’handbike al paratriathlon
Passano così tre anni e nel 2006 Achenza, per la prima volta dopo l’incidente, sale su una bicicletta, una handbike. Lo fa per accontentare le sue figlie, che vogliono andare con lui in bici e, seguendo il consiglio di un suo amico, comincia a familiarizzare con una handbike. Infatti, anche se non ha l’uso delle gambe, le sue braccia hanno ancora la forza necessaria a spingerlo avanti su un mezzo di locomozione che lo fa spostare in sicurezza e gli fa riacquistare autonomia. Prima un percorso fuori del paese, poi la partecipazione, per la prima volta, ad una competizione, la maratona di Venezia. “Non sapevo niente” - ha raccontato l’atleta - “era più la scusa di vedere la città.”. “Ma alla fine arrivo secondo e inizio ad assaporare il piacere del competere”. Da quel momento non si fermerà più: Firenze, Milano, Roma, campionati italiani, europei, coppe del mondo. Dal giro della Madonnina due o tre volte alla settimana, lo sport e gli allenamenti iniziano a strutturare le sue giornate.  

Dopo aver ottenuto e detenuto il titolo di campione Italiano di Handbike dal 2009 al 2015 ed essersi posizionato ottavo ai mondiali di Paraciclismo del 2009 a Borgogno, nel 2013 l’atleta sardo decide di mettersi alla prova in altre discipline e arriva sul gradino più alto del podio in occasione del primo campionato Italiano di Paratriathlon, svoltosi al Lido delle Nazioni (Ferrara), dopo avere coperto 400 metri a nuoto (che ha imparato a praticare vincendo la sua istintiva paura dell’acqua), 10 chilometri con la handbike e 2,5 chilometri in sella ad una carrozzina olimpica. Da quel momento in poi, per l’atleta di Oschiri i successi continuano ad arrivare: nel 2014 è quarto classificato ai Campionati Europei di Kitzbuel, secondo classificato nella tappa World Cup a Besancon e terzo classificato nella tappa World Cup a Londra. L’anno successivo ancora ottimi risultati, Achenza si posiziona quinto al Campionato del Mondo di Paratriathlon di Chicago e sale sul gradino più alto del podio ad Edmonton, in Canada. Da allora la sua è storia e cronaca sportiva insieme e il culmine sarà il bronzo nel Paratriathlon nelle Paralimpiadi di Rio De Janeiro 2016.

Giovanni Achenza oggi è uno degli atleti più forti al mondo nella sua specialità e l’Italia punta su di lui per Tokyo 2020, ma la sua non è solo la storia di un campione dello sport è soprattutto quella di un uomo che non molla mai, nello sport così come nella vita. Le avversità, gli intoppi che tutti noi incontriamo lungo il nostro cammino, Nanni, così lo chiamano gli amici e i suoi concittadini di Oschiri, li ha sempre affrontati con grande forza d’animo e determinazione, doti che gli hanno permesso di afferrare e stringere forte la sua seconda occasione.

Fonti:
Le informazioni riportate sono tratte – salvo diversa indicazione – dal Sito web del Quotidiano La Nuova Sardegna e dal Sito web Atleti Speciali



Immagine tratta da pixabay.com

di U. F.

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