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Disabilità e lavoro: due storie italiane extra ordinarie

Storie di disabilità al femminile, quelle di Lisa e di Mariaelena, avvocatessa e psicologa

3 gennaio 2019

Quelle che leggerete tra qualche riga sono due storie al femminile. Le storie di Lisa e di Mariaelena, due persone con disabilità che ce l’hanno fatta, nonostante tutto e tutti. Due storie italiane considerate extra ordinarie che vale la pena di raccontare anche se non sono, come dovrebbe essere, la regola. E forse proprio per questo. Molte persone come Lisa, un’avvocatessa e Mariaelena, una psicologa, infatti non ce l’hanno ancora fatta. Ma queste due storie positive danno forza, istillano coraggio e parlano della capacità/possibilità di farcela che tutti abbiamo e delle pari opportunità che ci (leggi “a tutti”) sono - e ci devono essere - costituzionalmente garantite, indipendentemente dalla nostra condizione.

Uno su mille ce la fa” cantava Gianni Morandi nel 1985. Un testo autobiografico (anche se non suo) in cui si descrive la parabola discendente che porta dal successo alla caduta e poi ancora al successo (“Solo chi cade può risorgere”, titolava un famoso film del 1947, diretto dal regista statunitense John Cromwell e interpretato dal grande Humphrey Bogart). E’ una parabola della vita che appare possibile – nel senso che può accadere - se si parte da una condizione di normalità. Non è così se, invece, ci si trova in una condizione di handicap (brutto termine inteso qui come “svantaggio”) come quella delle persone con disabilità, perché spesso è difficile salire la china e arrivare al successo, inteso qui come raggiungimento di un traguardo ad esempio lavorativo.

Si sa, le disabilità sono diverse e diversi i loro effetti su chi le soffre, come diverse, per quantità e natura, sono le barriere che le persone disabili incontrano, quotidianamente, sulla loro strada. Per questo non è né semplice, né facile, che una persona disabile trovi, ad esempio, un lavoro e così accade – per tornare al testo di Morandi - solo “uno su mille ce la fa”.

Per questo le storie che tra breve conosceremo sono, purtroppo, un’eccezione e finiscono per fare notizia, nonostante il diritto “di farcela” e gli strumenti perché questo diritto sia praticabile (leggi le “pari opportunità”) siano (e debbano essere) costituzionalmente garantiti a tutti, indipendentemente dalla loro condizione (cfr. l’Articolo 3 della Costituzione). Le storie sono due ed esattamente quelle di Lisa, 41 anni avvocatessa, e di Mariaelena, 27 anni psicologa. Le raccontiamo perché si tratta di due storie positive, che danno forza, istillano coraggio e parlano della capacità/possibilità di farcela, che tutti abbiamo, a prescindere dalla nostra condizione, umana, sociale, etnica, sessuale e di salute.

Due storie extra-ordinarie.
Donna, disabile. Professionista del diritto "antitrust": Lisa, 41 anni, è quello che si dice "una tosta". Laureata in giurisprudenza alla Cattolica a Milano "perché la Statale non era fisicamente accessibile per una persona in carrozzina come me: i professori facevano lezione al cinema"; poi un Master in California e l'esame professionale, sostenuto sia in Italia sia negli Stati Uniti (il "Bar", British Accreditation Regency per i Paesi di Common Law). Tornata in Italia Lisa ha iniziato la pratica forense, poi si è associata ad un importante studio legale milanese. L'inclusione, in un mondo del lavoro "duro e maschile" come quello del diritto, è arrivata dopo. Il punto di svolta si è materializzato, per lei, durante la telefonata precedente il colloquio decisivo per l’associazione. Il suo dominus le ha detto: "Dottoressa, non capisco perché mi stia specificando che è disabile, per me è come se mi stesse dicendo che ha i capelli verdi o rossi".

Quando chiedono a Lisa che cosa serve per favorire l'inclusione delle persone disabili nel mondo del lavoro, lei risponde in modo semplice: "In California non ho mai dovuto chiedere aiuto per superare un solo gradino". Ma ha dovuto studiare sodo e senza sconti: "Forse il criterio del merito a tutti i costi lascia indietro, ad esempio, coloro che hanno disabilità intellettive, ed in questo la nostra assistenza è più inclusiva.”. “Vorrei che il sistema italiano, che dà poco ma a tutti, prendesse qualcosa da quello americano, che dà tutto a chi vale veramente". Il che equivale e dire, per usare le sue parole: "Non voglio l'indennizzo per la 'sfiga' di essere disabile, voglio potermi iscrivere anche alla migliore università, se valgo: non è un caso che Stephen Hawking sia stato educato con il sistema anglosassone". "Da qualche tempo ho superato la soglia di reddito che mi dava diritto alla pensione di invalidità.”. “Ora sono una contribuente capiente e autonoma, in grado di aiutare, con le mie tasse, qualcun altro". Il nostro welfare ha buonissime intenzioni, ma una logica prevalentemente assistenziale - sembra dire l'esperienza di questa giovane avvocatessa - inadatta a chi vorrebbe ottenere qualcosa in più.

"Pensarsi come un libero professionista, non come un soggetto da aiutare, ma come una risorsa per la società.”. Le parole sono di Mariaelena, 27 anni, psicologa. Anche per lei un grave impedimento motorio fin dalla nascita, che non le ha comunque impedito di avere all'attivo già un libro: "Da un anno vado in giro in tutta Italia a presentare il mio saggio, se la parte sinistra del mio corpo non ce la fa, vorrà dire che sforzerò la destra”. “Non posso trascurare il lavoro di un anno e gli sforzi di una vita: voglio mettere la mia esperienza e sensibilità al servizio degli altri".

Mariaelena racconta un caso emblematico in cui ha percepito che l'aiuto per la sua disabilità era inadeguato. "Prendi l'esempio di un concerto rock: mi danno il biglietto gratis, ma cosa me ne faccio se poi lo stadio è inaccessibile?”. “Funziona così anche nella vita: un livellamento verso il basso.”. “Non pago l'università ma poi non posso andare a lezione". Infatti, per studiare psicologia in un'Università (privata) attenta al problema disabiità, Mariaelena si è spostata da Augusta a Milano. Qui ha aperto uno studio privato. Ma perché non provare ad entrare nel pubblico come categoria speciale? "Impossibile.”. “Sono andata in un Centro per l'Impiego e mi hanno detto: se fosse stata una ragioniera avrebbe avuto più opportunità, gli psicologi non sappiamo come collocarli".

Ecco: c’è un articolo della Costituzione, il 3 (che parla di eguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini di fronte alla legge e di impegno dello Stato per la rimozione delle barriere di ogni tipo); c’è una legge, la n. 68/99, (che parla di collocamento obbligatorio delle persone disabili), ma poi qualcosa (anzi molto) non va e così solo uno (anzi, in questo caso, due) ce la fa. Storie extra ordinarie? Non di per sé. Purtroppo è ancora il contesto - che rappresenta una “normalità” che non dovrebbe più esistere - che le fa diventare speciali.

Fonti:
Le informazioni riportate sono tratte – salvo diversa indicazione – dal Sito web del Quotidiano Repubblica


Immagine tratta da pixabay.com

di U. F.

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