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Con il progetto “Aggiungi un posto in campo”, in Toscana il rugby non ha barriere

Il suo scopo è quello di promuovere socializzazione, integrazione e inclusione delle persone, con particolare riferimento a quelle con disabilità

3 gennaio 2019

Il rugby è nato in Inghilterra, il 1° Novembre del 1823, da un atto che qualcuno ha definito rivoluzionario compiuto durante una partita di pallone dal giovane William Webb Ellis che, nel corso di un’azione, prende la palla con le mani (cosa allora consentita)  e correndo (cosa allora non consentita) raggiunge la linea di fondo e la deposita a terra. Da allora questo sport è cresciuto, affinando le sue regole e generando diverse varianti per giocatori normodotati e disabili, come, ad esempio, il Wheelchair Rugby, il rugby in carrozzina, nato in Canada nel 1977. Ma accade anche di vedere in campo – come capita, da qualche anno, in Toscana - squadre composte da giocatori normodotati e disabili. Non si tratta di una variante codificata del gioco, ma del progetto “Aggiungi un posto in campo”, portato avanti dalla Società di Mutuo Soccorso Croce Azzurra, dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Polisportiva di Sieci, (Comune di Pontassieve, Provincia di Firenze) e dalla Onlus “Uno per Tutti”. Ecco allora che la “rivoluzione” di quel gesto primigenio si ripete e si rinnova, per un Rugby senza barriere.

La storia, quella che si scrive con la S maiuscola, ci ha raccontato spesso che molti cambiamenti, definiti ‘epocali’, hanno avuto origine da un singolo gesto rivoluzionario. Questo è accaduto, quasi due secoli fa, anche nello sport che noi oggi conosciamo come rugby. Questo sport, infatti, non esisteva prima del gesto ‘rivoluzionario’ dello studente inglese William Webb Ellis che il 1° novembre del 1823 – mentre disputava una partita di pallone sul prato antistante la Public School di Rugby, cittadina britannica del Warwickshire - prese la palla con le mani (all’epoca gesto consentito dalle regole) e cominciò a correre (cosa, invece, non consentita) fino alla linea di fondo, dove la depositò a terra. Un gesto forse dettato dal coraggio e dalla volontà di andare contro le regole (così amano pensare i giocatori e gli amanti del rugby) un gesto che, al di là delle intenzioni di quello studente, ha dato origine ad uno sport oggi tra i più diffusi a livello mondiale.

Andare contro le regole, si pensò fosse questa la molla che aveva mosso Ellis. Andare contro le regole come fanno, spesso, le persone disabili quando, sovvertendo prima il destino e poi le regole (quasi sempre dettate da persone non disabili) provano a vivere una vita il più possibile normale, ingegnandosi per superare le molte barriere (materiali e non) che si trovano davanti quotidianamente. Azione di certo ’rivoluzionaria’ nella quale generalmente riescono con ottimi risultati come dimostrano, ad esempio, i campioni dello sport paralimpico ed i loro molti emuli tra le persone disabili.

Lo sport è, infatti, un campo dell’attività umana nel quale l’ingegno delle persone disabili ha creato numerose e diverse varianti alle discipline sportive per normodotati, proprio per permettere anche a chi vive una condizione di disabilità di fare sport. Nel tempo la distinzione tra sport olimpico e sport parallimpico si è andata affievolendo e il mondo sportivo, oggi, lavora unito perché presto il suffisso “para” scompaia e lo sport sia uno, indipendentemente dalle condizioni fisiche di chi lo pratica. In questa direzione vanno, molte iniziative che vedono insieme, nella pratica sportiva agonistica e non, persone normodotate e persone disabili. Di una di queste vogliamo riferire qui.

“Aggiungi un posto in campo”
Così si chiama il progetto, nato un paio di anni fa in Toscana dalla collaborazione tra la Società di Mutuo Soccorso Croce Azzurra, l’Associazione Sportiva Dilettantistica Polisportiva di Sieci (Comune di Pontassieve, Provincia di Firenze) e la Onlus Uno per Tutti. Il suo scopo è quello di  promuovere socializzazione, integrazione ed inclusione delle persone, con particolare riferimento a quelle con disabilità. L’obiettivo, raggiunto l’anno scorso, è stato quello di far giocare a rugby 7 bambini e ragazzi con disabilità (dai 7 ai 16 anni). L’idea che muove il progetto è quella di ripetere, nello sport, ciò che già avviene nelle scuole: non classi separate, ma gruppi integrati. E’ stata così costituita un’equipe multidisciplinare formata da volontari, allenatori, educatori professionali e da uno psicologo, che si occupa di formazione e di supervisione dell’equipe; supportati da un gruppo di ascolto dei genitori, per comprendere le esigenze dei bambini. 

I gruppi sono stati confermati per la nuova stagione 2017/2018 e gli organizzatori hanno intenzione di andare avanti per raggiungere nuovi obiettivi ambiziosi quali: estendere ad altri sport della polisportiva siecese quanto fatto nel rugby e trovare, ogni anno, i finanziamenti necessari per sostenere il progetto. I costi del progetto non sono, infatti, sostenuti dalle famiglie dei ragazzi, che pagano tutte la stessa quota, ma dalle associazioni aderenti al protocollo d’intesa che ha dato vita al progetto stesso, utilizzando varie forme di finanziamento, come la raccolta fondi. Una sostanziosa donazione dell’Ordine dei Medici e Veterinari di Firenze - che ha stanziato 1.500 Euro – ha permesso, ad esempio, di raggiungere una relativa tranquillità finanziaria, ma la partita, come nel rugby, non è chiusa fino all’ultimo triplice fischio dell’arbitro.

Partire dal rugby si è dimostrata comunque una scelta vincente per le caratteristiche intrinseche di questo sport, applicate alle patologie più frequenti dei piccoli atleti, che vanno da quelle cognitive ed intellettive, alla difficoltà marcata a trattenere impulsi ed aggressività connessi con varie forme di deficit cognitivo, passando per una condizione di autismo. Nessuno dei ragazzi con disabilità iscritti era mai riuscito a partecipare per un anno intero ad attività sportive, sentendosi accolto nel gruppo. Con “Aggiungi un posto in campo” questo è stato possibile, inoltre la squadra mista partecipa ad un campionato in cui tutti i suoi componenti sono convocati. La speranza che iniziative simili possano proliferare in Italia non dimentica gli ostacoli oggettivi di resistenza e paura della diversità ma – come hanno evidenziato gli organizzatori del progetto: “Per produrre un vero cambiamento occorrono una coscienza ed una cultura che ne sappiano individuare e valorizzare i vantaggi.” e - aggiungiamo noi –  gesti  ‘rivoluzionari’ come il loro.

Fonti: Le informazioni riportate sono tratte – salvo diversa indicazione – dal Sito web B Magazine Hop.



Immagine tratta da pixabay.com


di U. F.

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