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Pediatri “advocate” e servizi sociali, una rete contro le fragilità: appello di Sipps

Il presidente Giuseppe di Mauro: “Un bravo pediatra ha le antenne sociali: anche se le famiglie portano da noi i figli con le tutine migliori, sappiamo diagnosticare precocemente la fragilità. Ma da soli non possiamo vincere: con infermieri domiciliari e assistenti sociali, dobbiamo fare rete”

5 febbraio 2021

ROMA – L'ambulatorio pediatrico come osservatorio privilegiato delle fragilità sociali, ma anche come anello di una catena che sappia “agganciare” la problematica e portarla verso possibili risorse e soluzioni, tramite un lavoro di squadra: è la proposta che ha lancia l’altro giorno la Sipps, di fronte alla nuova preoccupante fotografia della povertà presente e futura scattata da Caritas e Istat. “Ogni pediatra può trovare tra i suoi assistiti dal 10 al 15% di famiglie fragili che, tendenzialmente, diventeranno ancora più fragili – riferisce Sipps - Dati che fanno scopa con l'allerta della Caritas sull'emergenza 'nuovi poveri' segnata da un +14% di persone cadute in situazioni di indigenza rispetto all'anno scorso. E il futuro, con il tasso di disoccupazione che sale al 9%, non lascia sperare per il meglio”.
 
Occorre dunque agire e farlo presto e con intelligenza. “Noi pediatri non vinciamo da soli – afferma il presidente Giuseppe di Mauro - In questa battaglia alla povertà dobbiamo creare una rete che ci colleghi a nuove figure professionali, come l’infermiere pediatrico domiciliare, ai servizi sociali comunali spesso di difficile individuazione, alle realtà del terzo settore e al volontariato.  Si apra un tavolo di lavoro – propone dunque Di Mauro - anche in vista del Piano Infanzia che potrebbe nascere con una parte delle risorse previste nel Recovery Fund”. Al tavolo dovrebbero sedersi i servizi sociali comunali, gli infermieri, le Società scientifiche di Pediatria, la Caritas, le associazioni di volontariato, il terzo settore e istituzioni come Regioni e Comuni”.
 
Abbiamo chiesto a Di Mauro di approfondire.

"Ogni pediatra può trovare tra i suoi assistiti dal 10 al 15% di famiglie fragili": quali sono i "sintomi" di questa fragilità e quali "rimedi" possono essere prescritti?
Un buon pediatra deve avere le antenne sociale, o non è un buon pediatra. Nel mio studio passano coppie molto giovani (18-20 anni) con bambini piccoli, o famiglie molto numerose, magari di 10 persone, con un solo reddito neanche fisso: anche se quando vengono da me indossano tutti i vestiti migliori, non è difficile diagnosticare la fragilità sociale di questi nuclei, che da noi in Campania sono piuttosto numerosi. E non è difficile immaginare che, con la crisi generata dalla pandemia, la situazione non potrà che peggiorare. Cosa possiamo prescrivere? Da soli, niente. Ma dobbiamo per forza farci carico del problema, perché ci riguarda anche dal punto di vista sanitario: sappiamo benissimo infatti che la situazione economica sociale si ripercuote in molti casi anche sulla prevenzione sanitaria, sulle vaccinazioni, sull'alimentazione: insomma su ciò che assicura la salute al bambino di oggi ma anche all'adulto e poi all'anziano di domani. Quello che si fa nei primi mille giorni di vita si ripercuote sulla salute di tutti gli anni successivi. Ecco perché non possiamo ignorare queste fragilità: perché altrimenti ci ritroveremo tra 5-10 anni con tanti adolescenti non vaccinati o portatori di patologie e disabilità che si sarebbero potute individuare precocemente. Se tra 20 anni troveremo costi sanitari maggiorati e una popolazione di adulti con più problematiche sanitarie a causa di un minor numero di vaccinazioni, visite filtro e screening, allora significherà che non abbiamo fatto fino in fondo il nostro lavoro. Siamo chiamati – e lo diciamo da tempo – ad essere pediatri-adovocate, ovvero ad avocare a noi tutte le problematiche del bambino e della famiglia che ci troviamo davanti.
 
Un mestiere difficile...
Difficilissimo: ma quando curo un mal di gola o una brochite, non provo una grande soddisfazione, perché sto 'solo' curando e ormai tutti sappiamo usare le linee guida e applicare i protocolli. Quello che mi appassiona e mi inorgoglisce è prevenire quel male. Ed è questo l'obiettivo del nostro appello: prevenire le problematiche sanitarie a cui i nostri bambini possono andare incontro se oggi non prendiamo in carico la fragilità che intercettiamo
 
E una volta intercettata?
A quel punto serve la rete, il tavolo che chiediamo di istituire. Perché da soli non vinciamo. Abbiamo lanciato quest'appello e altri ne verranno, perché qui non si tratta di annunciare l'apertura di un negozio, ma di dare concretezza a quell'integrazione socio-sanitaria che non si può più rinviare: l'unica che ci permetterà di affrontare e superare questa crisi. Faccio un esempio: noi non sappiamo, ma dovremmo sapere, se la famiglia che entra nel nostro studio chiede i pacchi di spesa alla Caritas. E ancor meno sappiamo della famiglia che nel nostro studio non mette neanche piede, perché spesso le famiglie più fragili sono anche quelle che si rivolgono meno a noi. E' necessario creare un lavoro di rete, uno scambio di informazioni. Con il Recovery Plan, ci saranno più risorse: occorre che una parte di queste siano dirette anche alla creazione di questa rete e di questa integrazione.
 
Come dovrebbe lavorare questa rete?
Innanzitutto proponiamo di strutturare su tutto il territorio nazionale la presenza dell'operatore di visita domiciliare (o infermiere di famiglia). Non è un’utopia, in alcune regioni (come l'Emilia Romagna) già esiste ed è previsto anche nel decreto legge del 19 maggio relativo alle ‘Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all'economia, nonché di politiche sociali connesse all'emergenza epidemiologica da Covid-19’. Nell'ottica di una possibile divisione dei lavori, potrebbe competere al pediatra la gestione dei casi pediatrici (case management) in stretto contatto col servizio dell'infermiere di comunità preparato nel settore infantile. Si potrebbe prevedere quindi una figura dell'equipe del territorio completamente dedicata all’attenzione ai bambini, con un rapporto operatore-bambini di 1 ogni 500 nati per territori.
 
Come pensa che sarà accolto questo appello?
Dai pediatri, sicuramente bene: a patto che, ripeto, non siano lasciati soli nell'affrontare questa fragilità. E sarà accolto bene, credo, anche dalle altre professioni chiamate in causa, che da sempre sono deputate a combatterla, questa fragilità. Quello che stiamo proponendo, è di farlo insieme, mettendo in rete risorse, conoscenze, professionalità, nell'interesse del nostro Paese e del nostro futuro.

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