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Sanità, Rapporto Crea: l’Italia spende il 35% in meno rispetto ai Paesi Ue

Il disavanzo del servizio sanitario nazionale è di nuovo in crescita. Aumenta la disuguaglianza di spesa tra le regioni. Finanziamento pubblico in ritirata. Medici a tempo indeterminato ridotti del 2,9%

29 gennaio 2021

ROMA - "Il disavanzo del Servizio sanitario nazionale, che si era ridotto in maniera consistente negli ultimi 15 anni, negli ultimi 3 anni ha ricominciato a crescere, malgrado una lieve flessione fra il 2019 e il 2018. Il risultato di esercizio complessivo è attualmente negativo per 1,1 mld di euro, ovvero un mero 0,9% del finanziamento, ma in aumento del 18,3% rispetto al 2014". È quanto emerge dal XVI Rapporto Sanità messo a punto dal Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (Crea. Sanità), già consorzio dall’Università di Roma Tor Vergata e dalla Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg), con il supporto di alcune aziende. I dati sono stati presentati nel corso di un evento online.
"L'equilibrio finanziario- prosegue il Rapporto- poggia, peraltro, su un consistente 'contributo' delle compartecipazioni: in assenza di queste (che comprendono anche quelle sul differenziale rispetto al prezzo di riferimento dei farmaci equivalenti) rimarrebbe un deficit di 5,7 mld di euro. L'incidenza delle compartecipazioni, da parte sua, pone un problema equitativo: infatti è maggiore nel sud che nel nord (quindi in modo inverso alle possibilità economiche), con l''aggravante'- conclude il Rapporto- che nel sud si concentra su un numero minore di cittadini non esenti".

Cresce la disuguaglianza di spesa tra le regioni

"Permangono differenze di spesa rilevanti tra le diverse Regioni, anche standardizzandola in base ai diversi bisogni delle popolazioni; se la spesa pubblica comporta disuguaglianze modeste (con esclusione di alcune Regioni e Province a statuto speciale che hanno livelli di spesa pubblica decisamente maggiori della media), di contro il contributo della spesa privata delle famiglie è estremamente diversificato: fra le Regioni agli estremi il gap è di 544,1 euro e genera una disuguaglianza pari al 33,6% della spesa sanitaria media". È quanto emerge dal rapporto Crea.

"Malgrado la natura universalistica ed egalitaria del Servizio sanitario nazionale- prosegue il Rapporto- nei fatti le differenti possibilità di spesa delle popolazioni regionali continuano a comportare una disuguaglianza nelle opportunità di tutela sanitaria".

L’Italia spende il 35% in meno rispetto ai Paesi Ue

"In Italia si spende per la sanità il 35,1% in meno rispetto ai Paesi dell'Europa occidentale e il gap continua a crescere: nell'ultimo anno si è registrata una ulteriore riduzione dell'1,5% rispetto al 2018; rispetto al 2000 la forbice si è allargata del 13,6%. Il gap della spesa pubblica risulta ancora più consistente, essendo arrivato a superare il 40% (-40,2%)". È quanto emerge dal rapporto Crea.

"Di contro, sul fronte della spesa privata- prosegue il rapporto- il gap risulta contenuto (-13,7%) e sostanzialmente allineato al differenziale di reddito nei vari Paesi". Malgrado il gap citato, però, l'indice composito di salute e benessere sviluppato da ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) posiziona l'Italia al settimo posto in Europa: quindi "pur con risorse scarse l'outcome di salute prodotto in Italia è relativamente alto, dimostrando un utilizzo complessivamente efficace ed efficiente delle risorse", conclude il rapporto.

In Italia finanziamento pubblico in ritirata

"La quota di finanziamento pubblico della spesa sanitaria in Italia si è, negli anni, progressivamente ridotta, risultando ormai inferiore a quella dei Paesi dell'Europa dell'Est (EU-Post 1995). Il settore pubblico, pur rimanendo la principale fonte di finanziamento della spesa sanitaria, in tutti i Paesi EU, nei Paesi definiti EU-Ante 1995 (Europa occidentale) fa fronte in media all'80,5% della spesa sanitaria corrente, mentre in Italia e nei Paesi dell'Est rispettivamente al 74,1% e al 74,5%".

Medici a tempo indeterminato ridotti del 2,9%

"In Italia nel 2017 si registravano 626.576 unità di personale (sanitario, tecnico, professionale e amministrativo) dipendente a tempo indeterminato in servizio presso le ASL, le aziende ospedaliere, quelle universitarie e gli IRCCS, con una riduzione del 4,1% nel quinquennio; tale riduzione è però parzialmente compensata dal ricorso a forme di contratto flessibile (a tempo determinato e lavoro interinale), che hanno comportato un incremento di 11.501 unità: il gap complessivo si riduce al -2,3%: nel 2017 si contano 638.052 unità, indipendentemente dalle forma contrattuale". È quanto emerge dal Rapporto Crea.

"Analizzando la dinamica delle professioni sanitarie- prosegue il Rapporto- si osserva come le unità di personale medico a tempo indeterminato si sono ridotte del -2,9%, con un contestuale aumento del ricorso alle assunzioni a tempo indeterminato, che porta così ad un gap complessivo del -0,6%. Un trend analogo si registra per il personale infermieristico, dove la riduzione delle unità a tempo indeterminato è stata pari al -2,7%, ma il contestuale ricorso alle assunzioni flessibili ha ridotto il gap allo -0,4%".

L'Italia e la Spagna rimangono dunque in cima alle graduatorie europee, con "4 medici ogni 1.000 abitanti, precedute solo dalla Germania, che ne registra 4,3; Francia e Inghilterra ne hanno rispettivamente 3,4 e 3. Da considerare anche che in Italia oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni". Diversa è la situazione del personale infermieristico, dove l'Italia si posiziona "agli ultimi posti, con 6,7 infermieri per 1.000 abitanti, contro i 7,8 del Regno Unito, i 10,8 della Francia e i 13,2 della Germania, seguita solo dalla Spagna che registra un tasso ancora più basso, pari a 5,9 ogni 1.000 abitanti".

Volendo adeguare il personale sanitario italiano alla media (sulla popolazione assistita) dei principali Paesi EU (Francia, Germania, Inghilterra e Spagna), si può verificare quindi che il personale medico "risulterebbe in esubero di 18.108 unità; a meno che non si consideri nel confronto la popolazione over 75: in tal caso si evidenzierebbe un deficit di 24.365 unità". Per quanto riguarda il personale infermieristico, il Rapporto Crea fa sapere che il deficit "andrebbe invece da un minimo di 162.972 unità (nel primo caso) ad un massimo di 272.811, nel secondo. Considerando che, in termini di dotazioni di posti letto, esclusi Francia e Germania che contano rispettivamente 6 e 8 posti letto per 1.000 abitanti, Regno Unito e Spagna hanno una dotazione simile a quella italiana (3,2), rispettivamente di 2,5 e 3,0 posti letto per 1.000 abitanti, si avvalora quanto peraltro già riportato nel 15esimo Rapporto Sanità: ovvero che il deficit di personale sanitario in Italia è concentrato soprattutto negli infermieri e nell'assistenza extra-ospedaliera, che peraltro stenta ancora a decollare", conclude il Rapporto.

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