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Mamma ricoverata per 23 giorni con il figlio disabile: “Senza di me, non ce l'avrebbe fatta”

Gabriele ha 37 anni e una grave disabilità: il 29 ottobre è stato ricoverato a Lecce: dopo i sintomi, il tampone positivo. Il fratello, grave, al piano di sopra dello stesso ospedale. Mamma e papà, ultrasessantenni, positivi anche loro. “Dopo tre giorni, sono riuscita a farmi ricoverare con lui: oggi i medici mi dicono che l'ho salvato”

28 novembre 2020

ROMA – Finalmente tornerà a casa, insieme al figlio Gabriele, dopo 23 giorni di isolamento nella loro stanza d'ospedale: e finalmente potrà rivedere – non riabbracciare – il marito, ancora positivo, che per tutto questo tempo è rimasto solo in casa e “si è perfino cucinato da solo”. Gabriella ha 65 anni, il marito Paolo ne ha 68. Vivono in Puglia, in un paesino tra Leuca e Lecce. Hanno tre figli adulti: il minore, Gabriele, ha 37 anni e una grave disabilità, che gli impedisce di essere autonomo: “non parla, ma noi lo capiamo”, ci assicura la mamma. “Non cammina, ma io e mio marito ogni giorno lo spostiamo dal letto alla poltrona”, aggiunge. Oggi Gabriella giura: “Non auguro a nessuno di vivere quello che ho vissuto io: all'improvviso, la famiglia divisa e disastrata: chi in ospedale, chi a casa da solo, senza poterci incontrare. E devo ancora conoscere la nipotina che è nata a ottobre”. Oggi esce dall'ospedale e torna finalmente a casa, Gabriella, che il primo novembre ha “raggiunto” suo figlio Gabriele, ricoverato in ospedale per Covid il 29 ottobre. “E' stato faticoso prendersi cura di lui dentro una stanza, senza mio marito, senza una cucina, senza una lavatrice. Ho cercato di fare anche quello che per anni ho visto fare alla fisioterapista: esercizi, massaggi, perché se perde la muscolatura per noi, che siamo anziani, diventa ancora più faticoso sollevarlo e spostarlo. Però si è indebolito, lo vedo e sono preoccupata, spero tanto che recuperi. Intanto, torniamo a casa”.

La storia, dall'inizio: tutti positivi

E' stato un incubo durato un mese. Tutto è iniziato il 27 ottobre, quando il figlio Antonio, 42 anni, è stato ricoverato in gravi condizioni, positivo al Covid: “Eppure era stato tanto attento – ci assicura la mamma – soprattutto da quando, il 2 settembre, era nata la sua prima bimba, desiderata e cercata per dieci anni. Si è contagiato all'ufficio postale in cui lavora, sono sicura, non sono bastate tutte le precauzioni che ha preso. E' arrivato in ospedale giusto in tempo, ci hanno detto i medici. Ricoverato in terapia subintensiva: un ragazzone, sano e robusto. Ora è stato dimesso ma non sta bene, è sempre stanco, sembra che le gambe non lo tengano in piedi, mi fa preoccupare”, racconta Gabriella. Pochi giorni prima di ammalarsi, Antonio era stato a casa dei genitori e del fratello Gabriele, “per farci stare un po' con la bimba, ovviamente con tutte le attenzioni. Qualche giorno dopo, però, anche a Gabriele è venuta la febbre, aveva tosse, raffreddore, non stava bene e peggiorava. Ci siamo spaventati e abbiamo chiamato il 118: era il 29 ottobre, quando lo hanno ricoverato a Lecce. Vederlo andare via è stato un trauma: Gabriele è un ragazzone, pesa 85 chili, ma noi non lo lasciamo mai, perché solo noi riusciamo a capirlo e a occuparcene. Il pensiero che andasse da solo in ospedale ci preoccupava. Come avrebbe fatto a dormire senza di noi? E come avrebbero fatto i medici a capirlo, a prendersi cura di lui nel modo giusto?”. Alla preoccupazione si è aggiunta l'angoscia di non riuscire ad avere notizie dall'ospedale: “Quando chiamavamo, nessuno sapeva dirci niente: i medici e gli infermieri erano sempre impegnati, non sapevamo come stesse Gabriele, come passasse il giorno e la notte, non potevamo vederlo né sentirlo e non avevamo alcuna notizia. Dopo tre giorni ho iniziato a fare telefonate, insistendo per essere ricoverata: nel frattempo, eravamo risultati positivi anche io e mio marito. Credo che solo per questo mi sia stato permesso di essere ricoverata, con lui, nel reparto infettivi”. Il fratello Antonio, intanto, era al piano di sopra, in terapia subintensiva, a combattere la sua battaglia.

Il caregiver è la cura

Quando la mamma finalmente ha potuto vederlo, Gabriele non era in forma: “Era arrabbiato, sicuramente non aveva capito cosa fosse successo ed era spaventato da quella situazione. E poi aveva tutte le braccia nere, perché le sue vene sono fragilissime. Era pieno di flebo e aveva un camicione da tre giorni. Io gli ho messo il pigiama, l'ho lavato e ho iniziato subito a prendermi cura di lui”. Non ha mai smesso, giorno e notte, di fare tutto ciò che poteva per suo figlio, in quella stanza d'ospedale. “I medici e gli infermieri si occupavano dell'aspetto sanitario, controllavano i parametri, autoamministravano i farmaci, facevano del loro meglio ma non sapevano nulla di lui, non potevano capirlo. Un infermiere, un giorno, gli ha fatto dieci buchi prima di riuscire a trovare una vena buona: non gliene faccio certo una colpa, ma mi chiedo quanti ancora gliene avrebbero fatti, se non fossi arrivata io a dare una mano”. Gabriella infatti, più che prendersi cura, è stata la cura. “Giorno e notte, ho fatto tutto quel che potevo. Ho parlato con i medici, come prima cosa, cercando di far capire loro le problematiche di Gabriele, perché potessero trattarlo nel modo più adeguato. Ho chiesto di sostituire le flebo con le terapie orali o con l'intramuscolo: non c'era l'antibiotico che Gabriele tollera meglio, mi sono proposta di andare io a comprarlo, ma non era possibile. Alla fine è bastata una telefonata del direttore sanitario per procurarselo”.  Così, piano piano, Gabriella ha iniziato a far togliere gli aghi: “Ho spiegato che non serviva la flebo per idratarlo, perché Gabriele beve tanto, ma certo serve chi lo faccia bere. Lo facevo io. E poi lo facevo mangiare, quindi non serviva la flebo per nutrirlo. Naturalmente lo vestivo e lo lavavo, pulivo i suoi panni e i miei: non era facile, perché in questi ospedali nuovi non ci sono nemmeno i termosifoni. Per fortuna ho un'amica che lavora in ospedale, chiedevo a lei di comprarmi ciò che mi serviva:anche un phon, per asciugare i vestiti”. Per oltre tre settimane, Gabriella non si è mossa da quella stanza e non ha mai perso d'occhio Gabriele. “Ho cercato di fare con lui anche gli esercizi e i massaggi che normalmente gli fa la fisioterapista: non volevo che regredisse, ho fatto del mio meglio”. Faceva tutto, pur essendo lei stessa ammalata: “Da giorni avevo tosse, raffreddore e tanta spossatezza. Ma quando avevano ricoverato Gabriele, con mio marito ci eravamo guardati e ci eravamo detti che toccava a noi essere forti per far forza ai nostri figli. Quando poi sono riuscita a farmi ricoverare, anche mio marito si è tranquillizzato, sapendo che sarei stata accanto a nostro figlio. Lui è rimasto a casa da solo, malato, senza poter uscire di casa. Per fortuna i nipoti gli facevano la spesa e gliela lasciavano sul viale. Per tre settimane ha fatto tutto da solo, perfino cucinare: faremo festa, ora che, dopo 26 lunghi giorni, saremo di nuovo tutti a casa!”.

“Senza di me, non ce l'avrebbe fatta. Bisogna cambiare le regole”

Oggi sai torna a casa: Gabriella e Gabriele sono negativi, il marito è ancora positivo, ma “ci hanno detto che, trascorsi più di 20 giorni, non è più contagioso. Comunque staremo attenti. Speriamo che Gabriele recuperi le forze che ha perso e che anche Antonio si rimetta completamente. Poi speriamo di poter finalmente conoscere l'altra nipotina, che è nata a ottobre e abbiamo visto solo in videochiamata. E poi spero che nessuno debba passare quello che ho passato io: ci vorrebbe così poco per renderci la vita un po' meno complicata. Bisognerebbe cambiare qualche regolamento: a tutti i caregiver, innanzitutto, dovrebbe sempre essere permesso di stare accanto al loro familiare disabile, quando fosse necessario il ricovero. E poi, ci vorrebbe qualche servizio in più, negli ospedali in cui persone come Gabriele vengono ricoverate: la fisioterapista, per esempio, sarebbe essenziale, perché quando tornano a casa, ci siamo noi genitori a prenderci cura di loro. E col passare del tempo, diventiamo meno forti e richiamo di non farcela”. E non farcela non si può: proprio la storia di Gabriella insegna quanto la presenza del caregiver sia fondamentale in questi casi: “I medici mi hanno detto che la guarigione di Gabriele è passata attraverso di me. E anche io credo, in fondo, che se non fossi stata con lui, non ce l'avrebbe fatta”.

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