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Rsa, è di nuovo chiusura: “Possiamo permetterci di far soffrire così i nostro vecchi?”

Marco Trabucchi, presidente dell'associazione italiana di psicogeriatria: “ Non dovremmo invece avere il coraggio di decidere per l’apertura, accettandone assieme i rischi e le conseguenze?” Un'operatrice: “La sofferenza dei nostri anziani è un peso sempre più insopportabile. Ora abbiamo il compito di rendere ogni Rsa una casa”

18 ottobre 2020

ROMA – Le Rsa si stanno nuovamente isolando dall'esterno: per proteggere i loro ospiti, sono ogni giorno di più le regioni che scelgono la strada della chiusura. Che significa niente visite dei parenti, niente uscite all'esterno, riduzione anche dei contatti e degli incontri all'interno. Dopo la Valle d'Aosta, anche la Toscana e l'Abruzzo hanno fermato visite e uscite. Una decisione che preoccupa, per la sofferenza che procurerà, come ha già procurato. “Siamo di nuovo alla chiusura delle viste ai parenti nelle Rsa – commenta Marco Trabucchi, presidente dell'Aip (associazione italiana psicogeriatria). Non mi permetto di giudicare la decisione, perché non ho una responsabilità diretta nella gestione di una struttura e quindi non vivo personalmente le incertezze e l'angoscia di chi invece deve decidere. Posso solo esprimere vicinanza e comprensione verso chi si trova a dover compiere atti difficili, senza punti d’appoggio forti”, afferma, riferendosi a chi queste decisioni deve prenderle.

“Mi pongo, però, il problema ben noto della condizione di sofferenza di molti ospiti, anche perché il rimbalzo da una condizione all’altra indurrà certamente nuove sofferenze – riflette ancora Trabucchi - Mi chiedo se come comunità civile possiamo permetterci di far soffrire in questo modo i vecchi più fragili o se, proprio come comunità civile, non dovremmo invece avere il coraggio di decidere per l’apertura, accettandone assieme i rischi e le conseguenze. In questo modo si ridurrebbe, almeno in parte, il peso che devono portare sulle loro spalle i responsabili delle strutture”.

La testimonianza di un'operatrice

Significativo è il racconto di un'operatrice, che sulla pagina Facebook dell'Aip scrive, rispondendo a Trabucchi: “Noi operatori ci stiamo facendo carico di questa grave emergenza. All'inizio ci abbiamo messo forza di volontà, senso di responsabilità e abbiamo 'sposato la causa', perché preservare la vita dei nostri anziani era ed è ciò per cui ogni giorno andiamo al lavoro. Ma la sofferenza che stanno vivendo i residenti e le loro famiglie – racconta - sta diventando un peso sempre più insopportabile. Qualche volta pensiamo sia giusto per il loro bene e qualche volta viviamo con grande frustrazione quello a cui assistiamo davanti ai vetri. Se e quando finirà, avremo il dovere di raccontare ciò che abbiamo visto da una parte e dall'altra di quella porta chiusa”. Adesso però il compito degli operatori è vitale: al di là delle mansioni di cura e di assistenza, dobbiamo spendere tutte le nostre energie per trasformare una  in una casa: quella casa dove tutti possano sentirsi al sicuro, dove ognuno può portare il suo contributo e dove le emozioni possono diventare un regalo per chiunque vi entri oggi e in futuro”.

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