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Rsa e strutture residenziali per anziani e disabili senza infermieri: “Si rischia nuovo dramma”

Allarme e appello di Uneba alla sanità pubblica: “Se portate via infermieri da Rsa e strutture residenziali, private dell'assistenza anziani non autosufficienti e persone con disabilità. Non vogliamo essere Cassandre”

16 settembre 2020

ROMA – Se ci sarà una nuova ondata della pandemia, un nuovo picco di contagi, una nuova emergenza, anziani e persone con disabilità ricoverati nelle strutture potrebbero di nuovo esserne le vittime principali. Perché? Perché gli infermieri non bastano e stanno migrando verso il servizio sanitario, richiamati dalle campagne di assunzioni avviate dalle aziende sanitarie pubbliche. L'allarme arriva da Uneba. associazione di categoria del settore sociosanitario con un migliaio di enti associati in tutta Italia, quasi tutti non profit di radici cristiane. “Va fermata subito l'emorragia di infermieri in Rsa e strutture per anziani e persone con disabilità – chiede il presidente Franco Massi - Altrimenti queste rischiano di trovarsi con troppo pochi infermieri proprio nel momento più delicato per la prevenzione e la protezione dal Covid-19”.

“Una coperta corta non copre nessuno”

Come testimoniano enti Uneba di tutta Italia, tantissime e tantissimi infatti sono le infermiere e gli infermieri che, da quando è iniziata la pandemia, si sono dimessi dalle strutture sociosanitarie, a volte anche senza preavviso, per rispondere alle campagne di assunzioni avviate dalle aziende sanitarie pubbliche. Aggravando una carenza di infermieri preesistente. E il fenomeno non si fermerà, vista l'introduzione di una nuova figura nella sanità pubblica: l'infermiere di comunità”. Se questa da un lato è “un passo significativo di maggior tutela per parte della popolazione”, dall'altro però, segnala Uneba, “la carenza di infermieri in Italia fa sì che l'aumento degli infermieri di comunità potrebbe portare ad un calo degli infermieri in Rsa e affini. Ma non ha senso rafforzare il servizio domiciliare indebolendo le strutture residenziali! - nota Massi - Entrambe le modalità sono necessarie. Entrambe sono appieno parte del Sistema sanitario nazionale. O forse un anziano in casa di riposo e una persona con disabilità grave accolta in comunità alloggio, sono meno importanti di anziani e disabili seguiti dai servizi domiciliari? Una coperta corta non copre nessuno”. In molte regioni, oltretutto – fa notare Uneba - alla carenza di infermieri si somma quella di operatrici sociosanitarie e operatori sociosanitari.

Curare l'emorragia. Ma come?

Uneba chiede dunque di porre al più presto rimedio: “Già la scorsa primavera, nella prima ondata della pandemia, abbiamo alzato la voce più e più volte per chiedere che anche alle strutture sociosanitarie arrivassero i dispositivi di protezione individuale e un maggior numero di tamponi per ospiti e personale – ricorda - E abbiamo già visto, dolorosamente, gli esiti del trascurare il settore sociosanitario. Speriamo, questa volta, di avere ascolto in tempi più rapidi. Non ci piace affatto fare le Cassandre.

Le soluzioni esistono: Uneba indica l'esempio della Liguria, dove Alisa, l'azienda sanitaria della regione, “esclude dalle nuove assegnazioni di incarichi professionali infermieri e infermiere che 'si trovino in costanza di lavoro subordinato con strutture sanitarie e sociosanitarie private accreditate“, Ma “sento già le obiezioni – aggiunge Massi -: le infermiere e gli infermieri passano alla sanità pubblica perché lì guadagnano di più. Non lo nascondo, e non biasimo chi fa questa scelta. Ma visto che da Stato e Regioni il settore sociosanitario riceve molte meno risorse che la sanità pubblica, e che come non profit abbiamo il dovere etico ed economico della sostenibilità dei bilanci, gli aumenti del costo del lavoro finirebbero per ricadere sulle rette richieste alle famiglie. E' questo che vogliamo, particolarmente in questo difficile momento economico, e che nei mesi prossimi non migliorerà?”

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