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Covid e povertà. “L'emergenza sociale non è finita. E potrebbe aggravarsi”

L'analisi di Alberto Campailla, presidente dell'associazione Nonna Roma: “Se durante il lockdown distribuivamo fino a 900 pacchi a settimana, nel prossimo fine settimana ne consegneremo circa 350. I numeri sono in calo, ma temiamo l'autunno: con lo sblocco dei licenziamenti e degli sfratti, i nuovi poveri potrebbero aumentare. Necessario agire su casa, lavoro e reddito di cittadinanza”

30 giugno 2020

ROMA – L'emergenza sanitaria si alleggerisce, ma la crisi sociale resta e potrebbe aggravarsi ulteriormente in autunno: “Senza politiche strutturali su casa, lavoro e reddito, temiamo un'ulteriore aumento di quella nuova povertà generata dalla pandemia”. A parlare è Alberto Campailla, una storia da sindacalista, fondatore e presidente di Nonna Roma, una delle associazioni che, nella Capitale, svolge un ruolo di primo piano nel contrasto “dal basso” delle povertà. La distribuzione di pacchi alimentari è solo una delle attività che svolge, ma durante il lockdown la consegna a domicilio della spesa solidale ha rappresentato un'attività massiccia e prioritaria, che ha coinvolto centinaia di volontari e raggiunto circa 7.500 famiglie, per un totale di 25 mila persone”. Ora quell'attività è in calo, perché con la ripresa delle attività economiche evidentemente il bisogno diminuisce, ma “la crisi socio-economica generata dalla pandemia è tutt'altro che risolta: è vero che nel prossimo fine settimana prevediamo di consegnare circa 350 pacchi, contro i 900 a cui arrivavamo nelle settimane del lockdown. Ma è vero anche che a preoccuparci è soprattutto l'autunno, quando potremmo di fronte a una nuova ondata di povertà”.
 
Tre sono, principalmente, i fattori che potrebbero determinare, a partire da settembre, un aggravamento della situazione socio-economica delle famiglie: primo. “lo sblocco dei licenziamenti, oggi vietati alle aziende”; secondo, “lo sblocco degli sfratti, a partire dal 1° settembre”; terzo, “l'esaurimento delle risorse da parte di coloro che ancora avevano qualche soldo da parte, ma che in questo periodo l'hanno consumato. Insomma – afferma Campailla - l'elemento continua a essere drastico e la situazione molto complicata”. Tanto più complicata in quanto anche la risposta “dal basso” sta perdendo forza: “Da un lato molti volontari sono tornati al lavoro, dall'altro la percezione che la crisi sia esaurita fa ridurre anche donazioni e solidarietà. Noi continuiamo comunque a operare a pieno ritmo, seppur con numeri e anche con modalità diverse rispetto ai mesi scorsi: stiamo ricominciando infatti la distribuzione in presenza, presso le nostre sedi. Questo è fondamentale perché ci permette di conoscere le persone, capire le situazioni e intercettare, con il 'pretesto' della consegna della spesa, altri problemi che possiamo aiutare a risolvere. Per esempio, abbiamo attivato uno sportello per consulenze e domande relative al reddito di emergenza e di cittadinanza. La consegna a domicilio impediva di avere un rapporto e uno scambio di informazioni, che invece ora riprenderanno”.
 
Per identificare caratteristiche e bisogni di questi “nuovi poveri” e costruire una risposta più adeguata ed efficace, “stiamo avviando un censimento, attraverso un questionario che stiamo somministrando, telefonicamente e online, alle 7.500 famiglie che abbiamo aiutato durante l'emergenza. L'obiettivo è capire quale sia la loro condizione abitativa, lavorativa, economica e famigliare, sia per individuare meglio i contorni di questa nuova povertà determinata dal Covid, sia per fare delle scelte mirate rispetto alle persone che hanno maggiormente bisogno di sostegno”.
  
Ad oggi, chi si rivolge a Nonna Roma sono sopratutto “lavoratori in nero, in particolare del settore turistico e della ristorazione. Molti di loro non hanno ripreso a lavorare, non sono coperti dalla cassa integrazione ed è probabile che non tornino al lavoro in tempi brevi, anche per via dei controlli che in questo periodo sono più serrati. Durante un controllo sul rispetto delle distanze, avviene infatti che si verifichi anche la regolarità del personale. Prevediamo quindi un impatto enorme, soprattutto su questa categoria di lavoratori, così numerosa in particolare nella nostra città”.
 
Altra categoria a rischio è quella di chi svolge un lavoro di cura: “Tanti di loro si rivolgono a noi: alcuni sono tornati al lavoro, ma molti ancora no”, E poi ci sono “i tanti che hanno avuto una riduzione delle entrate, a cui in alcuni casi hanno fronte con risorse che avevano messo da parte, ma che ora si stanno esaurendo”. Se dunque la sofferenza economica è ancora così diffusa, “ci chiediamo con preoccupazione cosa accadrà in autunno, quando i licenziamenti riprenderanno e queste persone si troveranno disoccupate. Rischiamo di entrare in una fase di nuova povertà strutturale, dopo che la fase emergenziale ha determinato una nuova povertà spesso momentanea”.
 
Quali sarebbero allora le strategie per prevenire questo rischio e il diffondersi di una nuova povertà? “Bisogna agire su tre fronti – propone Campailla – Primo, la casa: occorre innalzare il contributo affitto previsto nel decreto rilancio da 140 a 500 milioni, così come richiesto anche dalle regioni; secondo, il reddito: non serve il Rem, che è una misura insufficiente e inadeguata, ma occorre allargare il reddito di cittadinanza innalzando il limite di Isee da 15 mila ad almeno 21 mila euro; terzo, il lavoro: è necessario che il blocco dei licenziamenti sia prorogato, per evitare che disoccupazione e assenza di reddito colpiscano persone e famiglie già duramente provate dalle conseguenze della pandemia”. 

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