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Coronavirus, meno contagi tra gli stranieri? No, arrivano tardi al test (e in condizioni gravi)

A pesare è lo scarso accesso alle cure e alla diagnosi, ma anche le difficoltà economiche che non consentono di smettere di lavorare. Lo dice il primo studio sul tema reso noto dall’Istituto superiore di sanità. Rezza: “Molte fake news, ma i dati ci dicono che diagnosi fatte in ritardo, più rischio di finire in terapia intensiva”

12 maggio 2020

ROMA - Migranti immuni al coronavirus. La bufala per settimane è rimbalzata sui social, da Facebook alle chat whatsapp. Ora a smentirla è l’Istituto superiore di sanità nel primo studio epidemiologico sul tema. Il professor Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell'Istituto, parla espressamente di “aneddotica”. “I dati sulla popolazione straniera non sono facilmente reperibili e interpretabili, questo ha contribuito alla diffusione di fake news, in cui si diceva che non si ammalano o si ammalano meno - sottolinea Rezza -.  I dati a nostra disposizione non mostrano questo, ma che gli stranieri rispetto agli italiani arrivano tardi al test diagnostico e quando ci arrivano sono in condizioni gravi.  Per questo per loro è maggiore il  rischio di finire in terapia intensiva”. 
 
Nello specifico, dall’inizio dell’epidemia al 22 aprile sono stati diagnosticati e notificati al sistema di sorveglianza un totale di 179.200 casi di coronavirus. Tra i casi notificati, l’informazione sulla nazionalità era disponibile per 124.204 casi (69,3%). Tra questi, 6395 casi (5,1 per cento) erano attribuibili a individui di nazionalità straniera. Un dato apparentemente positivo, considerando che l’Istat stima in 5.255.503 i cittadini stranieri residenti in Italia (8,7% della popolazione totale).
 
“Il rischio è lo stesso degli italiani, in particolare tra gli stranieri a reddito medio, mentre sembra molto basso il rischio tra chi è a basso o alto reddito. In generale il rischio è 0,6 rispetto agli italiani, circa il 40 per cento in meno - aggiunge Rezza -. Ma il rischio relativo alla necessità di ospedalizzazione è molto più alto rispetto agli  italiani: l’1,4 più elevato per tutti i livelli di reddito. Lo stesso dato lo rileviamo anche per quanto riguarda l’accesso alla terapia intensiva. Questo vuol dire che lo straniero che presenti la malattia in maniera meno grave ha scarse possibilità di essere testato, c’è un evidente ritardo nell'accesso al test e al tampone. Anche rispetto ai decessi l’incidenza è più alta”. 
 
L’Istituto superiore di sanità ricorda che la popolazione italiana risulta più anziana rispetto a quella straniera. “La fascia d'età degli stranieri contagiati è quella dai 30 ai 64 anni - spiega ancora Rezza - Per quanto riguarda la distribuzione per sesso, le donne sono più numerose fra i cittadini provenienti da paesi con alto indice (relativo al reddito, ndr), mentre sono poche fra quelli da paesi con indice inferiore. La curva dei contagi relativa ai cittadini stranieri appare spostata verso destra: come se si fossero infettati dopo, o come se la diagnosi arrivasse in ritardo”. L’incidenza più elevata è tra gli stranieri a medio/alto reddito, tra coloro cioè più esposti ai contatti come per esempio colf e badanti e persone che lavorano in generale nell’assistenza e la cura. L’Istituto di sanità invita inoltre a non considerare i singoli paesi di provenienza, perché i dati a tal proposito non mostrano nulla di particolarmente indicativo. In linea di massima lo studio dell’Istituto di sanità tende a confutare l’ipotesi che ci sia una differenze sostanziale tra i italiani e stranieri nel contagio da coronavirus.  Secondo il report a "giocare un ruolo abbastanza importante" è il ritardo nell'accesso alle cure, ai servizi sanitari e alla diagnosi. Non solo, ma può oltre alla difficoltà a interfacciarsi con i servizi sanitari pesano anche le "necessità economiche che inducono molti a evitare l'isolamento e la sospensione dell'attività lavorativa".

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