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Coronavirus, "economia e relazioni sociali peggioreranno. E non saremo migliori"

Emergenza Coronavirus, dalla didattica a distanza alle politiche sanitarie l’analisi di Antonio Schizzerotto (Università di Trento): "Non esiste un disegno post pandemico, rischiamo di finire col pensare solo a noi stessi"

6 maggio 2020

ROMA - Tra gli effetti legati al coronavirus c’è “l’incremento delle disuguaglianze sociali”. Un aspetto riguardante la scuola a distanza e da considerare anche in relazione alla sanità. Un sistema sanitario “da riformare per aumentare le sue capacità di resilienza”, annullate da politiche di tagli che hanno contribuito a metterlo in crisi a seguito della pandemia. Lo sostiene Antonio Schizzerotto, professore emerito di sociologia generale al dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’università di Trento e ricercatore senior alla Fondazione Bruno Kessler- Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche. Una riflessione, la sua, con previsioni sul post emergenza diverse da quelle ottimistiche del “saremo migliori”.
 
Professor Schizzerotto, la didattica a distanza ai tempi del coronavirus ha messo in risalto il peso delle disparità sociali. Quali storture appaiono più evidenti?
Quelle a prima vista riguardano l’assenza di connessioni a internet e di pc, tablet e cose simili perché non è detto che tutte le famiglie abbiano questa disponibilità. C’è quindi una prima discriminazione relativa alle possibilità di accesso a questi mezzi. Inoltre, pur sussistendo la strumentazione informatica, la seconda discriminazione riguarda problemi di sovraffollamento delle abitazioni e la disponibilità di genitori, parenti, fratelli e sorelle maggiori di prestare attenzione a ciò che l’insegnante trasmette e a quanto gli studenti recepiscono. Quanto più si vive in situazioni di sovraffollamento, tanto meno facile è partecipare a queste attività. E sappiamo che i figli delle famiglie poste in posizione sociale inferiore hanno minori strumentazioni cognitive e minori motivazioni all’apprendimento: è quindi più facile sottrarsi alla didattica a distanza. Poi ci sono tutti i problemi che hanno a che fare con i processi di socializzazione. Soprattutto in alcune fasce di età, la scuola è un ambiente di socializzazione tra pari, tra amici e compagni, con la presenza di individui diversi dai genitori, come gli insegnanti, che possono introdurre all’assunzione dei ruoli adulti. Ma la didattica via internet, online, elimina di fatto queste possibilità e ha quindi conseguenze negative, con disparità collegate all’età perché i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie per certi versi ne soffriranno di più rispetto agli studenti delle superiori per i quali il processo di socializzazione è già in fase più avanzata. C’è quindi un incremento delle disuguaglianze in funzione della posizione sociale delle famiglie di appartenenza e l’emergere di nuove forme di disuguaglianza legate all’età e alle fasi del processo di socializzazione.
 
Torniamo alla parte iniziale, al concetto di ‘minori strumentazioni cognitive’ per vie di famiglie in posizioni sociali ‘inferiori’. Può fare qualche altro esempio rispetto al ruolo dei genitori?
È evidente che i famigliari meno acculturati sono molto meno in grado di aiutare i loro figli rispetto ai genitori con un grado di scolarità superiore e con competenze diverse. Vero che online si trova tutto, che si possono fare le ricerche più disparate, ma il problema è che bisogna avere delle competenze anche per questo e non chiunque è in grado di sfruttare con la medesima intensità la rete. Dunque, avere qualcuno che ti indirizza sul modo di fare le ricerche su internet ha una sua rilevanza e tutto diventa più facile. Poi se hai genitori acculturati, probabilmente hai anche una ricca biblioteca in casa, puoi cercare testi, riferimenti e via discorrendo: è un problema di disparità di chance d’istruzione.
 
Rispetto al processo di socializzazione, si potrebbe quindi pensare che non basta la presenza di un docente davanti a un computer e che c’è comunque un impoverimento. E ciò riguarda soprattutto i più piccoli…
Sì, esatto.
 
Sempre rispetto al tema della scuola, cosa abbiamo imparato? Su cosa basare il cambiamento?
Mi sembra che abbiamo imparato non molto. Sappiamo che sono possibili forme di apprendimento a distanza, il cosiddetto e-learning, ma sono necessarie indicazioni e strumentazioni specifiche. Di fatto adesso abbiamo adottato situazioni di emergenza che non necessariamente vanno nella giusta direzione.
 
Al centro del dibattito anche una sanità da riformare. Cosa cambiare?
La cosa che sicuramente non funziona riguarda il fatto che le politiche perseguite in questi ultimi anni hanno fortemente ridotto la resilienza del nostro sistema sanitario. C’erano già state avvisaglie: anche solo di fronte a situazioni di stampo epidemico diverse da quelle pandemiche e drammatiche come questa, il nostro sistema sanitario era in crisi. Ricordiamo tutti le epidemie stagionali influenzali e ricordiamo cosa sono state l’aviaria, la suina, la Sars eccetera: fortunatamente avevano una capacità di contagio inferiore alla Sars-Cov-2 come viene chiamato questo virus. Sono state perseguite solo politiche di efficientamento, quindi pochissime terapie intensive, pochissima lungodegenza, pochissimi posti letto con un rapporto di posti per mille abitanti nel nostro paese decisamente più basso di quello della Germania. Di conseguenza sono state annullate le capacità di resilienza del nostro sistema sanitario, andato ancora più in crisi più di quanto la pandemia di per sé avrebbe comportato. E questa è la prima lezione da apprendere. La seconda lezione che non abbiamo ancora appreso e che diventerà più evidente riguarda il fatto che il coronavirus colpisce anche in funzione della stratificazione sociale. Perché ad esempio coloro che svolgono attività di stampo manuale come nelle fabbriche sono più esposti al contagio rispetto a chi svolge attività di telelavoro a casa. E perché il coronavirus si dimostra particolarmente letale nel caso di patologie pregresse e sappiamo che lo stato di salute declina fortemente passando dalle classi superiori e i soggetti più istruiti alle classi inferiori e i soggetti meno istruiti.
 
Quindi secondo lei ci sono cose che non abbiamo ancora imparato.
Beh, è un po’ stupefacente che non ci siano riflessioni a livello politico su cosa riformare per il nostro sistema sanitario. Certo, la lotta è concentrata sulla pandemia e sui suoi effetti immediati. Però un paese serio con un governo serio dovrebbe cominciare a mettere in atto riflessioni circa i modi nuovi di governare la nostra sanità, soprattutto riguardo all’assenza di articolazioni territoriali del sistema sanitario, caratterizzato da grandi concentrazioni, grandi ospedali, con le conseguenze negative che abbiamo visto. Insomma: bisogna aumentare le capacità di resilienza del sistema sanitario, articolare le strutture in un modo territorialmente più adeguato e bisogna prestare più attenzione alle disuguaglianze di salute, alla diversa esposizione dei soggetti alle malattie e alle conseguenze delle malattie.
 
E poi c’è il tema delle tante persone disabili rimaste senza centri diurni e relegate in casa in attesa di risposte per loro e per i famigliari che se ne prendono cura spesso in solitudine. Cosa si può apprendere da queste storie? Cosa fare per la “fase due” e per il “dopo”? 
Beh… intanto la fase due non è molto diversa dalla fase uno. È evidente inoltre che tutte le strutture di servizio di fatto sono venute meno. Anche sotto questo profilo, è vero che se ci fosse stata una sanità più “territorializzata”, più capillare, la consistenza dei fenomeni di isolamento sociale delle persone disabili in situazioni come questa sarebbero state ridotte. La seconda questione riguarda invece il fatto che non è stato sufficientemente curato l’aspetto del sostegno psicologico, un versante poco sviluppato del nostro sistema sanitario e in generale delle agenzie che si prendono cura dei disabili: un problema generale di tutta l’Unione europea dove la disabilità non è considerata con particolare attenzione. Ciò che apprendiamo è che bisogna potenziare servizi territoriali e aiuto psicologico.
 
Volendo fare una sorta di bilancio di previsione complessivo, pensa che in Italia ci saranno tendenze significative di cambiamento culturale? Una domanda legata al fatto che, a proposito di questa emergenza sanitaria e sociale, si sente dire spesso “cambieremo”, “saremo migliori”, “saremo più generosi”.
Non credo che sarà così. Credo che ci sarà un generale peggioramento prima di tutto per l’economia e in secondo luogo per le relazioni sociali e per il funzionamento delle istituzioni. Il rischio è che perdiamo una decina di punti di Pil, e questo inevitabilmente finirà con l’aumentare le disuguaglianze, con una riduzione della solidarietà e con l’aumento dei conflitti. Non esiste un disegno post pandemico del governo, degli industriali, dei sindacati eccetera. Dunque, non credo affatto che diventeremo migliori. Rischiamo anzi di peggiorare rinchiusi in situazioni di stampo privatistico in cui la gente pensa prima di tutto a se stessa. Del resto, l’Italia ha da tempo un problema di selezione della propria classe politica. E il modo di affrontare questo tipo di problemi richiederebbe la presenza di una classe politica molto robusta e forte che non c’è.

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