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Partorire ai tempi del Covid-19, la maternità in mascherina di Vanessa

Luca (il nome è di fantasia, ndr) ha poco più di dieci giorni. I nonni e lo zio, quando il sole è alto, scendono nel cortile della loro villetta vicino Roma per guardarlo dalla finestra, in braccio alla sua mamma

7 aprile 2020

ROMA - Luca (il nome è di fantasia, ndr) ha poco più di dieci giorni. I nonni e lo zio, quando il sole è alto, scendono nel cortile della loro villetta vicino Roma per guardarlo dalla finestra, in braccio alla sua mamma. Probabilmente potranno stringerlo tra le braccia solo quando avrà un paio di mesi perché "la paura è tanta", racconta all'agenzia Dire Vanessa (il nome è di fantasia, ndr), tornata a casa a due giorni dal parto al policlinico Gemelli di Roma, in dimissione precoce.
 
Una maternità sbocciata in mascherina, la stessa che Vanessa ha tenuto "per l'intero travaglio e durante il parto, molto fastidiosa durante la respirazione, tanto che non so se l'ho tenuta sempre. Non ricordo", dice. Il contagio da coronavirus montava in Italia proprio durante l'ultimo mese di gravidanza di Vanessa, segretaria di 32 anni, diventata mamma del suo primo bambino in una tiepida nottata di primavera. Tre i monitoraggi a distanza ravvicinata effettuati durante la 40esima settimana, la penultima di marzo. "All'ingresso del Pronto Soccorso ostetrico c'era un'infermiera che misurava la temperatura- racconta- La mascherina era d'obbligo, io per precauzione ho messo anche i guanti. Mi hanno fatto entrare da sola, ho compilato un modulo relativo al coronavirus. Nella sala d'attesa, con le altre donne, abbiamo mantenuto la distanza di sicurezza. Nonostante le precauzioni, non nego di aver avuto paura del contagio quando ero in ospedale".
 
Dopo l'ultimo monitoraggio, il 25 marzo, Vanessa viene ricoverata. Il bimbo è pronto a venire al mondo. Il suo compagno, Salvatore (il nome è di fantasia, ndr) può assistere ma, per entrare, deve superare ad un altro ingresso la prova della temperatura. Vanessa e Salvatore si ritrovano in sala parto, lei con guanti e mascherina, lui anche con cuffia, camice e copriscarpe. Solo gli occhi scoperti, "è stato fantastico, non mi ha lasciata mai sola". Passano 16 lunghe ore, "mi hanno fatto l'epidurale e sono riuscita a riposare un po’. Del parto ricordo poco, medici e ostetriche avevano tutti la mascherina". Obbligatoria anche in camera, dopo il parto. "Siamo andati al reparto maternità tutti e tre, ci hanno messo a disposizione un'intera stanza con il bagno- aggiunge Vanessa- Non potevamo andare in giro nei corridoi ovviamente, le ostetriche quando entravano ci chiedevano sempre di rimettere la mascherina. Due giorni in quella camera senza che nessuno potesse venire da fuori".
 
Foto, video, messaggi. Luca lo hanno conosciuto così i suoi nonni, gli zii. Dallo schermo di uno smartphone. "Ti aspetti un giorno di festa, come in effetti è stato. Solo che non ho potuto condividerlo- è il rammarico di Vanessa- così, tutto a distanza, è stata una cosa molto fredda. Mi è mancato non poter vivere quel momento con le persone a me care". Il rientro a casa, dopo due giorni, "è stato un sollievo, perché comunque avevo paura di poter prendere qualcosa in ospedale, o che potesse prenderlo il bambino. Dopo altri due giorni, però, siamo dovuti tornare per la prima visita pediatrica. Quando siamo arrivati nel reparto abbiamo visto altre persone, ma tendevano a far entrare ogni coppia in stanze vuote, in attesa del medico, senza creare folla in corridoio".
 
Vanessa, anche se questo momento lo immaginava diverso, è felice. "Luca è bellissimo, sono innamorata pazza. Vorrei tanto portarlo fuori, con queste belle giornate. Invece dovrò restare a casa. E mia madre dovrà continuare a vederlo dal vetro della mia finestra".

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