SuperAbile






In Salute e ricerca

Notizie


Io, sospetta paziente Covid-19, nel “braccio” dei malati

I sintomi, l’ambulanza, il tampone: 48 ore per conoscere la propria sorte. Il racconto di un’esperienza in un ospedale romano: "Nell’aria dolore e tristezza, mescolata a timore. Quando anche solo il sospetto di Covid-19 arriva, ti priva subito di tutto. E ti lascia solo”

3 aprile 2020

ROMA - Il viaggio inizia con le cime di case e alberi che vedo scorrere, da una prospettiva mai vista. Attraverso gli sportelli posteriori noto frammenti di primavera, fiorellini sbocciati, antenne sui tetti. In effetti è la prima volta che sono in un'ambulanza e che viaggio sdraiata. Sono legata alle braccia e alle gambe per non cadere, c'è una piccola sponda accanto a me che mi sostiene. Ho la mascherina, i guanti di gomma, sono aggrappata alla mia borsa poggiata sul grembo. Accanto a me, a distanza di sicurezza, c'è il solerte e gentilissimo operatore del 118, tutto coperto da tuta, mascherina, occhiali, guanti. Non capisco dove siamo, anche se è Roma ed è il mio quartiere; non so dove mi porteranno. Devo stare zitta, lo capirò poi, per non spargere eventuali involontarie goccioline. Ho lievi sintomi, ma una forte tosse: sono una sospetta Covid-19. Sto in silenzio.
 
Pochi minuti e arriviamo in ospedale; li sento parlare tra loro, forse non mi possono accettare. Nella breve attesa un'infermiera bellissima - di cui vedo solo gli occhi azzurri ben truccati sotto lo scafandro celeste e la mascherina - parla al telefono con qualcuno: “E' un verbo intransitivo, amore mio, lo vedi che non risponde alla domanda ‘chi - che cosa?’”. Frammenti di quotidianità familiare, a distanza. E il ricordo di me, un mese fa, che alla lavagna spiego la stessa cosa ai miei alunni. E’ un attimo, poi subito la conferma: qui non mi possono prendere, in questo momento non sono attrezzati per accogliere un paziente Covid-19. Parte un altro viaggio, altre cime di alberi, altre soffitte e attici. Non c’è traffico, sono tutti a casa.
 
Arrivo a destinazione, in un secondo ospedale, che mi gira la testa. Ho una doppia mascherina alla bocca, e viaggiare sdraiati è disorientante. Scendo lentamente dall'ambulanza, un operatore mi prende sotto braccio, non potrebbe e non dovrebbe, ma lo fa per aiutarmi. C’è una barella, in un attimo in tre sono sopra di me, tutti coperti e scafandrati. Hanno i nomi scritti a pennarello sulle tute, Silvia che ho davanti ci ha messo anche dei piccoli cuoricini. Nel giro di dieci minuti mi prendono pressione e saturazione, poi un primo prelievo di sangue, e faccio il tampone che ore dopo mi dirà se sono o meno positiva. Stanno arrivando altre ambulanze. C’è tempo per altri tre prelievi, il braccio in breve è pieno di cerotti. Subito spazio per l’elettrocardiogramma, poi vengo portata in una grande sala. C'è un vecchio, in un angolo, tutto coperto: dorme e tossisce. Mi mettono sul lato opposto. Dopo poco arrivano altre due signore, hanno l'età di mia mamma. Stiamo tutti in silenzio, tutti con la mascherina. Io tossisco, percepisco il disagio degli altri. Arrivano due operatori con un macchinario per lastre portatile, mai visto. Ci fanno l’rx torace lì, “en plein air”, senza nessuna delle classiche accortezze che siamo abituati a vedere quando facciamo una lastra. Incredula mi rendo conto davvero che siamo talmente potenzialmente pericolosi che nessun reparto di radiologia potrebbe mai accoglierci in sicurezza, a costo di faticosissime e onerosissime disinfezioni ad ogni cambio paziente.
 
Poi arriva una dottoressa: “Lei e lei - indica me e un'altra signora – vi tratteniamo in ricovero in attesa del risultato del primo tampone, poi comunque ne farete un secondo di controllo”. Ci scambiamo due parole da lontano, sempre coperte dalle mascherine. Mi sento di dire che dobbiamo pensare positivo, a quando andremo al mare, ci faremo un bel bagno e questo sarà solo uno sbiadito ricordo. Le signore mi guardano, hanno solo paura. “Speriamo...”, mi concedono. In bocca al lupo ci diciamo, poi spariamo, ciascuna nella sua stanza isolata.
 
Ora siamo in un vero e proprio reparto, interamente dedicato alla gestione dei casi Covid-19. Il silenzio è surreale, vengo infilata rapidamente in una stanza singola, non ho nulla tranne i miei vestiti e la mia borsa. Mi danno un camice da degenza, un pochino di sapone, una federa come asciugamano. “Non deve mai uscire da questa porta, mai neanche aprirla, noi comunicheremo solo via interfono”, mi dicono alla distanza di due metri. Poi chiudono la porta. Passano molte ore, tutte uguali. Riesco ad avere una sacca da casa con le mie cose: me la buttano in camera, per terra, aprendo e chiudendo rapidamente la porta.
 
Ho tempo per pensare, qui devo solo attendere. I ricordi vanno a quando – nei miei viaggi in Africa, come giornalista o come semplice volontaria - ho visto bambini e adulti con la lebbra, i visi e gli arti mangiati dalla malattia; ho visto persone con le convulsioni per la febbre malarica, ho dato medicinali a malati di Aids in piccoli dispensari, tenuto in braccio bambini con la tubercolosi. Ho visto i pigmei in foresta languire in ospedali da campo poverissimi per infezioni da tetano. Ma rimango colpita, ora, forse perché non sono qui solo ad osservare, ma a condividere la stessa condizione. È come stare in una bolla, un limbo in cui sei come “pre-morto”, sei considerato contagioso. Nessuno si avvicina, non hai nessun contatto, neanche con lo sguardo; ti parlano solo da dietro la porta o con l'interfono. C'è solitudine e tristezza nell'aria, mescolata a timore. La paura del contagio è imperante, imparo a stare lontana e a scusarmi anche solo di chiedere una cosa.
 
In questo reparto c’è una densità di sofferenza veramente forte. Il dolore dei poverini che si lamentano soli con il febbrone e la tosse. Il dolore dei medici e degli infermieri che non possono avvicinarsi e cercano di consolare da dietro le porte con parole gentili, con un tono che vorrebbe cullare, incoraggiare ma che non può arrivare all'obiettivo come farebbe un tocco, un sorriso, una piccola commissione da sbrigare per alleviare il disagio. In questa situazione non ci sono pazienti e curanti, ci sono persone che hanno tutte paura, che hanno famiglie a casa. I medici e gli infermieri; alcuni che hanno scelto di mandare i figli dai nonni e non li vedono da settimane, da settimane non li possono abbracciare, stringere né rassicurare. Altri tornano in casa ma stanno attenti ad ogni cosa, fanno lunghissime docce, togliendosi quasi la pelle per potere garantire un minimo di sicurezza ai propri cari, si avvicinano con timore ai loro piccoli e pregano che nulla accada. Ogni giorno, ogni giorno così.
 
Chi è positivo e ne ha bisogno viene trattato in queste stanze, sperando non si presenti la necessità di un trasferimento altrove, in terapia intensiva.  In corsia c'è una solitudine e un dolore lungo, lento, sempre uguale. Nella mia fase non ci sono terapie particolari: ci danno acqua. “Beva tanto mi raccomando!” dicono, in attesa di capire se e quando ci sarà necessità di altro. Gli anziani hanno paura, nelle loro stanze non riescono nelle cose più facili: prendere un oggetto, attaccare il cellulare alla presa elettrica per chiamare casa. I sanitari che devono entrare si vestono in silenzio, diversi minuti, prima di accedere alle camere isolate. Le ore passano lentissime. Riesco ad aprire solo in tarda serata la finestra della mia stanza. Respiro un pochino, consumando i pasti che mi sono passati velocemente dalla porta. E’ ormai notte, l’interfono annuncia: il primo tampone è negativo, ma domani dovrò farne un altro, potrebbero esserci dei falsi negativi. Il nuovo giorno, 24 ore dopo il primo, porta con sé il secondo tampone. L’attesa del risultato dura altre 9 ore: è passata la mezzanotte quando il responso, anche questo negativo, mi rispedisce a casa, alla vita “normale” di fuori. Curerò la tosse, guarirò senza paure. 
 
Ero un po’ stanca della pur necessaria retorica del #iorestoacasa. In queste settimane ci sono stata praticamente sempre, a tal punto da domandarmi, in questi giorni di degenza e di attesa, dove mai potessi essere stata contagiata. La tosse e l'affanno degli ultimi giorni erano però dei sintomi preoccupanti, i medici hanno preferito sapere. Ero stanca anche dei tanti racconti di questi giorni, e di quegli audio di medici e dottori che vengono rimbalzati sui gruppi WhatsApp, attivi più del solito in queste giornate. Poi sono entrata in quella dimensione parallela, rendendomi conto – e dal vivo è tutta un’altra cosa - che la nostra vita costretti a casa, peraltro con le nostre comodità, è niente rispetto a ciò che accade là dentro. Quando il Covid-19 arriva ti priva subito di tutto. Di ogni cosa. Sei solo. Solo in ambulanza, solo nel triage, solo in reparto, solo in attesa del responso. E se è positivo, non sai se guarirai o morirai, nessuno lo sa.
 
Come metabolizzare questa esperienza, come raccontarla? Come cambiare, migliorare, trarne un insegnamento? Non saprei. Si è parlato molto del Covid 19 come di una guerra, della mancanza di parole per descrivere quanto sta accadendo, del "nemico invisibile". Gli effetti di questa pandemia sono anche evidentemente di tipo relazionale: stanno modificando il nostro modo di stare insieme. Non potendoci toccare, parlandoci da dietro mascherine, se contagiosi evitando del tutto qualsiasi persona, a partire dal proprio partner e dai propri stessi figli. Questa rivoluzione dolorosa e necessaria, essenziale, ci apre però ad alcune domande importanti. Quanto diamo valore alle nostre relazioni, quanto sono importanti i contatti con gli altri, in che modo si può amare e stare vicini ugualmente senza usare la prossemica e la gestualità che è nostro bagaglio biologico e umano? Quanto l'uso del digitale ci sta aiutando in questo momento ma sta rendendo palesi le proprie fragilità: il virtuale, in cui eravamo immersi fino a metà febbraio, ora non ci basta più, i nonni in video funzionano una settimana, non un mese, i baci dei miei figli, lontani, non provocano sollievo nel vederli ma lacrime nel non poterli abbracciare. Raccoglieremo i frutti e le riflessioni finali solo quando sarà finita questa tempesta. Teniamoci però in tasca i semi del dubbio, della riflessione, dei dettagli che ci colpiscono. Ci serviranno.

di Marta Rovagna

Commenti

torna su

Stai commentando come



Procedure per

Percorsi personalizzati