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Anoressia, Bergamin (Aba): “L’anoressia maschile più grave di quella femminile”

Parla lo psicoterapeuta di Aba: “Quando nell’anoressia incontriamo casi al maschile dobbiamo sempre tenere in conto una gravità maggiore e la compresenza di altre sintomatologie psichiatriche e dipendenze di vario tipo”. De Clercq: “Curare la causa e non il sintomo. Genitori e scuole devono essere attrezzati”

18 febbraio 2020

ROMA – “Ancora una volta è dovuto morire un ragazzo di soli 20 anni perché la stampa italiana possa nominare una malattia prima causa di morte nelle malattie psichiatriche e dei giovani ancora sottovalutata dallo Stato, da tutte le istituzioni e da tutte le persone supposte a studiare e trattare una patologia più che trattabile; più che trattabile se solo ci si volesse concentrare sulle cause, alla fine sempre le stesse, che toccano ragazzi sempre più giovani come soggetti fino a oltre 60 anni”. A parlare, in questi giorni che fanno seguito alla morte “per anoressia” del ventenne di Torino Lorenzo Seminatore, è Fabiola De Clercq, fondatrice di Aba, l’associazione che da anni mette in campo un approccio per il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare incentrato sulla multidisciplinarietà e sulla relazione.
 
Il dottor Francesco Bergamin, psicologo e psicoterapeuta di Aba, più di 20 anni fa, sin dagli inizi del lavoro di Aba, registrava casi di anoressia maschile. “Ritenevamo allora che però il numero e la percentuale fossero sottostimati per la forte connotazione femminile di questo disturbo - data anche dai cluster di diagnosi del DSM quarto - che faceva sì che molti ragazzi e uomini non arrivassero a chiedere aiuto per questo tipo di disturbo. Ultimamente – spiega - sono in crescita perché è venuta meno questa forte connotazione al femminile di questo disturbo e per l’assottigliarsi e il sovrapporsi di alcune caratteristiche di identificazione tra il maschile e il femminile”.
 
Prosegue Bergamin: “Come accade nel femminile, anche per il maschile le cause vanno ricercate in vari elementi di sofferenza psicologica che paradossalmente hanno poco a che fare con il cibo. L’anoressia maschile è in questo senso una manifestazione di una sofferenza che risiede altrove. Il corpo e il tentativo di controllo e manipolazione esasperata su di esso diventa il teatro e il principale elemento di comunicazione di questa sofferenza. Quando nella clinica dell’anoressia incontriamo dei casi al maschile dobbiamo sempre tenere in conto una gravità maggiore - conclude - e una comorbilità con altre sintomatologie psichiatriche e con dipendenze di vario tipo”.
 
Per Fabiola de Clercq “l'anoressia e la bulimia devono devono essere trattate dal loro esordio curando la causa e non il sintomo: non è il ricovero in ospedale che salva la vita. Nel senso che – chiarisce - quando si tratta di salvare la vita, si sono persi già troppi passaggi e spesso il soggetto non è più in grado di ragionare quando arriva in ospedale dove, per forza, si tratta solo la parte alimentare. I genitori dovrebbero essere aiutati per primi a chiedere aiuto. Gli insegnanti dovrebbero essere, subito dopo, i soggetti che dovrebbero essere attrezzati ad intervenire con gli strumenti adeguati, quali la conoscenza di questa patologia con corsi di formazione e di aggiornamento. “Aba li fa regolarmente da 25 anni e li fa anche gratuitamente – evidenzia Da Clercq - con una esperienza che nessuno può vantare. I terapeuti dell'Aba curano a partire dai genitori, dalla famiglia e, naturalmente, dai figli e dalle figlie, questa patologia fino a quando questa è, si può dire, completamente risolta. Fino a quando, in grande parte, le nostre pazienti diventano madri”.  (ep)

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