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Anoressia, Salvo (Centro Dca Portogruaro): “Prima la sicurezza, poi il progetto riabilitativo”

Per l’esperto “le strutture pubbliche in Italia ci sono e anche di ottime”, bisogna lavorare insieme, famiglia e i servizi, per costruire un patto terapeutico, lavorare sulla motivazione, pena l’abbandono precoce e il peregrinare da una struttura all’altra

18 febbraio 2020

ROMA – “Mi trovo a dirlo di continuo ai genitori: la prima cosa è la sicurezza, salvare la vita. Poi inizia il percorso riabilitativo, che è un progetto”. A parlare è il dottor Pierandrea Salvo, psichiatra e direttore del centro di riferimento del Veneto per la cura e riabilitazione dei disturbi del comportamento alimentare a Portogruaro (uno dei centri inseriti nel gruppo ministeriale per le buone pratiche sui Dca), all’indomani della morte di Lorenzo Seminatore, il ventenne piemontese trovato senza vita dai genitori dopo oltre sei anni di malattia, una depressione che si era poi tradotta in anoressia nervosa che lo portava a rifiutare il cibo. Le cronache hanno riferito della disperazione dei genitori e del loro appello: “In Italia non ci sono strutture pubbliche in grado di aiutare chi soffre di questo male, le famiglie sono lasciate sole e spaesate”.
 
Tra confusione e paure
Per il dottore Pierandrea Salvo, sulla riabilitazione dei cosiddetti disturbi del comportamento alimentare c’è tanta confusione. “Nessuna considerazione potrà mai lenire il dolore incommensurabile di una perdita – dichiara Salvo -, ma alcune considerazioni sono importanti e possono aiutare altre persone ed altre famiglie”. E ribadisce il concetto: “La struttura non gestisce lo stato di acuzie; non entro nel merito del caso di Lorenzo perché non ne conosco i dettagli, non so se il giovane è morto per ipo-potassemia o per arresto cardiaco. Se si fosse trattato di queste o altre situazioni legate alla sua malattia, Lorenzo sarebbe forse morto anche in una struttura. Mi spiego meglio: è il ricovero che salva, quando la malattia è in stato di acuzie è necessario stabilizzare il quadro clinico. Molte famiglie peregrinano da una struttura all’altra, i ragazzi entrano ed escono, ma il percorso riabilitativo è un progetto che va costruito dopo che la persona è messa in sicurezza, e questo lo si fa in ospedale”.  Salvo vuol dare quello che considera un messaggio fondamentale: “Tali ricoveri hanno funzione salvavita”.
I genitori di Lorenzo hanno messo in evidenza come, specialmente dopo i 18 anni, ai ragazzi viene lasciata facoltà di scelta, di rifiutare le cure, sono loro che decidono di firmare per uscire dall’ospedale, sono loro che decidono di lasciarsi morire e i genitori non hanno nessun potere decisionale. Uno strazio che si ripete ovunque, in nome della libertà personale dell’adulto. Anche su questo il dottor Salvo tiene a dare un messaggio che, dice, può aiutare a far chiarezza: “Se legato a patologia psichiatrica, e nel caso dell’anoressia nervosa la componente psichiatrica c’è, si può procedere con il trattamento sanitario obbligatorio. Lo prevede la legge. Una persona può rifiutare di essere curata, ma se il rifiuto è su base delirante si può procedere con il Tso. Il fatto che una persona sia maggiorenne comporta che possa scegliere delle proprie cure, ma non esime i curanti dall'erogare le cure coattamente nelle situazioni previste dalla legge”.  Accade che i genitori siano in difficoltà di fronte al braccio di ferro con la figlia o con il figlio, e qui per Salvo si può ricorrere – e tra i suoi pazienti è un percorso talvolta intrapreso - a un aiuto esterno, a un amministratore di sostegno , che “sia chiaro, non significa togliere la potestà genitoriale al padre e alla madre, ma che loro possono avere una figura che sia di aiuto alle cure, una forza in più”, una condivisione di responsabilità.
A proposito di Tso, nel 2015 l’allora deputata Pd Sara Moretto presentò una proposta di legge che stabilisse che in ogni ospedale ci fossero spazi dedicati e una equipe multidisciplinare per i trattamenti sanitari obbligatori per ragazze e ragazzi con disturbi del comportamento alimentare, i quali altrimenti vengono ricoverati in reparti psichiatrici. La proposta non fu accolta già in seno allo stesso partito e fu accantonata. “Credo che sia una proposta di certo migliorabile – dichiara oggi Sara Moretto –, ma una proposta di buon senso che affronta un aspetto concreto: la riproporrò al mio nuovo gruppo politico”.    
 
Le strutture pubbliche in Italia ci sono
Pierandrea Salvo mette in luce come in Italia la rete di servizi pubblici per il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia e le altre forme) c’è ed è presente in quasi tutte le regioni. Non in tutte le regioni ci sono strutture residenziali, tuttavia i livelli di assistenza ambulatoriale o in day hospital da dieci anni a questa parte sono diffusi e diverse regioni sono attrezzate con posti letto per accogliere utenza extraregionale. A proposito della vicenda di Lorenzo, Salvo dice che “non è vero che in Piemonte manchino strutture per i disturbi alimentari, ve ne sono di ottime; mancano - al momento - strutture riabilitative, ma il Piemonte garantisce la possibilità di trattamenti riabilitativi anche fuori regione”.
Per l’esperto, tuttavia, “la pressione ai ricoveri urgenti nelle strutture” non è del tutto positiva, e qui vede parte della confusione che impera sull’argomento. “Il percorso riabilitativo è un progetto che va costruito sulla persona con la famiglia e i servizi che devono conoscerla” per poter concordare un patto terapeutico, lavorare sulla motivazione, pena l’abbandono precoce della struttura e il peregrinare dall’una all’altra”.
Ma le famiglie, provate e disorientate, tra un trattamento ospedaliero e l’attesa di un ricovero in struttura vivono nel terrore di una ricaduta e chiedono tempi brevi. Quanto devono attendere? In strutture private a pagamento può a volte bastare una settimana, nelle strutture pubbliche qualcosa di più: “In tutta la regione Veneto abbiamo cento posti letto disponibili e attualmente nella nostra azienda sanitaria abbiamo 14 persone in lista d’attesa tra adulti e minorenni”, riferisce Salvo, per il quale il messaggio fondamentale rimane uno: informare adeguatamente le famiglie, permettere l’accesso in ospedale quando la persona sta male sia a livello organico sia a livello psichiatrico, programmare un buon percorso di riabilitazione lavorando sulla motivazione del ragazzo con equipe multidisciplinari. In questo modo potrà anche calmarsi quello che chiamerei shopping terapeutico, passare da una struttura a pagamento all’altra”. 
 
Le associazioni di familiari
I familiari possono trovare una forma di supporto e di condivisione nelle associazioni di familiari che in questi anni si sono costituite, su diversi territori, dall’Umbria al Veneto alla Lombardia alla Basilicata, proprio per tenere informati e alleviare le paure e la sofferenza dei genitori e anche per affiancare i centri di cura.

di Elisabetta Proietti

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