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Mamma dopo il cancro? Sì, grazie ai centri di oncofertilità

Per poter veder esaudito il desiderio di maternità è necessario preservare la fertilità delle pazienti prima di sottoporsi a trattamenti di radioterapia o chemioterapia. Spiega il processo il responsabile del Centro di Oncofertilità e della Banca del tessuto ovarico dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma

10 settembre 2019

ROMA - Diventare mamma dopo aver sconfitto un tumore è possibile. Ma per poter veder esaudito questo desiderio di maternità è necessario preservare la fertilità delle pazienti prima di sottoporsi a trattamenti di radioterapia o chemioterapia, pratiche potenzialmente molto tossiche per l'ovaio, tanto da poter rendere infertile la donna. Per questo percorsi clinici come il congelamento del tessuto ovarico o degli ovociti, che si svolgono nei centri di oncofertilità sono essenziali per procedere, dopo la guarigione, ad un 'normale’ un ciclo di fecondazione in vitro. A spiegare meglio come si svolge il processo, a chi è rivolto e le percentuali di successo di avere una gravidanza dopo i trattamenti oncologici all'agenzia di stampa Dire è Enrico Vizza, responsabile del Centro di Oncofertilità e della Banca del tessuto ovarico, dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma.
 
Quante sono in Italia le donne affette da tumore in età fertile e perché è importante preservarne la capacità riproduttiva?
 
L'oncofertilità è un argomento sicuramente di nicchia perché riguarda all'incirca il 6-8% di tutte le pazienti oncologiche. Questo naturalmente non vuol dire che non sia importante anzi. Molto spesso le donne non si pongono il problema della fertilità nel momento in cui iniziano i trattamenti oncologici perché la loro attenzione è concentrata sul sopravvivere e salvarsi dalla malattia. Il secondo motivo è che le donne affette da cancro sono già 'impegnate’ in un percorso di analisi complesso e che richiede tempi rapidi, penso alle: tac, pet ed esami istologici. In qualche modo insomma sono portate a non aggiungere ulteriori accertamenti medici. Ma quel che vale la pena sottolineare è che le decisioni che vengono prese, nel momento della diagnosi e delle terapie per il trattamento oncologico, determinano conseguenze irreparabili per fertilità della donna. Cambiare rotta è possibile, bisogna afferrare e portare avanti una doppia sfida, la prima che i medici sensibilizzino e indirizzino nei centri specializzati le donne e le pazienti oncologiche a custodire la fertilità e la seconda che queste lo facciano nei giusti tempi perché poi potrebbe essere troppo tardi.
 
Come sono organizzati i centri di oncofertilità e in particolare quali sono i percorsi previsti in quello da lei diretto?
 
La conferenza Stato-Regioni, di concerto con il ministero della Salute già un anno e mezzo fa, hanno approvato delle linee guida su come le regioni si devono organizzarsi per creare un servizio di oncofertilità a livello regionale. In particolare nel Lazio a luglio scorso è stato recepito, con un decreto del Commissario ad acta Nicola Zingaretti, questo accordo per la tutela della fertilità nei pazienti oncologici e soprattutto la definizione del percorso diagnostico assistenziale. Inoltre sono stati individuati i seguenti centri di riferimento regionali: noi come IRCCS IFO Regina Elena per le consulenze di oncofertilità, il Policlinico Umberto I e l'ospedale Sandro Pertini. Nello specifico presso l'IRCCS IFO Regina Elena è attivo un percorso di preservazione della fertilità in donne affette da patologie oncologiche ed è stata attivata la Banca del tessuto ovarico (BTO), presso il Policlinico Umberto I è stata attiva la Banca per la crioconservazione del seme per la tutela della fertilità maschile in pazienti oncologici diretta da Andrea Lenzi ed infine l'ospedale Sandro Pertini, diretto da Rocco Rago, è centro di riferimento per Procreazione medicalmente assistita (PMA) e la Banca degli ovociti al fine sempre di preservare la fertilità delle donne colpite da tumore. In particolare il nostro centro è rivolto alle donne che sono state colpite da tumore e che vogliono preservare la loro fertilità. All'interno della nostra BTO viene conservato il tessuto ovarico, che contiene a sua volta gli ovociti, questo viene espiantato prima che le pazienti vengano sottoposte alle cure che possono compromettere o interrompere la funzionalità ovarica e dunque la fertilità fino, in alcun casi, portare ad una menopausa precoce. L'iter da seguire è composito, solitamente la paziente riceve la diagnosi dall'oncologo, sia del nostro istituto o esterno e poi la invia nostro centro di oncofertilità. Io e il resto della mia equipe studiamo il caso della paziente e facciamo una valutazione sia oncologica sia della fertilità al fine di tracciare il percorso terapeutico più appropriato. Le possibilità possono essere il congelamento degli ovociti, congelamento del tessuto ovarico o entrambe le cose. A seguito di analisi ed esami riusciamo a capire se la paziente è eleggibile per la Pma e possiamo inoltre decidere se congelare gli ovociti o il tessuto. Nel caso di congelamento del tessuto ovarico il paziente viene immediatamente preospedalizzato e nel giro 7 giorni è sottoposto a laparoscopia attraverso la quale viene asportata la corticale dell'ovaio per poi trattarla, congelarla e stoccarla nella banca del tessuto ovarico. Se invece c’è indicazione al congelamento degli ovociti viene inviata in tempo reale con 'fast track' al centro Pma del Pertini con continuità assistenziale, loro organizzano il pick up e prelevano e congelano gli ovociti. Noi proseguiamo a seguire la paziente per capire quando impiantare poi gli ovociti o il tessuto, se si realizza poi la gravidanza. L'esperienza di questi pazienti è un patrimonio per gestire le politiche di oncofertilità per le prossime generazioni. Inoltre è importante centralizzare i pazienti per garantire a tutte il medesimo percorso terapeutico e allo stesso tempo avere un feedback sull'esito delle procedure. Per questo abbiamo definito insieme regione Lazio un PDTA per la gestione di questi pazienti.
 
Che differenza c’è tra il congelamento degli ovociti e quella del tessuto ovarico? Quando si opta per l'una o per l'altra ed inoltre esistono dei limiti d'età?
 
In generale per entrambe le tecniche ci sono due limiti: l'età e la riserva ovarica della donna; inoltre la prognosi oncologica gioca un ruolo importante: deve esserci una buona prospettiva di guarigione/remissione della malattia. Considerando l'età la donna non deve avere più 39 anni, e che ci sia ancora una riserva ovarica ottimale:. in ogni caso il fattore età deve essere sempre messo in relazione con la riserva ovarica. Per quanto riguarda le principali differenze che caratterizzano il congelamento del tessuto ovarico rispetto alla crioconservazione degli ooociti possiamo dire che il congelamento del tessuto ovarico è indicato in maniera assoluta nei pazienti prepubere poiché per loro è l'unica tecnica utilizzabile. Inoltre, si procede al congelamento del tessuto ovarico in tutti i casi di neoplasie dove è controindicata la stimolazione ormonale oppure quando a causa della necessità di dover iniziare le terapie oncologica il prima possibile non si hanno i 30 giorni necessari per stimolazione e pick up ovocitario: il tessuto ovarico richiede molto meno tempo e può essere effettuato in qualsiasi fase del ciclo ovarico. Ci sono anche alcuni situazioni particolari nelle quali effettuiamo sia il congelamento del tessuto che degli oociti. In lacune malattie oncologiche quali alcuni linfomi ed alcune leucemie, il prelievo e il congelamento del tessuto ovarico viene effettuato subito dopo il primo o il secondo ciclo di chemioterapia.
 
Dopo che la donna ha conservato gli ovociti e/o il tessuto ovarico quanto tempo deve passare per procedere con la Fivet o impiantare l'ovaio?
 
Per poter affrontare la gravidanza e utilizzare gli oociti o il tessuto ovarico la paziente deve essere guarita. In genere per procedere con la procreazione medicalmente assistita o reimpiantare il tessuto ovarico si deve attendere da un minimo di 3 anni ad un massimo di 7 anni, l'intervallo di tempo infatti dipende dalla biologia del tumore e da come risponde la donna alle terapie oncologiche.
 
Dopo i 3-7 anni il percorso di Pma e le chance di concepimento sono le stesse che avrebbe una paziente 'sana'?
 
La chance non può essere esattamente uguale perché nel frattempo la paziente si è sottoposta a chemioterapia e biologicamente anche l'apparato riproduttivo è invecchiato. Dunque le percentuali non sono le stesse ma neanche nettamente inferiori. Un dato che non conosciamo è quante donne nel mondo che hanno conservato gli ovociti hanno seguito poi il percorso di Pma a seguito del cancro. Mentre siamo a conoscenza del dato di quanti reimpianti di tessuto ovarico sono stati effettuati prima di trattamenti oncologici e il numero di gravidanze successive che è pari a più di 120 bambini nati nel mondo. Per le percentuali del nostro Istituto dobbiamo aspettare ancora del tempo perché la BTO è attiva da due anni, durante i quali abbiamo espiantato tessuto ovarico in 80 pazienti ma, come detto, per poter procedere con reimpianto bisogna attendere la finestra dei 3-7 anni.
 
Il Regina Elena collabora anche con altri centri sul territorio?
 
Sì, sono attive diverse convenzione con l'ospedale Sant'Anna, il San Filippo, il Gemelli e come detto l'ospedale Pertini per erogare consulenze e finalizzate ai percorsi di oncofertilità.

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