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Arti visive e problemi neurologici: visitare musei e mostre potenzia la memoria

Frequentare musei, gallerie d’arte e mostre serve anche a mantenere attivo il cervello, fino a ridurre il rischio di sviluppare una forma di demenza. È quanto emerge da una ricerca realizzata a Londra su quasi 4mila persone di età media di 64 anni e pubblicata sul British Journal of Psychiatry

23 agosto 2019

ROMA - Frequentare musei, gallerie d’arte e mostre, oltre a essere una piacevole attività culturale, serve anche a mantenere attivo il cervello, fino a ridurre il rischio di sviluppare una forma di demenza. È quanto emerge da una ricerca realizzata a Londra su quasi 4mila persone di età media di 64 anni e pubblicata sul British Journal of Psychiatry, di cui dà notizia la Gazzetta del Sud onlline.  Dicono gli autori dello studio, guidati dalla psichiatra Daisy Fancourt del Department of Behavioural Science and Health dell’University College of London: «Il nostro studio ha dimostrato per la prima volta che tra le persone che frequentano musei almeno alcune volte l’anno, si riscontra un tasso inferiore nell’incidenza della demenza su un periodo di controllo di 10 anni». Lo studio ha tenuto conto di possibili fattori di confondimento, come le variabili sociali e demografiche. Infatti, chi frequenta mostre e musei in genere appartiene pure a fasce socioeconomiche elevate e quindi potrebbe godere anche di altri fattori che riducono il rischio di demenza. Però i risultati dell’indagine sono stati confermati anche dopo l’esclusione di queste variabili. «Visitare musei rappresenta anche una forma di leggera attività fisica che riduce gli effetti negativi della sedentarietà - dicono ancora gli autori dello studio -. E costituisce anche un particolare tipo di coinvolgimento sociale dal momento che incoraggia a uscire di casa, spesso in compagnia di familiari e amici».
 
Per capire come gli stimoli artistici e culturali possano esercitare un’azione positiva sul cervello, bisogna rifarsi al concetto di riserva cognitiva attorno al quale psicologi e neurobiologi stanno lavorando da alcuni anni. «La riserva cognitiva postula l’esistenza nel cervello umano di proprietà strutturali e funzionali in grado di far fronte, in maniera più o meno efficace, all’atrofia e ai danni cerebrali dovuti all’invecchiamento» spiega Stefano Farioli-Vecchioli, ricercatore dell’Istituto di Biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche e autore con Elisabetta Muritti del libro "Un cervello sempre giovane" (Sperling & Kupfer). «L’idea della riserva cerebrale ha avuto origine alla fine del Novecento, quando i neurologi si sono resi conto di una “discontinuità” fra il danno cerebrale provocato dalle patologie neurodegenerative, in particolare la malattia di Alzheimer, e le manifestazioni cliniche osservate nei pazienti. A parità di degenerazione cerebrale, alcuni mantenevano intatte, o quasi, determinate funzionalità intellettive e mentali, che invece erano completamente deteriorate in altri pazienti. Successivamente si è creata una netta dicotomia tra due modelli: uno passivo, denominato appunto riserva cerebrale e caratterizzato da variazioni anatomiche e strutturali capaci di resistere agli attacchi neurodegenerativi; l’altro attivo, la riserva cognitiva vera e propria, fondata sulla flessibilità funzionale delle reti neuronali, che essendo altamente plastiche compensano le attività cerebrali compromesse».
 
Un altro fenomeno straordinario di cui il cervello sta dimostrando di essere capace e che potrebbe forse essere in grado di modulare la riserva cerebrale o cognitiva è la neurogenesi. «Con questo termine si intende lo sviluppo di nuovi neuroni all’interno di due specifiche aree cerebrali: la zona sottoventricolare del ventricolo laterale e il giro dentato dell’ippocampo - specifica Farioli-Vecchioli -. Sappiamo che questo processo è attivo negli uccelli e nei roditori, mentre c’è un dibattito in corso sul fatto che possa avvenire o meno nel cervello umano. I nuovi neuroni del giro dentato dell’ippocampo si originano a partire da cellule staminali quiescenti che vengono “spinte” a proliferare in seguito a stimoli interni ed esterni. Dopo una serie di passaggi di differenziamento, i nuovi neuroni si integrano nei circuiti neurali preesistenti e partecipano ai processi di memoria dipendenti dall’ippocampo».
 
La frequentazione di musei e mostre può agire direttamente su questi fenomeni di cui il cervello ha dimostrato negli ultimi decenni di essere capace? Maddalena Boccia, ricercatrice del Laboratorio di Neuropsicologia dei disturbi visuo-spaziali e della navigazione dell’Irccs Santa Lucia di Roma, dice: «Pochi studi hanno indagato gli effetti della fruizione artistica sulla riserva cognitiva. Quello che sappiamo è che nei pazienti con Alzheimer la preferenza estetica è mantenuta, nonostante il deficit di memoria. Infatti, quando sono valutati a una settimana di distanza, esprimono un giudizio estetico stabile per le opere osservate, indipendentemente dal fatto che ne abbiano un ricordo. Risultati che suggeriscono un possibile utilizzo di terapie basate sulle arti visive. I risultati di uno studio esplorativo realizzato nel 2012 indicano che l’esposizione ad arti visive mediata da un esperto d’arte migliora la memoria. Servono altri studi per comprendere tutti i meccanismi neurobiologici che sottendono questo effetto e quali siano le forme di fruizione più efficaci, tenendo conto delle preferenze individuali e della complessità delle opere d’arte, fattori che sappiamo essere associati a specifici meccanismi cognitivi e neurali».
 
Arte per il cervello, ma non solo. Sono diverse le ricerche realizzate sul campo che dimostrano come lo svolgimento costante di un programma di attività fisica possa indurre modificazioni nelle capacità intellettive. Si può quindi affermare che memoria, attenzione e capacità di concentrazione vanno a passo di corsa, anche perché l’attività fisica contribuisce a migliorare il flusso di sangue all’interno del cervello e lo sviluppo di nuove connessione tra i neuroni, a ridurre il livello di infiammazione, corresponsabile di alcune forme di demenza, come la malattia di Alzheimer. «Negli ultimi anni un numero crescente di studi sui roditori ha mostrato che l’attività fisica è in grado di aumentare in maniera considerevole lo sviluppo di neuroni all’interno del giro dentato dell’ippocampo, la regione del cervello deputata alla formazione e al consolidamento di nuove memorie» dice Stefano Farioli-Vecchioli.
 
«L’incremento del numero di neuroni ha come conseguenza un miglioramento delle prestazioni mnemoniche correlate a un’aumentata funzionalità del giro dentato. Molte ricerche hanno infatti evidenziato che la corsa induce un aumento della memoria spaziale e della cosiddetta pattern separation, il processo che permette di discriminare esperienze o input molto simili tra loro, per mantenere distinte le memorie immagazzinate. Tra le modalità attraverso cui l’attività fisica incrementa lo sviluppo di nuovi neuroni ci sono un aumento dell’espressione all’interno e al di fuori del cervello di alcuni fattori neurotrofici e neuro-protettivi, come ad esempio il Brain-derived neurotrophic factor (Bdnf), che ha un ruolo fondamentale nei processi neurogenici e di sopravvivenza cellulare; oppure l’Insulin-like growth factor 1 (Igf-1) e il Vascular endothelial growth factor (Vegf), fattore di crescita che stimola la formazione di nuovi capillari e vasi sanguigni. Inoltre, studi sui topi indicano come l’attività fisica sia in grado di migliorare le condizioni di animali che hanno una predisposizione genetica a malattie neurodegenerative.  Per quanto riguarda l’uomo, numerosi studi hanno evidenziato, attraverso metodiche di neuroimaging e test comportamentali, che una moderata ma frequente attività fisica svolge un’azione benefica sulla struttura e sulla funzionalità del cervello. Ad esempio, una ricerca su un gruppo di adolescenti ha dimostrato che chi pratica sport regolarmente ha non solo un ippocampo più grande, ma anche prestazioni mnemoniche più brillanti rispetto ai coetanei sedentari. Un altro studio ha confermato che fare sport in età avanzata riduce di circa il 35 per cento il rischio di declino cognitivo o di sviluppare una forma più o meno grave di demenza. Infine, svolgere attività fisica migliora l’umore e riduce i sintomi di ansia e depressione».

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