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Anziani cronici, solo 2% degli over 65 accolto nelle Rsa

Presentata al ministero della Salute la prima "Indagine sulla continuità assistenziale in Italia", curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma

4 luglio 2019

ROMA - Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, con una rilevante fetta di popolazione (oltre 2 milioni di persone) che supera gli 85 anni: siamo un popolo longevo, ma in molti casi i nostri anziani sono soggetti fragili, affetti da multimorbilità, cioè la concomitanza di più patologie, con ridotta autosufficienza e costretti all'assunzione contemporanea di più farmaci. Chi si prende cura di questi pazienti, quando i problemi da gestire sono così tanti, e tutti insieme? Quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al pronto soccorso sarebbe eccessivo? C’è una 'terra di mezzò in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi, che si sostanzia in un concetto organizzativo: la continuità assistenziale, che mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio, per prendersi cura dei pazienti anziani fragili, indicandogli un percorso e non lasciandoli mai da soli.

È questo il tema al centro della prima 'Indagine sulla continuità assistenziale in Italià, curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del ministero della salute, e presentata nel corso della quarta edizione degli 'Stati Generali dell'assistenza a lungo terminè, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care in corso a Roma al ministero della Salute.

"La rete dell'assistenza a lungo termine agli anziani, per funzionare bene, deve disporre di servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) adeguati e diffusi sul territorio- hanno fatto sapere- Questi rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, eppure risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti in Italia". Lo dicono i dati del ministero della Salute, che ha ricalcolato al ribasso il numero dei cittadini che nel 2018 hanno beneficiato di questi servizi: solo il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali.

In Molise e in Sicilia, emerge dall'indagine, più del 4% degli anziani può contare sull'ADI, mentre in Calabria e Valle d'Aosta si stenta ad arrivare all'1%. "L'ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno- ha spiegato Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva, la Rete nazionale di Ricerca sull'invecchiamento e la longevità attiva- è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. È evidente il ritardo dell'Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all'estero si arriva anche a 8-10 ore".

La ricerca, in particolare, si sofferma su 17 tra le esperienze più virtuose messe in campo dalle aziende sanitare locali e ospedaliere in otto regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria). Si tratta di 8 best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali. Esperienze regionali, perché la continuità assistenziale è in primis presenza sul territorio, attraverso l'organizzazione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile, in grado di offrire un'assistenza personalizzata e multidisciplinare.

Italia Longeva, nella sua indagine, oltre a descrivere il funzionamento di reti di servizi territoriali a copertura regionale, si sofferma ad analizzare 4 dei percorsi terapeutico-assistenziali più complessi, che riguardano pazienti con demenza, malattia di Parkinson e piaghe da decubito, dai quali emerge l'importanza di disporre di una fitta e ben concertata multidisciplinarietà a livello delle singole aziende sanitarie.

Nelle buone pratiche di continuità assistenziale analizzate, uno dei protagonisti della rete è il medico di medicina generale, che però non agisce più come singolo, ma opera in sinergia con altri colleghi (ad esempio nelle Case della salute) e indossa il camice del medico di reparto (come nel caso degli Ospedali di comunità). La collaborazione tra i diversi professionisti facilita il 'viaggiò del paziente durante i suoi molteplici contatti con la rete territoriale, sgravandolo dalle incombenze legate a prescrizioni, prenotazioni e liste d'attesa. "La continuità assistenziale è una forma di efficientamento del sistema- ha commentato ancora Bernabei- un servizio concreto per i cittadini, che tende a una migliore assistenza e alla semplificazione dei processi".

E l'ospedale? Si occupa delle emergenze e delle patologie acute, ma nelle buone pratiche prese in esame dialoga pure con il territorio per la gestione del rientro in comunità (dimissioni protette). Nei 7 modelli di dimissione protetta analizzati, la sinergia massima tra ospedale e territorio si realizza quando sono le stesse centrali di continuità territoriali ad entrare in ospedale per prendere in carico il paziente prossimo alla dimissione, o addirittura, quando è l'ospedale stesso che accompagna il paziente durante il processo di dimissione dall'ospedale verso il proprio domicilio continuando a prendersene carico anche dopo.

"Una buona continuità assistenziale si delinea già al tempo zero, dall'arrivo in pronto soccorso- ha continuato il professor Bernabei- Quando il paziente esce dall'ospedale non è abbandonato a se stesso, con tutti i relativi oneri burocratici, ma c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel rientro in comunità. È il sistema che agisce in una logica proattiva, predisponendo, ad esempio, il trasferimento presso strutture riabilitative e RSA, attivando l'assistenza domiciliare senza che sia il paziente a dover rincorrere uffici comunali e consorzi, o ancora dando all'anziano la possibilità di ricevere farmaci e ausili a domicilio, e prenotare visite di controllo da remoto".

Un paracadute insomma, che si dispiega sul territorio, ma presuppone l'esistenza di strutture di riferimento per i casi critici, nonché di un'adeguata infrastruttura informatica, senza la quale gli attori della rete non riescono a dialogare: ed è quest'ultima un'altra area di notevole miglioramento, tanto quanto l'utilizzo delle tecnologie (monitoraggio a distanza del paziente, impiego di presidi tecnologici, ecc.), essenziali per realizzare una presa in carico efficace, continuativa e sostenibile.

"L'Italia, si sa, viaggia a diverse velocità: ci sono esempi d'avanguardia, ma pure aree che stentano a decollare. Alcuni snodi della continuità assistenziale risultano ancora insufficienti, giacché la loro efficacia si dovrebbe fondare su una buona organizzazione. Da ciò trae ispirazione il nostro impegno- ha concluso Bernabei- vogliamo far emergere le esperienze migliori, e mutuarle in zone del Paese sempre più vaste".

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