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Caterina e la sclerosi multipla: “Con la malattia non finisce la vita di una donna”

La giovane racconta i suoi punti di forza: la fede, i tre figli, la famiglia, l’amore di sempre per il marito. E poi il volontariato a difesa degli animali, il conforto dei sui cani, le collaborazioni giornalistiche, la speranza di nuove cure, la voglia di rimettersi in gioco

6 maggio 2019

CATANZARO - “Questo vorrei che tu lo scrivessi: non è vero che con la malattia finisce la vita di una donna”. A parlare è Caterina Pellegrino, quasi trentasette anni, alta, mora, occhi verdi, bella presenza, aspetto almeno in apparenza sereno: testimone del fatto che “la sclerosi multipla non preclude la possibilità di vivere molte cose” oltre la rassegnazione.
 
La donna racconta la sua storia davanti a un buon gelato di un noto locale a Pizzo Calabro, nel Vibonese, non lontano da Filadelfia, il comune dove vive con la famiglia. Al suo fianco c’è il marito, Antonio,ventuno anni più grande, ma soprattutto il vero amore da sempre, da quando lei ancora quindicenne fa il giro del paese sperando di incontrarlo. Un legame da cui nascono tre figli: Aronne, Medjugorje e Futura.
 
I primi segni della sclerosi multipla. Le avvisaglie della malattia emergono nel 2002. Una prima paresi facciale che i medici associano per errore a una doccia fredda. Poi una seconda paresi a seguito dello choc che Caterina vive per la perdita dei suoi cani, ammazzati nel terreno di casa. Da qui gli accertamenti, gli esami specialistici, fino alla diagnosi. Un responso arrivato nel 2003 per bocca di un medico di un ospedale di Cosenza: “Una notizia - sottolinea con amarezza la donna - arrivata con freddezza, in un modo che peggio non mi poteva capitare”. “Pensa che stai camminando su un terreno minato: in un momento non hai niente, poi d’improvviso arrivano gli effetti della malattia”, avrebbe detto senza mezzi termini il medico. A quel punto, spiega Caterina, “è come se ti trovi su un filo”, lungo una sottile linea di demarcazione esistenziale. Una situazione che ti spinge a scegliere tra due campi confinanti per cui “o ti affidi alla vita, o rinneghi tutto”.
 
La fede per andare avanti. Tra timori, sconforto, “momenti in cui ho toccato il fondo”, la scelta ricade sulla prima soluzione: la vita. Una scelta che per Caterina fa il paio con un percorso (soggettivo, personale) di fede: “La fede è stata per me di tantissimo aiuto, da subito”. Come quando, nel giorno della diagnosi, “ho sentito il bisogno di recarmi alla cappella dell’ospedale”. Ma “per raggiungerla ho dovuto attraversare il reparto che ospitava i bambini malati di tumore. E li ho pensato: ‘Di cosa devo lamentarmi io!? Non ho niente in confronto a loro’. Quel che ho visto lì è stato per me un disegno divino”, la spinta ad andare avanti.
 
Medjugorje e la maternità.Il cammino di fede sono anche i viaggi a Medjugorje: il primo nel 2009, il secondo nel 2011, il terzo nel 2012. L’ultimo è per Antonio e Caterina il viaggio dell’attesa: “Ero incinta - racconta lei - e in quell’occasione promisi alla Madonna che se avessi avuto una bambina le avrei dato il nome di quel santo luogo”. Poco dopo, nel 2013, arriva un maschio: Aronne, “dal nome biblico del fratello di Mosè e perché il bambino avrebbe avuto le iniziali del padre”. Dopo Aronne, nel 2015, nasce Medjugorje. E poi, il primo gennaio del 2018, l’ultima nata, Futura, “dal nome della canzone di Dalla ascoltata nella sala d’attesa dal ginecologo che seguiva la gravidanza a rischio. Ma anche un nome dal valore augurale”, precisa Antonio.
 
La forza della famiglia. Anche se, come ad esempio sottolinea l’Aism, durante la gravidanza le donne con sclerosi multipla hanno abitualmente meno ricadute, “nel mio caso - dice invece Caterina - la malattia non mi ha lasciata stare”. Ciò però non frena la decisione di rinnovare l’esperienza della maternità. “Provengo da una famiglia con quattro figli e per otto anni sono stata figlia unica. La solitudine è stata pesante”. Da qui la scelta di non fermarsi alla prima gravidanza: “Non volevo che Aronne rimanesse figlio unico. La maternità è stata per me terapeutica, mi ha aiutata ad andare avanti. La famiglia, dal matrimonio a seguire, è stata la cosa più riuscita di tutto, oltre che il mio sogno di sempre”.
 
L’amore per Antonio. La famiglia è anche il coronamento della storia d’amore con Antonio. Una storia segnata da una breve parentesi di crisi “perché lui vedendomi stare male si era spaventato, come del resto ero spaventata io” al primo vero manifestarsi della malattia. Ma al di là della fase difficile poi superata, “questo amore mi ha aiutata”. Antonio è il principale alleato di Caterina in questa avventura di lotta e speranza: lo è quando, ad esempio, con il piglio indagatore da avvocato si documenta per saperne di più sulla patologia, o quando accompagna la moglie in visitadagli specialisti, e lo sarà quando a breve la coppia farà tappa al policlinico di Bari per tentare la strada di una “nuova terapia”.
 
“No ai pregiudizi”.Nel “mondo fuori”, oltre la famiglia, non è stato tutto facile. Caterina fa mente locale su quelle volte prima del fidanzamento con Antonio “quando frequentavo le comitive di amici che si dileguavano non appena dicevo di avere la sclerosi multipla”. Ma “io - avverte - non mi vergogno della malattia, anche perché non è una cosa che contagia”. Un concetto ribadito quando qualche anno fa, nell’ambito del servizio civile alla pro loco di Filadelfia, “andavo nelle scuole con l’obiettivo di far crollare questi pregiudizi”: alle bambine e ai bambini “spiegavo la sclerosi multipla con la metafora del filo elettrico spezzato e della lampadina spenta e dicevo che se davano un morso al mio panino non sarebbero rimasti contagiati”.
 
L’impegno civico, il giornalismo, gli animali. La maternità non è l’unica passione di Caterina. Dal 2005 al 2011 collabora per diverse testate locali. Si occupa della cronaca di Filadelfia e dei vicini paesi di Polia e Francavilla Angitola. Segue il caso di Eva Ruscio, l’adolescente deceduta nell’ospedale di Vibo nel corso di un intervento chirurgico. Racconta la morte sospetta di cani nel suo paese denunciando i fatti alle autorità competenti. “Sono sempre dalla parte degli animali”, dice ricordando gli anni del volontariato per battersi contro la loro mattanza. Poi si sofferma sul “grande conforto dei cani nelle fasi più buie della malattia”. E il suo pensiero va a quando lei faceva le flebo “e loro accovacciati le stavano accanto e non c’era verso di allontanarli dal letto”.
 
Il futuro. Tra le cose in programma c’è adesso la ricerca di un lavoro, “quello vero”, per superare due “esperienze deludenti”: la collaborazione da aspirante giornalista, “che non puoi fare senza avere alle spalle un’occupazione ben retribuita”, e quella di qualche anno fa per una compagnia di assicurazione. Soprattutto ci sono i prossimi viaggi a Bari per sperimentare un “farmaco innovativo”. Rispetto a questo secondo aspetto, “vivo il futuro con qualche riserva: non ho la certezza che possa andare bene e il timore di un eventuale peggioramento resta”. “In ogni caso - dice Caterina - io i miei figli li ho fatti, e questa è la cosa principale”. “Non vivo con angoscia: se ti butti giù non fai altro che amplificare i danni della malattia. Certo, spero che un giorno si possa trovare una cura. Ma se ciò non avverrà, non sarà la fine di tutto. Perché l’amore vince sempre”.

di Francesco Ciampa

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