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Medici volontari a bordo delle navi: ecco cosa si prova a salvare vite umane

Partono volontari i medici del Cisom che dal 2008 soccorrono i migranti con la Guardia costiera: “Usiamo le nostre ferie ma i sorrisi ripagano tutto”. Natalia (Cisom): “Vedi la differenza fra vita e morte in pochi minuti”. Il salvataggio più duro? “13 donne ustionate, la pelle era venuta via”

3 agosto 2018

MILANO – La notte più lunga il dottor Natalia l'ha vissuta tre anni fa: “Abbiamo preso a bordo 13 donne ustionate dalla vita in giù, con ustioni di secondo e terzo grado”. Cento miglia marine di distanza da Lampedusa, mare mosso e il team del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta (Cisom) deve prepararle nel migliore dei modi per affrontare ore di navigazione con “dolori lancinanti, non sembravano più donne di colore perché la pelle era venuta via”. Lui si chiama Massimo Natalia, medico soccorritore anestesista, che dal 2008 lavora come specialista sanitario nei soccorsi in mare messi in atto da Marina militare e Guardia costiera. Ha visto cambiare i flussi migratori i  questi dieci anni e le condizioni mediche dei “pazienti”: “Ci siamo adatti – dice Natalia –. Perché nei primi anni i barconi erano colmi di persone sfinite che avevano fatto quasi tutta la traversata, il nostro soccorso avveniva a 20-30 miglia da Lampedusa dopo 48 ore di navigazione in condizioni disdicevoli con le persone ammucchiate sotto il sole, ustionate, disidratate”. Oggi invece “lo scenario è cambiato”. Fino all'anno scorso “si arrivava quasi a livello della acque territoriali libiche dove stazionavano le navi della marina militare e le condizioni mediche sono di gran lunga migliori in virtù della mancata traversata, tranne i casi particolari di chi è caduto in acqua per tanto tempo e con sindrome da ipotermia”.
 
Ha visto cambiare anche i mezzi della Guardia costiera il dottor Natalia nell'ultima decade: “Abbiamo cominciato sulle motovedette classe '400' che poi sono state messe in disuso; siamo saliti a bordo delle '200' che sono più veloci, maneggevoli e adatte a questo tipo di attività” spiega il medico con riferimento alle 22 unità navali della Guardia costiera costruite nei cantieri navali Rodriquez di Messina, con scafo in alluminio da 25 metri e che possono viaggiare per 600 miglia a 30 nodi. E infine “dal 2010-2011 sulle motovedette Sar classe '300', oltre che sulle unità maggiori che stazionano a largo come la nave Diciotti”. È proprio a bordo di una di queste che la notte delle 13 donne ustionate sale anche una bimba di pochi mesi. “Un gioiello”, la chiama l'anestesista ricordando quella sera. Fatti che “lasciano il segno” spiega il volontario del Cisom. Perché “in queste situazioni si possono alternare scenari meravigliosi, come gli occhi di quella bambina, e allo stesso tempo la disperazione delle donne ustionate che ci raccontavano di come la madre fosse affogata prima del nostro arrivo”. È la differenza “fra la vita e la morte in pochi minuti” dice il medico ma “ciò che mi ha sempre colpito quando si arriva sullo scenario è vedere gli sguardi: disperati e assenti, che nel momento in cui gli si tende la mano per prenderli a bordo si riaccendono, torna il sorriso, capisci che per loro rinasce una speranza al di là degli aspetti politici di cui noi discutiamo”. Partono volontari i soccorritori del Cisom “senza remunerazione e usando le nostre ferie – chiude Natalia – ma quei sorrisi ripagano abbondantemente tutti i nostri medici”.

di Francesco Floris

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