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Paralimpiadi, cos'è cambiato con Tokyo 2020 in Italia e nel mondo

Non solo sport o cambiamento culturale: l’edizione segnata dalla pandemia lascia in eredità un impegno pieno del movimento paralimpico internazionale a difesa di tutte le persone disabili. In Italia resta agli atti la straordinaria eco mediatica dei successi azzurri: una narrazione che non si è soffermata troppo sulla disabilità

7 settembre 2021

TOKYO – Non sono state le più belle, perché non hanno potuto vivere quell’atmosfera di entusiasmo collettivo che caratterizzò, nove anni fa, l’edizione di Londra 2012. Le Paralimpiadi di Tokyo 2020, però, un primato lo hanno raggiunto, quello del coinvolgimento planetario: un’eco che ha portato le immagini e le storie degli atleti paralimpici ovunque nel mondo, e che ad ogni latitudine inciderà sul modo di percepire e vivere la condizione di disabilità. Non sono state belle dunque, ma saranno preziose.

Il movimento internazionale: cosa è cambiato con Tokyo 2020

Ancora una volta, le Paralimpiadi sono state uno straordinario evento sportivo: il furore agonistico ha portato all’abbattimento di record, al miglioramento delle prestazioni, al superamento di limiti che parevano invalicabili. La crescita del movimento sportivo paralimpico è inarrestabile per qualità e per quantità: supera le frontiere coinvolgendo nuove nazioni, si allarga ad altre discipline, si arricchisce di competenze e di conoscenze tecniche, mostra ogni volta di più la crescente intensità della performance sportiva, esaltando quello che è diventato ormai uno spettacolo a tutto tondo. Certo, non mancano le questioni aperte, che sono tantissime e di notevole complessità  (le perplessità sulla classificazione di alcuni atleti, l’accorpamento in un’unica gara di atleti di diverse categorie, la cancellazione di alcune competizioni dal programma ufficiale dei Giochi, le scelte sugli sport da inserire nel calendario o sui tipi di disabilità da ammettere) ma è indubbio che l’evento agonistico in sé è capace di offrire uno spettacolo di altissimo livello tecnico, che a Tokyo ha visto il record di atleti partecipanti e di medaglie assegnate.

Le Paralimpiadi, però, sono anche altro e l’edizione di Tokyo sarà ricordata come quella che più di tutte ha inteso incidere sul destino delle nostre società. Nel corso dei decenni ogni Paralimpiade ha contribuito a cambiare la percezione della disabilità, avviando o alimentando quel processo di cambiamento culturale che ha condotto ad una sempre maggiore attenzione all’inclusione e all’integrazione: la celebrazione della diversità e l’esaltazione delle differenze – che sono il cuore pulsante di una Paralimpiade - hanno in definitiva, attraverso mille vie, reso migliore il nostro modo di vivere. Ma a Tokyo 2020, in quella Tokyo che a causa della pandemia da Covid-19 ha dovuto allungare i propri tempi e spazi di un intero anno, lottando con mille avversità inattese, c’è stato molto di più: c’è la consapevolezza di essere immersi in un momento cruciale della storia del pianeta, e c’è il messaggio che nel momento in cui si riparte, si ricostruisce, si torna nuovamente – seppur con cautela e attenzione – a guardare al futuro, quella fetta di mondo fatta dalle persone con disabilità non può essere dimenticata o tralasciata. Per dirla con le parole del presidente del Comitato paralimpico internazionale: “Dobbiamo riuscire ad andare oltre l’immagine degli atleti che hanno gareggiato qui per fissare lo sguardo sul miliardo e 200 milioni di persone con disabilità che abitano questo mondo. Loro vogliono essere cittadini attivi in un mondo inclusivo”. In altri termini, non può essere lasciato indietro quel 15% della popolazione mondiale costituito appunto da persone con disabilità.

La novità di Tokyo 2020 è che il mondo paralimpico internazionale ha assunto consapevolmente su di sé il compito di promuovere il processo di inclusione sociale delle persone con disabilità: la campagna “WeThe15” ne è l’esempio più evidente, mirato alla costruzione di un movimento globale per il cambiamento allargato alle più grandi organizzazioni della società civile e delle istituzioni internazionali. Una tendenza, sviluppata anche nell’iniziativa “I’mPOSSIBLE” e nel coinvolgimento di bambini e ragazzi delle scuole, che rafforza il ruolo e l’importanza del Comitato Paralimpico Internazionale, facendone un importante attore globale. Lo si è visto, in piccolo, anche nella vicenda dei due atleti paralimpici afghani che sono stati evacuati dal paese dopo la presa del potere da parte dei talebani e poi, una volta al sicuro, condotti al Villaggio paralimpico. Tokyo 2020 ha insomma allargato gli obiettivi di un intero movimento, riconoscendo il ruolo dello sport come leva di un cambiamento sociale diffuso.

Il movimento italiano: un ricco medagliere e un trionfo d’immagine

Viste dall’Italia, le Paralimpiadi di Tokyo 2020 rappresentano uno dei momenti più importanti di sempre. Sui campi di gara, le 69 medaglie conquistate testimoniano della crescita costante del movimento, risultato raggiunto grazie all’opera di pianificazione attuata dal Cip nel corso del tempo. Il rapporto con le Federazioni olimpiche, l’eccellenza rappresentata da allenatori e tecnici, la disponibilità di impianti e strutture, l’apertura agli atleti paralimpici dei gruppi sportivi militari, il rafforzamento delle occasioni di avviamento allo sport di persone con disabilità, tutto ciò – oltre alla capacità di sacrificio degli atleti - sta alla base di quel nono posto assoluto nel medagliere dei Giochi. Sono arrivate medaglie in 11 delle 15 discipline presenti a Tokyo, su un totale di 23 sport: segno di un ottimo punto di arrivo e di un altrettanto evidente punto di partenza, per colmare anche le lacune che ancora esistono.

Ma il vero trionfo delle Paralimpiadi in Italia lo si è visto in tv e sui giornali, lo si è visto nell’entusiasmo che le gesta degli atleti hanno trasmesso al paese, in un misto di orgoglio per i colori nazionali, di ammirazione per i protagonisti e di voglia di vincere. Complice anche il traino dei fenomenali successi estivi dello sport italiano, ad iniziare dalla vittoria agli Europei di calcio, le Paralimpiadi sono state percepite davvero per quello che sono: un evento sportivo di rilievo mondiale che ha tutto il diritto di affiancarsi, di camminare appaiato, all’altro grande evento mondiale, le Olimpiadi. E così è stato per tutti noi, fin dal primo giorno e via via nell’opera di collezionare medaglie, fino alla gioia per il podio tutto azzurro nella gara femminile dei 100 metri piani T63 (oro Sabatini, argento Caironi, bronzo Contrafatto) che ha fatto il paio con gli inattesi trionfi, su quella stessa pista di Tokyo alcune settimane prima, di Marcell Jacobs sui 100 metri piani e dello stesso Jacobs con Patta, Desalu e Tortu nella staffetta 4x100. Trionfi che hanno contribuito a far conoscere il movimento paralimpico e che determineranno – questa la speranza – un aumento del numero di persone con disabilità che pratica uno sport.

In questo percorso, essenziale è stato il ruolo dei mezzi di comunicazione. Mai una Paralimpiade ha avuto in Italia l’eco mediatica raggiunta in occasione di Tokyo 2020. Mai si erano visti così tanti quotidiani, così tanti programmi, così tanti telegiornali, dare risalto e spazio alle avventure dei paralimpici. E non parliamo di quegli spazi dedicati sui canali tematici che la Rai già in precedenza aveva assicurato e che hanno sempre permesso agli appassionati di gustare l’appuntamento: no, parliamo dell’informazione generalista, di quella che incontri seguendo un telegiornale o sfogliando un quotidiano su carta o sul web. Tutte le testate hanno dato spazio alle Paralimpiadi e lo hanno fatto mediamente con toni e accenti adeguati fin dal primo giorno di gare: una presenza costante lungo 12 giorni, con uno sforzo produttivo che mai era stato messo sul campo dalle singole testate. Un’attenzione che l’ultimo giorno è diventata apoteosi, con – tanto per fare un esempio - il Tg1 delle 20:00 (tuttora il prodotto di informazione più seguito in Italia) a dedicare l’apertura e i primi due servizi all’impresa delle tre atlete azzurre sui 100 metri piani, con la loro foto sorridente e felice presente con grande risalto, l’indomani, sulle prime pagine di tutti i maggiori quotidiani italiani.  

Paralimpiadi in tv: c’è stata troppa disabilità?

E’ vero, come pure è stato notato, che le performance sportive sono state spesso accompagnate da una forte attenzione (o insistenza) per le vicende personali degli atleti, e segnatamente per gli episodi che hanno determinato la loro menomazione (incidenti, malattie, ecc.), ma è altrettanto vero in primo luogo che ciò è accaduto mediamente in modo assai meno marcato che in passato (altrimenti detto, a dominare il racconto è stata la prestazione sportiva, non l’handicap) e in secondo luogo quando ciò è accaduto non ha fatto altro che seguire una tendenza narrativa che era stata applicata anche ad altri atleti vincenti, tutti raccontati con la lente della tenacia e della determinazione che a costo di un lungo impegno e di grandi sacrifici superano le avversità incontrate nella vita.

Per rimanere ai tre momenti clou dell’estate sportiva azzurra, non è forse vero che la cronaca dell’oro olimpico di Gianmarco Tamberi nel salto in alto ha costantemente rimandato all’infortunio alla caviglia subito dall’azzurro nel 2016 poco prima di Rio, spesso associato al medesimo infortunio subito dal suo amico qatariota Bashir, che ha poi condiviso con lui la gioia del titolo? O non è forse vero che nel racconto della vittoria della nazionale di calcio agli Europei è diventata quasi epica la figura di Leonardo Spinazzola, per via del grave infortunio subito nel corso della gara dei quarti di finale contro il Belgio? E nel caso di Marcell Jacobs la narrazione dei momenti cruciali della sua vita non ha forse compreso anche il delicato elemento del rapporto con il padre, presentato in tutta evidenza come un aspetto difficile della sua esistenza? Se anche effettivamente ci fosse stata un’attenzione eccessiva ai momenti “bui” della vita dei paralimpici, quella stessa attenzione è stata riservata però anche agli altri, agli atleti senza disabilità alcuna, e questa uguaglianza finalmente raggiunta dovrebbe essere percepita come un elemento positivo.  

Paralimpiadi in tv: ma la disabilità è essenziale

Detto questo, ciò che va sottolineato è che l’elemento della disabilità è essenziale nella comprensione della prestazione sportiva e non si può prescinderne. Gli atleti paralimpici sono certamente atleti che corrono, ma è parte imprescindibile del racconto il fatto che corrano senza vedere, o che lo facciano con una o con due protesi al posto delle gambe. Specialmente al primo approccio con i Giochi (e tanti italiani hanno avuto il primo contatto con il mondo paralimpico in questi giorni) è essenziale capire che quell’atleta sta nuotando senza le braccia, che quell’altro gioca a calcio senza vedere orientandosi con suoni e voci, che quell’altro può scoccare la freccia verso il bersaglio con le mani o con i piedi o perfino con la bocca, dipende dalla sua condizione, e in ogni caso compete con tutti gli altri. C’è un’educazione e una progressività da rispettare anche nella conoscenza dello sport paralimpico, così come avviene in ogni sport, e fa parte del bagaglio del buon telecronista, ad esempio, spiegare le classificazioni e le categorie di disabilità così come ricordare le regole del gioco. Certo, come in ogni copertura mediatica, possono esserci stati degli scivoloni, ma mediamente il racconto di Tokyo 2020 è stato più che onorevole e degno del grande spettacolo che è andato in scena. Le Paralimpiadi sono così entrate nel grande mare della cronaca quotidiana: l’auspicio è da una parte che in tanti possano trarre ispirazione dalle storie raccontate e iniziare a praticare uno sport; dall’altra che i Giochi abbiano dato un ulteriore slancio verso una società più giusta e inclusiva.

di Stefano Caredda

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