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Rapporto Immigrazione 2018. Il Nord-Est: il Friuli Venezia Giulia

Dossier Statistico Immigrazione 2018: in esame la dimensione del fenomeno migratorio nei contesti regionali italiani. I dati di riferimento per il 2018 su presenza, gruppi nazionali, lavoro, seconde generazioni e accoglienza per il Friuli Venezia Giulia.

17 settembre 2019

La presenza migrante in regione: le caratteristiche

La presenza dei cittadini stranieri in regione è tornata a salire, dopo alcuni anni consecutivi di calo, infatti al 31/12/2017 ha registrato 106.652 residenti, con un incremento del 2,3% rispetto ai 104.276 della fine del 2016.
Alla crescita del numero dei residenti stranieri si accompagna però una diminuzione della popolazione totale residente in regione (-0,2%).
Nel corso del 2017 inoltre, 3.631 cittadini stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana, ragion per cui sono stati cancellati dalle liste della popolazione straniera residente.
A tal proposito, dopo il picco raggiunto dalle acquisizioni di cittadinanza nel 2015 (5.525), negli ultimi due anni la regione ha fatto registrare un calo costante, anticipando di un anno la diminuzione avvenuta nel 2017 sia a livello di macroregione Nord-Est che nazionale.
A livello provinciale invece emerge che nell’ultimo anno i residenti stranieri sono aumentati soprattutto a Trieste e Gorizia (rispettivamente del 4,6% e del 5,5%), mentre quelli di Udine e Pordenone hanno fatto registrare una crescita nell’ordine di poche centinaia di unità.
Per quanto concerne l’incidenza della popolazione straniera nelle prime due province resta superiore a quella di Udine (7,5%), raggiungendo quasi quella di Pordenone (10,1%), storicamente la provincia a più alta incidenza immigrata di tutta la regione.
Per quel che riguarda le nazionalità più rappresentate, il primo posto è occupato dai cittadini romeni (passati da 23.817 residenti nel 2016 a 24.606 nel 2017), seguiti dagli albanesi, che hanno fatto registrare un calo del 3,3% (da 10.001 a 9.670 residenti).
I cittadini dell’Unione europea rappresentano oltre un terzo dei residenti stranieri (36.648) e tra questi la maggioranza (33.273) è rappresentata da cittadini provenienti dai 13 “nuovi” Stati membri.
Un numero quasi uguale (35.157), è dato dai cittadini dei paesi dell’Europa centrorientale, fra cui spiccano appunto i quasi 10.000 albanesi e i 6.936 cittadini serbi, questi ultimi concentrati soprattutto nelle province di Trieste (4.579) e Udine (1.738).
Oltre la metà dei cittadini stranieri residenti in regione (52,3%) inoltre, è rappresentata da donne. Già più volte si è osservato che la ripartizione di genere è molto diversificata nelle diverse comunità e varia dal 56,5% di donne per l’Unione europea, al 55,5% per l’Europa centro-orientale (con punte di quasi l’80% per la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina), dal 44,9% per l’Africa, al 39,7% per l’Asia e al 63,7% per l’America.
Dal punto di vista delle tipologie e l’andamento dei permessi di soggiorno si possono evincere le motivazioni e il grado di stabilità di una sua componente non comunitaria.
Al 31 dicembre 2017 in regione i titolari di un permesso di soggiorno erano 84.358, di cui il 44,5% europei (36,7% del Nord-Est, 28,5% a livello nazionale).
Proseguendo nell’analisi si osserva che il 25,4% dei permessi di soggiorno è detenuto da un cittadino asiatico (26% per il Nord-Est e 29,6% per il resto dell’Italia), mentre il 19% da un cittadino africano (il 31,2% nel Nord-Est e il 36,6% in Italia).
I cittadini americani regolarmente soggiornanti sono invece l’11% del totale (il 6% nel Nord-Est e il 10,3% a livello nazionale).
Fra i soggiornanti quelli in possesso di un permesso di lungo periodo sono 51.141 ossia il 60,6% del totale, una quota superata sia a livello macro-regionale (70,4%), sia a livello nazionale (64,3%).
Per quanto riguarda poi quelli rilasciati per motivi familiari si osserva che dei 33.217 permessi di soggiorno a termine, il 41,9% del totale è rilasciato per i motivi sopracitati, complice le scarse quote d’ingresso per motivi di lavoro, che infatti registra solo il 18,9% dei permessi, mentre i motivi umanitari sono aumentati al 27,7% del totale, registrando un dato molto superiore al Nord-Est (16%) e al resto del paese (18,1%).
Si tratta di un differenziale di valore spiegabile con il fatto che il Friuli Venezia Giulia è una delle regioni di frontiera maggiormente interessate dal fenomeno delle migrazioni forzate, come dimostra anche la quota elevata di permessi per asilo o umanitari che si registra a Gorizia (51,6%), provincia di frontiera all’interno di una regione di una regione di frontiera.
Il tema dell’accoglienza dei richiedenti asilo in regione, rappresenta una questione cruciale che si è imposto all’attenzione del pubblico in maniera prepotente negli ultimi anni, proprio in considerazione del fatto che, il Friuli Venezia Giulia è la regione più orientale del paese e dunque, la prima destinataria dei flussi di profughi provenienti dalla rotta balcanica.
Il dibattito sul tema spesso si è sovraccaricato di accenti aspri, relegando la presenza regolare e in gran parte stabile di oltre centomila cittadini di origine straniera, ad un posto di second’ordine, influenzando pesantemente la campagna elettorale.
Per quanto riguarda quindi i progetti Sprar relativi alle attività di accoglienza messe in atto nel territorio friulano si osserva che, a fine 2017 questi erano 11 progetti per un totale di 411 posti disponibili e 322 presenze.
Per quando concerne invece le altre strutture di accoglienza (largamente preponderanti), al 1° dicembre 2017 le presenze erano 5.063 in totale (di cui 862 in prima accoglienza e 3.879 in strutture temporanee), con un aumento del 4,8% rispetto alle 4.829 dell’anno precedente.
Si tratta in termini percentuali del 3% (nel 2016) e del 2,7% (nel 2017) delle presenze totali nel sistema nazionale di accoglienza, mentre il Friuli Venezia Giulia ospita circa il 2% della popolazione nazionale.

L’inserimento scolastico degli alunni stranieri in regione

Nell’a.s. 2016/2017 su 160.740 alunni iscritti nelle scuole regionali quelli stranieri sono stati 19.047, con un’incidenza pari all’11,8%.
Di questi 11.628 (il 61%) sono nati in Italia, una parte senza la quale la presenza nel totale degli alunni con cittadinanza straniera scenderebbe a 7.419 e la loro incidenza ne verrebbe più che dimezzata (4,6%).
Interessante osservare che proprio in riferimento all’incidenza, questa decresce man mano che sale il grado dell’insegnamento: se nella scuola dell’infanzia questa è del 14,1%, nella primaria scende al 13,9%, nella secondaria di I grado all’11,6% e nella secondaria di II grado all’8,5%.
Il divario esistente fra la secondaria di I e di II grado (che segna anche la possibilità di fare ingresso nel mondo del lavoro al 15° anno di età) è presente anche a livello macroregionale (da 13,7% a 10,1%) e nazionale (da 9,7% a 7,1%) ed è dovuto a diverse ragioni sia di ordine socio-culturale (ad esempio la maggiore difficoltà di inserimento e integrazione ai gradi più alti del curriculum scolastico), sia di ordine economico, in quanto la famiglia di origine straniera può aver bisogno di un più rapido inserimento dei figli nel mondo del lavoro rispetto a quella autoctona.
Anche nel caso del proseguimento degli studi però, gli studenti di origine straniera possono aver necessità di scegliere percorsi più professionalizzanti, in grado di fornire loro una preparazione idonea ad entrare subito dopo la scuola nel mondo del lavoro.
Una conferma di ciò ci viene dalle cifre dell’incidenza nelle varie tipologie di scuola secondaria di II grado: rispetto al valore medio infatti (8,5%), la percentuale degli studenti stranieri si riduce fortemente nei licei al 4,7%, per risalire al 9,1% negli istituti tecnici e raggiungere il picco del 18,7% nel caso delle scuole professionali.
In breve: su 100 studenti stranieri che proseguono oltre la scuola secondaria di I grado, 39 frequentano un istituto tecnico, 36 una scuola professionale e 25 un liceo.
Questi dati fotografano dunque una realtà di scarsa mobilità sociale e anticipano una futura condizione di segmentazione del mercato del lavoro che coinvolge anche i giovani stranieri nati in Italia o che vi sono giunti nei primi anni di vita.

L’inserimento occupazionale in regione

I migranti in Friuli Venezia Giulia sono sovra rappresentati nel mercato del lavoro regionale rispetto ai residenti: 52.664 occupati stranieri rappresentano infatti il 10,4% del totale (pari a 505.120 lavoratori stranieri), contro un’incidenza sulla popolazione regionale che, come si è visto, non raggiunge il 9%.
E’ però nei dati relativi alla disoccupazione che il livello di sovra rappresentazione risulta più evidente, visto che l’incidenza dei lavoratori stranieri sui disoccupati supera il 20%.
Come ovvio quindi, il tasso di disoccupazione dei lavoratori stranieri (12,5%) è più che doppio di quello dei lavoratori italiani (6%).
Anche all’interno del mercato del lavoro, i migranti si collocano soprattutto nelle fasce meno qualificate e decrescono con l’aumentare dei livelli professionali, infatti a svolgere una mansione manuale non qualificata è il 21,1% dei lavoratori stranieri contro il 6,4% dei lavoratori italiani.
Il divario fra i due gruppi diminuisce invece nel lavoro manuale specializzato (31,9% di lavoratori stranieri contro il 29,9% di italiani), infine a livello dirigenziale e di professionismo intellettuale e tecnico (8,3% migranti contro il 38,4% degli autoctoni).
Non sempre però gli occupati stranieri sono impiegati nelle fasce basse del mercato del lavoro perché privi delle necessarie qualifiche: il 14,9% del totale viene infatti colpito dal fenomeno della sovra qualificazione, a differenza del 6,7% dei lavoratori italiani.
Queste differenziazioni finiscono col riflettersi anche a livello di retribuzione media, che per i migranti ammonta a 1.114 euro, mentre per gli italiani raggiunge il valore di 1.398.

L’accoglienza e la solidarietà in Friuli

Il tema dei migranti nella società, concentra ormai da tempo il dibattito politico regionale, spesso in forme preconcette e con posizioni poco lungimiranti.
A tal proposito nell’ultimo biennio si è assistito al cambiamento di governo di tutti i maggiori comuni della regione (i quattro capoluoghi di provincia di Monfalcone), seguito da quello della stessa regione.
Tale svolta ha provocato veloci e radicali cambiamenti nelle priorità politiche delle giunte, che non hanno lasciato indifferente l’opinione pubblica e le organizzazioni impegnate sul fronte dell’integrazione.
Di fronte quindi alle diverse iniziative attuate dal punto di vista dell’accoglienza in regione, una parte della popolazione autoctona si è attivata per realizzare una Rete regionale per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale (un coordinamento di associazioni attivo da diversi anni), che di recente ha lanciato un “Manifesto per una comunità che tutela i diritti umani, solidale e accogliente”, che ha ricevuto l’adesione, fra gli altri, anche del Centro Studi Idos.
Tale Manifesto intende stigmatizzare il modello di una società chiusa, basata sulla paura e sulla discriminazione, proponendo un diverso e alternativo modello di comunità che, specie in una regione come il Friuli Venezia Giulia, con una storia ricca di culture diverse e lingue diverse, si basi sull’universalità dei diritti e sulla crescita della crescita della coesione sociale.

(Fonte:Dossier Statistico Immigrazione 2018)
(Immagine tratta da Pixabay.com/© 2017 Pixabay)

di Antonietta Mastrangelo

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