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Salute mentale, Losavio (psichiatra): dopo la 180 non riprodurre più "manicomialità"

Per capire la legge 180 bisogna fare dei passi indietro e analizzare il contesto in cui spiove. Tommaso Losavio collaboratore di Basaglia scivola nei ricordi al suo primo incontro con la malattia mentale

24 novembre 2021

ROMA - Ad oggi riportare la riforma Basaglia nel dibattito politico-istituzionale rappresenta una necessità. In molti nelle strutture pubbliche non conoscono questa legge che ha di fatto segnato una svolta epocale nella sanità pubblica come 'battaglia di civiltà'.

Ma per capire la legge 180 bisogna fare dei passi indietro e analizzare il contesto in cui spiove. Tommaso Losavio collaboratore di Basaglia scivola nei ricordi al suo primo incontro con la malattia mentale. "Nel 1969 decisi di lavorare nel manicomio di Rieti. Sono venuto a conoscenza della malattia mentale in quel contesto e fu terrificante: 200 persone ammassate, vestite tutte uguali con cui nessuno parlava, elettroshock, pasticche. Nei tre anni dell'esperienza reatina capivo già che facendo delle piccole cose quella realtà cambiava e si trasformava profondamente. Una mattina sono arrivato in ospedale mi sono messo a piangere e sono andato via, avrei dovuto introdurre sondino dal naso per fare una pratica insulinica ad un paziente, non ce l'ho fatta. Nell'autunno del 1974 sono andato a Trieste fu lì che incontrai per la prima volta Franco Basaglia e Psichiatria Democratica. Un'esperienza travolgente, lui aveva una formazione fenomenologica, aveva messo tra parentesi la malattia, che non vuol dire negarla; a lui interessava la sofferenza che si nascondeva dietro".

Con Basaglia "si cambiava un pezzo di mondo, forse piccolo ma importante- sottolinea Losavio- si riscopriva la sofferenza delle persone, perché in quell'universo capitavano i pazienti più svantaggiati. Un deposito della società. Conoscendo Basaglia, ho capito che quel tipo di lavoro non è solo tecnico ma politico, restituire i diritti ai pazienti in senso ampio era e rappresenta ancora oggi una battaglia di civiltà".

Nel ricordo di quegli anni lo psichiatra racconta: "Ad un certo punto rientro a Roma proprio quando a Basaglia viene dato l'incarico alla Regione Lazio, dopo aver vinto il concorso, scelsi il territorio di Prima Valle, dove c'era il manicomio, un punto strategico. Andai a Balduina e presi in cura due padiglioni con ospiti in attesa in un esterno che non esisteva. Da qui appunto l'esperienza di via Baccina, il primo appartamento che il comune di Roma ci ha assegnato dove poter mettere in pratica i principi 'basagliani'. Fu un momento decisivo attorno al quale ci fu molta attenzione e partecipazione. Nel '93 il direttore del Santa Maria della Pietà va in pensione e la direzione dell'azienda mi chiese di subentrare- ricorda Losavio- io accettai l'incarico come direttore del superamento del manicomio. Le 300 persone rimaste erano definite residuo manicomiale; ex bambini disabili, proveniente dal brefotrofio che accoglieva donne nubili con figli. Poi c'erano anziani invecchiati e un nucleo di persone con problemi psichiatrici più gravosi. Dal '94 al '99 ci sono stati cinque anni, diverse tappe fino alla chiusura del manicomio, abbiamo lavorato molto con le cooperative nella gestione di alcune case. Il punto fondamentale era di non riprodurre manicomio, ma soprattutto non riprodurre 'manicomialità'. Avevamo ben presente che il manicomio lo facevano gli operatori e le regole, pertanto l'importante era capire che le regole andavano continuamente riviste e ridiscusse. Regole per non riprodurre manicomialità appunto. Nelle cooperative si doveva interagire con ambiente intorno, bisognava prendersi cura del paziente nell'ambiente e nel contesto. Io ho chiuso il manicomio ma l'ho fatto insieme alla città e alla politica", conclude Losavio.

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